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Covid, Italia oltre 10mila contagi. In Germania “situazione drammatica”

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Superati i 10mila contagi covid in Italia, mentre la quarta ondata del virus sta dilagando in Europa. “In Germania la situazione è drammatica”, ha dichiarato la cancelliera Angela Merkel. Diversi i Paesi del Vecchio Continente che tra restrizioni, nuovi lockdown e misure per i non vaccinati stanno cercando di contenere le infezioni. 

L’aumento dei casi è generale, evidenzia l’Oms, ma l’Europa ormai da giorni è ‘osservata speciale’, in quanto ha guidato il rialzo delle infezioni registrate e continua a mostrare numeri in salita con la più alta incidenza settimanale dei casi per 100mila abitanti (230), seguita dalla Regione delle Americhe (74,2 nuovi casi ogni 100mila abitanti).  

Covid Italia, bollettino 17 novembre
 

Sono 10.172 i nuovi contagi da Coronavirus registrati in Italia mercoledì 17 novembre 2021, secondo i dati e i numeri Covid – regione per regione – del bollettino della Protezione Civile e del ministero della Salute. Si registrano inoltre altri 72 morti. Nelle ultime 24 ore sono stati processati 537.765 tamponi con un tasso di positività all’1,89%. Sono 4.060 i ricoverati con sintomi, 90 in più da ieri. Sono 486 le terapie intensive occupate, 5 in più da ieri. I guariti sono stati 6.406, 4.623.192 da inizio pandemia.
 

Germania
 

La situazione relativa al covid in Germania è “drammatica”, ha dichiarato Merkel, ribadendo il suo appello a vaccinarsi contro il coronavirus. Nel Paese, colpito dalla quarta ondata, c’è stato un nuovo picco di casi: secondo i dati del Robert Koch Institut nelle ultime 24 ore le nuove infezioni registrate sono state 52.826 ed i decessi 294, mentre l’incidenza settimanale per 100mila abitanti è salita a 319,5 casi contro i 312,4 di ieri. 

“Non è troppo tardi per optare per una prima dose di vaccino – ha detto la Merkel a un congresso dei sindaci tedeschi – Chiunque si vaccina protegge se stesso e gli altri. E se un numero sufficiente di persone si vaccina, così si esce dalla pandemia”. La cancelliera ha aggiunto che è necessario uno “sforzo nazionale” per quanto riguarda la terza dose. 

Di fronte alla crescita dei contagi, le regioni tedesche inaspriscono le restrizioni senza aspettare il governo centrale di Berlino. La scelta è quella del green pass 2G – vaccinati (geimpft) o guariti (genesen) – escludendo la possibilità di ottenere il certificato con un tampone negativo. 

Dopo la Baviera, che ha imposto il 2G per alberghi e ristoranti e cancellato il mercato di Natale a Monaco, è stato il turno del Nord Reno Westfalia. Anche in questo Land, il più popoloso della Germania, il premier Hendrik Wuest ha imposto il 2G. Per particolari eventi, come quelli legati alla tradizione dell’inaugurazione del carnevale, servirà un “2G plus”, ovvero vaccinai o guariti dovranno esibire anche un tampone negativo. 

Più a sud anche il Baden-Wuerttemberg ha scelto il 2G, necessario ormai per accedere a ristoranti, musei, palestre, piscine e scuole di musica. Torna inoltre l’obbligo di mascherina nelle scuole. A est, in Turingia, il 2G viene imposto per entrare in ristoranti, bar, alberghi, ostelli e partecipare a grandi eventi. Il green pass servirà anche per i dipendenti di queste strutture, ma in versione 3G, anche con i ‘getestet’, ovvero chi ha un test negativo. 

Olanda
 

L’Olanda ha sfiorato i 21mila contagi giornalieri da Covid. Sono stati infatti registrati 20.829 nuovi casi in 24 ore, il numero più alto mai raggiunto dall’inizio della pandemia, nel settimo giorno consecutivo di dati record. I morti sono 44, il numero più alto da maggio. Le persone ricoverate sono 2077, di cui 402 in terapia intensiva. Negli ultimi sette giorni, l’Istuto di sanità pubblica olandese Rivm ha rilevato una crescita del 48% dei contagi rispetto alla settimana precedente. Rotterdam e Amsterdam sono le città più colpite. 

Lo scorso weekend il governo ha imposto un parziale lockdown per contrastare la nuova ondata di contagi in questo Paese di 17,4 milioni di abitanti. Vi sono restrizioni nei contatti e un orario ridotto per ristoranti e negozi. L’obbligo di portare la mascherina e rispettare le distanze sociali è stato nuovamente introdotto. 

Gran Bretagna
 

L’ultimo bollettino covid-19 ha registrato 38.263 nuovi casi di Covid-19 e 201 morti il bilancio della pandemia nel Regno Unito nelle ultime 24 ore. Un dato in crescita rispetto alle 37.243 nuove infezioni del giorno precdeente.
 

Belgio
 

“Avevamo sperato tutti di avere un inverno senza coronavirus, ma il Belgio non è un’isola. I segnali d’allarme sono tutti rossi”. Così in conferenza stampa il primo ministro belga, Alexander De Croo, annunciando l’inasprimento delle restrizioni per arginare l’impennata di casi di Covid. Oltre a un aumento dello smart working, con l’obbligo di lavoro a casa quattro giorni a settimana, le autorità belghe hanno stabilito che, da sabato, tutte le persone che si trovano in luoghi al chiuso come caffè e ristoranti dovranno indossare la mascherina a meno che non siano seduti al tavolo. 

La regola si applicherà a coloro che hanno almeno 10 anni. Le discoteche invece potrebbero dover testare i propri clienti per permettergli di ballare senza mascherina. In Belgio, uno dei Paesi europei più colpiti dalla quarta ondata, le persone che vogliono mangiare in un ristorante o andare a teatro devono già presentare il Green pass.
 

Svezia
 

La Svezia vuole imporre l’obbligo di Green pass dal primo dicembre per accedere agli eventi al chiuso con più di 100 persone, una misura raccomandata dalle autorità sanitarie locali al governo per evitare un’impennata dei contagi nelle prossime settimane. Al contrario di diversi Paesi europei, la Svezia in questa fase non deve far fronte a un’emergenza, ma i modelli matematici suggeriscono un picco di casi a metà dicembre. 

Da qui la proposta del governo, annunciata in conferenza stampa dalla ministra della Salute, Lena Hallengren. “Sta aumentando la diffusione (del Covid, ndr.) in Europa. Non l’abbiamo ancora vista in Svezia, ma non siamo isolati – ha dichiarato -. Dobbiamo essere in grado di utilizzare i certificati di vaccinazione”. 

Circa l’85% degli svedesi con più di 16 anni ha ricevuto una dose di vaccino e l’82% ha ricevuto due o più dosi. Il Paese scandinavo ha attualmente il numero più basso di pazienti positivi ricoverati in ospedale e in terapia intensiva nell’Unione Europea in rapporto alla popolazione. 

Austria
 

E’ invece scattato il 15 novembre in Austria il lockdown per i non vaccinati contro il Covid. Durerà almeno 10 giorni. Come deciso in un incontro tra il cancelliere austriaco Alexander Schallenberg e i governatori delle regioni, alle persone non vaccinate sarà permesso lasciare le proprie case solo per andare a lavorare, peri i servizi essenziali o per emergenze mediche. Nelle scorse 24 ore in Austria si sono registrati 11.552 casi e il tasso di incidenza settimanale è salito a quasi 850 ogni 100mila persone. 

L’obiettivo del lockdown è di incoraggiare le vaccinazioni e di ridurre i contatti sociali di circa il 30%. Al momento circa il 65% della popolazione è vaccinata. Nei giorni scorsi il governo aveva fatto sapere che il lockdown sarebbe eventualmente scattato quando si fosse arrivati allo soglia di 600 letti di terapia intensiva occupati, ma il trend è in aumento e le autorità hanno deciso di anticipare la misura.
 

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Imprese al bivio del re-shoring, al Rome Med tavola rotonda sul futuro della globalizzazione

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(Adnkronos) – Le Global Value Chains sono già state profondamente colpite dalle ripercussioni della pandemia e ora sono ulteriormente influenzate dallo scoppio della guerra in Ucraina. La carenza di materie prime e di componenti elettronici, l’aumento dei costi di trasporto, i limiti alla mobilità del personale e l’andamento dell’inflazione hanno portato a perturbazioni importanti e in parte inaspettate delle catene del valore. In un momento in cui le catene di valore appaiono sempre più fragili, la necessità di regionalizzarle per aumentarne la resilienza è diventata una priorità politica assoluta. Concetti e principi come “re-shoring”, “back-shoring”, “near-shoring” e “friend-shoring” sono sempre più ricorrenti nel dibattito politico ed economico sul futuro della globalizzazione. Questi i temi al centro della tavola rotonda “Re-shoring, Near-shoring or Friend-shoring?” nell’ambito dell’ottava edizione della Conferenza Rome MeD – Mediterranean Dialogues – promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Italiana e Ispi. 

Secondo Maria Tripodi, Undersecretary of State to the Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation, Italy, “la necessità di diversificare i nostri mercati ci ha spinto a rafforzare la nostra partnership con i paesi del Mediterraneo per ridurre la dipendenza dalla Russia”. 

“Le catene globali del valore stanno subendo tensioni senza precedenti a causa del cumulo di emergenze crescenti in uno scenario multi-crisi in cui fattori critici sanitari, umanitari, economici, logistici, geopolitici ed energetici si incrociano provocando improvvise e costose interruzioni. In questo quadro le relazioni tra Europa e Paesi dell’area Mena sono più che mai cruciali, l’Italia può contribuire in modo determinante per migliorarne l’integrazione. Le associazioni imprenditoriali sono massicciamente impegnate a sostenere questo processo”, ha commentato Marco Felisati, Deputy Director Internationalization and Trade Policy, Confindustria. 

“Con 38.000 persone coinvolte e un contributo al Pil Italiano stimato di oltre lo 0,5%, la nostra è una filiera integrata che crea valore, lavoro e sviluppo qui in Italia. Lo facciamo in tanti modi: investendo sui territori e instaurando collaborazioni virtuose pubblico-privato. Un ruolo cruciale lo rivestono anche gli accordi internazionali che hanno facilitato il libero commercio tra l’Europa e il Giappone mostrando la resilienza delle value chain tanto più in una fase complessa come quella che stiamo attraversando nel contesto globale” ha affermato il Presidente e Amministratore Delegato di Philip Morris Italia, Marco Hannappel. 

“La nostra -ha proseguito – è una filiera integrata che parte dall’Italia e si espande in tutto il mondo. Grazie allo stabilimento di Crespellano, il primo al mondo di Philip Morris per la produzione dei prodotti senza combustione, esportiamo in 40 Paesi nel mondo, generando un valore di oltre 1,5 miliardi ogni anno. Abbiamo costruito un modello di sviluppo sostenibile che investe in Italia anno dopo anno in agricoltura, industria e servizi, stimolando lo sviluppo di una filiera integrata Made in Italy, con un’attenzione particolare al capitale umano e alle competenze che servono oggi e nel futuro”. 

Secondo Blanca Moreno-Dodson, Director, Center for Mediterranean Integration, “l’Europa deve adottare una strategia di co-investimento e pensare ai Paesi mediterranei come partner per sviluppare business reciprocamente vantaggiosi”. 

“Grazie alla globalizzazione e alla digitalizzazione, un incidente in una parte del mondo può avere un impatto immediato su altre aree. L’aggressione della Russia all’Ucraina ci ha ricordato i suoi “effetti collaterali”, il cui esempio principale è la crisi alimentare ed energetica che infligge grandi sofferenze al Mediterraneo” ha spiegato Shunsuke Takei, State Minister of Foreign Affairs, Japan. 

“Il Giappone – ha aggiunto – ha e continua a cooperare con la regione anche attraverso lo sviluppo delle risorse umane, l’installazione di infrastrutture di base di qualità e la collaborazione con altri donatori e settori privati. In un contesto di globalizzazione irreversibile, è necessario un impegno costante per migliorare la resilienza delle catene di approvvigionamento e per rafforzare le regole del commercio internazionale basate sui principi di apertura, inclusione e concorrenza leale”, 

Secondo Tarek Tawfik, Deputy Chairman, Federation of Egyptian Industries, and The Egyptian Center for Economic Studies and President, American Chamber of Commerce in Egypt, “il “near shoring”, il “re shoring” e il “friendly shoring” non sono più una questione di scelta, ma una necessità strategica economica e politica per la comunità europea. Le conseguenze della pandemia di Covid 19, la politica di Covid zero della Cina e la guerra in Ucraina, per non parlare degli effetti del cambiamento climatico, stanno delineando nuove realtà che richiedono un’azione drastica per preservare la stabilità economica e geopolitica della regione. L’integrazione tra l’Europa e i Paesi del Sud del Mediterraneo è una soluzione rapida e vincente che servirà gli obiettivi strategici del Mediterraneo settentrionale e meridionale, sia dal punto di vista economico che politico. Prima si agisce, prima si mitigano i rischi intrinseci alla regione” ha concluso. 

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Il presidente del 118 al Governo: “Siamo in ginocchio, intervenire ora”

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(Adnkronos) – “Il 118 è in ginocchio, allo stremo. Non c’è più tempo. Il sistema dell’emergenza urgenza territoriale è prioritario nella programmazione sanitaria, che non può non considerarne la centralità e la capacità di rispondere con immediatezza e appropriatezza ai bisogni di salute di 60 milioni di cittadini. E’ necessario potenziarlo e questo deve tradursi in una maggiore capacità di finanziamento: se la coperta è corta, in un sistema finito di risorse, si dovrà sacrificare qualcos’altro, che non può essere per l’ennesiva volta il mondo delle acuzie e l’emergenza territoriale, che in 30 anni non ha ricevuto nulla”. Lo sottolinea all’Adnkronos Salute Mario Balzanelli, presidente della Sis 118, che rilancia l’allarme sulle condizioni in cui versa l’emergenza-urgenza territoriale e chiede un intervento urgente al Governo: “Ho avuto un’interlocuzione con il sottosegretario Gemmato e chiederemo a breve un incontro con il ministro della Salute Schillaci”.  

“Negli ultimi 30 anni – ricorda Balzanelli – il 118 è stato depotenziato, disarticolato, distrutto. Si sono chiuse immotivatamente centrali operative scambiandole per call center, un assist alle ditte fornitrici di software. E mancano medici e operatori”. La rotta non si è invertita nemmeno con l’emergenza sanitaria.  

“In piena pandemia di Covid eravamo gli eroi e gli angeli della strada, le persone cantavano e applaudivano dai balconi quando passavano le ambulanze. Eppure sono state riconosciute indennità premianti e incentivanti solo ai medici e agli infermieri del pronto soccorso, dimenticando il personale medico e infermieristico, autisti e soccorritori del sistema 118 nazionale – rimarca Balzanelli – Le Istituzioni ci chiamino non più la ‘prima linea’ ma la ‘linea zero’, perché zero è la considerazione che hanno di noi e del nostro lavoro. Eppure, quando stanno male non chiamano Babbo Natale o la befana ma il 118: chi accorre a salvare la vita a voi o ai vostri cari siamo noi”, scandisce.  

“Gli operatori del 118 hanno profili di rischio altissimo nello svolgimento del loro lavoro, fino a perdere anche la vita. Il loro è un lavoro usurante e deve essere riconosciuto come tale, ma purtroppo ancora non lo è. Il Governo precedente ha previsto incentivi a medici e infermieri del pronto soccorso dimenticando completamente medici, infermieri e anche autisti soccorritori del 118, che compiono un lavoro molto più usurante degli ospedalieri, con qualsiasi condizione meteo e in ambienti ad alto rischio. Sono gli operatori del 118 che si infilano sotto macchine ribaltate, scendono nelle scarpate, si calano coi verricelli dall’elicottero o corrono contro il tempo su strade bagnate, rischiando la vita a ogni curva”, rimarca Balzanelli ricordando il grave incidente che, di recente, è costato la vita all’autista soccorritore alla guida di un’ambulanza schiacciata da un Tir sulla strada tra Ancona e Falconara. “Eventi che non devono più accadere – aggiunge – Il profilo di rischio ambientale e biologico degli operatori 118 deve essere preso in considerazione”. I medici, chiosa Balzanelli, “stanno abbandonando la convenzione perché sottopagata in un contesto di servizio estremamente stressante, usurante e anche pericoloso”.  

Per Balzanelli, la misura è colma.”Va sanata questa ‘svista’ colossale della programmazione sanitaria di tutti i governi degli ultimi 30 anni, che a questo sistema non hanno dato alcuna risposta – prosegue – Prova ne è che il sistema di emergenza nazionale è in ginocchio, quello territoriale e quello ospedaliero. Ci si è totalmente dimenticati del lavoro straordinario che, strenuamente, fanno gli operatori del 118 di tutto il Paese, nonostante rappresentino il volto e la sostanza di un sistema sanitario che risponde sempre, con immediatezza e qualità. La risposta a loro, invece, è l’assenza di qualunque documento governativo e di stanziamenti: oltre 30 mld sono stati stanziati per la sanità dagli ultimi 3 Governi e il 118 non è mai stato nemmeno nominato. Un paradosso amarissimo”.  

Nel Pnrrr, rileva infine Balzanelli, “si è disegnato un sistema di rinforzo della sanità territoriale che non prende in nessuna considerazione il 118: chiedo al Governo come si può concepire tecnicamente una riforma della medicina del territorio senza pensare alla riforma del sistema di emergenza-urgenza che è territoriale. Il 118 deve essere valorizzato, occorre finanziarlo in modo che sia messo in grado di rispondere con maggiore appropriatezza e velocità a una mole di lavoro che cresce esponenzialmente. Qualsiasi problema in acuto del cittadino, compresi quelli minori, si riversa sul 118, ma non si può utilizzare il 118 per colmare le lacune abissali del sistema ospedaliero, pronto soccorso in primis”. 

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Allarme influenza, immunologo e pediatria spiegano perché non va sottovalutata ma non deve spaventarci

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(Adnkronos) –
E’ allarme influenza in Italia. Ma sull’impennata dei casi tra i bambini, “parto dalla premessa, a scanso di ogni forma di ingiustificabile allarmismo, che quella dell’influenza è un’epidemia che si conosce da sempre, che si ripete ogni anno durante il periodo invernale e alla quale i medici, e i pediatri, sono abituati. L’influenza dev’essere considerata per quel che realmente è: una malattia da eccesso di prossimità. Nel senso che i bambini si ammalano nel momento in cui iniziano la frequenza delle attività in comunità. Per cui, tanto per provare a spiegare in pochissime parole l’argomento di cui si parla in questi giorni, basterebbe porre ai genitori, preoccupati dagli acciacchi influenzali dei propri figli, una domanda semplice: ‘ma 24 mesi, fa quando tutti noi eravamo in lockdown, vostro figlio si è ammalato?’ Alla risposta di un ‘no’ corale, potremmo trarre facilmente le logiche conclusioni”. Lo sottolinea all’Adnkronos Salute l’immunologo Mauro Minelli, responsabile per il Sud-Italia della Fondazione per la medicina personalizzata.  

“In effetti, negli ultimi due anni e mezzo abbiamo assistito ad un andamento un po’ particolare dell’infezione da virus influenzali; e questo perché durante la pandemia da Covid-19, quindi durante tutto il periodo del lockdown, delle restrizioni, della chiusura delle scuole, della disinfezione anche maniacale delle mani, delle mascherine, sono spariti tutti i virus respiratori – ricorda Minelli – Di conseguenza, per oltre due anni, abbiamo potuto registrare un nettissimo calo di virosi respiratorie, tra le quali anche quella da virus respiratorio sinciziale che era totalmente sparita dai radar dei pediatri” 

“Questo, se da una parte ha sorpreso, dall’altro ha anche un po’ intimorito i medici perché, con l’annullamento del lockdown, l’allentamento di tutte le misure di contenimento e la riapertura delle scuole, questi virus avrebbero potuto ricominciare a circolare incontrando una popolazione infantile, soprattutto neonati e bambini molto piccoli, con una minore copertura anticorpale. E’ noto – rimarca l’immunologo – infatti che, durante la gravidanza ed in particolare nell’ultimo trimestre, i neonati ricevono una grossa quantità di anticorpi materni neutralizzanti anche contro l’influenza o il virus respiratorio sinciziale. E siccome questi virus non sono più circolati o sono circolati molto poco negli ultimi due anni, sicuramente le mamme sono munite di una minore dotazione di anticorpi da trasmettere ai propri figli”.  

Secondo Mariano Magrì, pediatra del dipartimento di Prevenzione dell’Asl Lecce, i dati dell’ultimo rapporto Influnet, “ci confermano che anche in Italia come nel resto dell’Europa stiamo registrando un picco che colpisce particolarmente i bambini, a cui si aggiunge la bronchiolite da virus respiratorio sinciziale. Si tratta di una ondata di contagi che inizia a mettere in crisi i reparti di Pediatria ospedalieri e gli studi dei pediatri di famiglia, specialmente nel Nord del Paese. Non possiamo dire che i casi siano più gravi o gravati da complicanze rispetto agli anni scorsi – avverte – anche perché i bilanci si fanno alla fine, quindi ne dovremo riparlare nella primavera del 2023. Ma certamente il numero di bambini colpiti dai virus dell’influenza è di gran lunga più elevato rispetto a quello registrato nelle ultime due stagioni invernali”.  

“Quello che possiamo affermare con certezza è che l’epidemia influenzale è iniziata prima del solito – ricorda Magrì – Il rapporto Influnet ci mostra che i livelli attualmente registrati sono quelli che negli altri inverni (prima del 2020) si registravano durante il picco influenzale. In Provincia di Lecce), per esempio, abbiamo dimostrato i primi casi già nell’agosto scorso; successivamente, come è ovvio, con l’arrivo del freddo, la maggiore frequentazione di luoghi chiusi e affollati, la frequenza nelle scuole, hanno contribuito a determinare la situazione che stiamo osservando”.  

“L’influenza è una malattia respiratoria che inizia come una banale forma respiratoria: il bambino può avere un po’ di tosse, raffreddore, la febbre. L’episodio dura qualche giorno per poi andare in risoluzione. Ma in alcuni bambini, specialmente in quelli più piccoli, possono comparire i segni di un distress respiratorio con il bambino che inizia ad avere una frequenza respiratoria aumentata; contemporaneamente comincia ad alimentarsi di meno con conseguente compromissione delle condizioni generali di salute”, aggiunge Minelli.  

“Ciò a cui bisognerebbe prestare attenzione è fondamentalmente la prevenzione: evitare che le persone adulte o i fratellini più grandi, se influenzati, possano stare a diretto contatto con i bambini piccoli; evitare il fumo passivo certamente in grado di peggiorare le malattie respiratorie in età pediatrica; continuare, ove possibile, ad allattare al seno, considerando questo come l’unico meccanismo protettivo diretto di cui l’uomo può disporre contro le infezioni virali – consiglia l’immunologo – Se tutto questo dovesse non essere sufficiente ad evitare che il bambino venga coinvolto da una forma importante di influenza quello a cui le mamme dovrebbero prestare grande attenzione è il controllo dell’alimentazione del piccolo paziente, perché il primo segno di una evoluzione sfavorevole della malattia virale è la riduzione della nutrizione”.  

“Se poi consideriamo che altri virus stanno circolando in contemporanea, non ultimo il Sars-CoV-2, possiamo meglio comprendere la situazione. I virus influenzali – osserva Magrì – sono quelli che in questi giorni, tra i bambini, stanno circolando più degli altri, per le ragioni sopra ricordate, ma anche perché è più difficile che siano venuti in contatto con il virus negli anni precedenti e questo è uno dei motivi per cui è importante vaccinarli quanto prima, visto che il vaccino è una delle armi fondamentali che abbiamo a disposizione per cercare di limitare i possibili danni senza dimenticare l’importanza delle norme generali di prevenzione”.  

“Anche questo anno i sintomi che ci aspettiamo sono la tosse, il raffreddore, la cefalea, i dolori muscolari, ma quello che noi pediatri temiamo è l’insorgenza di complicanze, sempre possibili anche in età pediatrica – ricorda il pediatra – I bambini si ammalano sicuramente di più; vero è che a farne le spese maggiori sono i nonni, ma le complicanze possono insorgere, seppur raramente anche nei bambini a carico di vari organi, potendo determinare otiti, polmoniti, encefaliti, miocarditi, per cui anche nei bambini ogni anno registriamo inevitabili morti anche in soggetti precedentemente in buona salute”. 

“Vaccinare i bambini, oltre a contribuire a ridurre significativamente la circolazione del virus influenzale a beneficio dei soggetti fragili a cui è rivolta prioritariamente la vaccinazione, significa anche contenere gli ingenti costi di una malattia che grava pesantemente sul il Ssn ma che ha le sue ricadute sociali considerando le giornate lavorative perdute dai genitori per accudire i figli ammalati”, conclude il pediatra.  

 

 

 

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