Covid, bambini disabili in classe, l’esempio della scuola ‘Nitti’ a Roma: “Non lasciamoli soli”


Bambini disabili soli in classe. Ecco uno dei problemi più urgenti che il Covid pone in questi giorni di lockdown con la chiusura delle scuole. Nel Lazio, così come in qualsiasi altra Regione, sono ancora una volta i più fragili a essere maggiormente penalizzati dalle restrizioni imposte dall’emergenza pandemica. Secondo le ultime indicazioni del ministero dell’Istruzione, gli studenti con disabilità e bisogni educativi speciali (Bes) delle zone rosse possono frequentare in presenza nonostante la Dad. Questo, però, comporta per loro il rischio di ritrovarsi in aule deserte, soltanto con l’insegnante di sostegno, esclusi da ogni stimolo culturale e didattico. Alla faccia della tanto decantata inclusività. Tante mamme, spaventate dalla prospettiva che i loro cuccioli, isolati e abbandonati a stessi, possano subire una seria regressione dopo tanti faticosi passi per integrarsi con gli altri, lanciano un vero e proprio grido di dolore: “Nonostante il recente Dpcm, i nostri piccoli restano soli in classe, non creiamo classi-ghetto”.  

La normativa in materia viene in aiuto fino a un certo punto, perché molto, di fatto, dipende dalla discrezionalità e dalla sensibilità dei presidi. La legge, infatti, prevede che i ragazzi bisognosi di un sostegno possono fare lezione in classe con piccoli gruppi di compagni, due o tre a turno, ma alla fine spetta ai dirigenti scolastici di programmare e modulare l’attività educativa in presenza.  

A Roma, le scuole pubbliche stanno cercando di affrontare la situazione come possono. Le cose vanno a rilento e si procede in ordine sparso. C’è chi si è organizzato bene e per tempo (sono in pochi a dir la verità), come l’Istituto comprensivo Nitti, e chi invece, parandosi dietro a norme molto, forse troppo discrezionali, si attiene semplicemente alla lettera delle misure anti-Covid contenute nell’ultimo Dpcm approvato dal governo Draghi (il numero 30 del 13 marzo scorso), senza preoccuparsi dei possibili traumi a cui potrebbero andare incontro i bambini con handicap, ai quali si finisce col non riconoscere il diritto allo studio in un contesto di inclusione. Ma ci sono anche istituti, raccontano, che non hanno fatto nulla per dare una mano ai genitori con figli disabili.  

Certamente è difficile vivere la disabilità al tempo del Covid ma i genitori non cercano certo un parcheggio, nè hanno bisogno di essere ‘sgravati’, ma vogliono semplicemente che i loro figli continuino il percorso intrapreso, senza però rinunciare all’inclusione. ”Siamo proprio sicuri che stare in una classe da solo, entrare in una scuola vuota e rimanervi alcune ore collegato ad uno schermo di computer nel quale spuntano i volti dei suoi compagni sia una cosa buona?”, si chiede una mamma sconsolata che chiede l’anonimato.  

”L’inclusione è una filosofia, un concetto innanzitutto di tipo psicologico, non si improvvisa e la nostra scuola è inclusiva da tempo, interculturale per scelta e ha sempre valorizzato tutti i linguaggi”, assicura la preside del ‘Nitti’ Elisamarzia Vitaliano, che si è mossa in anticipo e una volta capito che si andava verso un nuovo lockdown non si è fatta trovare impreparata e già il primo giorno di chiusura della scuola alle famiglie ha comunicato le modalità di frequenza in presenza con piccoli gruppi di compagni. “Pubblicato in Gazzetta l’ultimo decreto Draghi anti Covid, sabato 13 marzo -assicura all’Adnkronos Vitaliano- ci siamo subito attivati: lunedì 15 abbiamo fatto una riunione tecnica, martedì siamo partiti con la dad per tutti e mercoledì abbiamo iniziato l’attività in presenza per i più fragili”.  

Su un totale di 1180 alunni suddivisi in tre plessi (due di primarie e uno di secondaria di primo grado), spiega, 43 hanno delle disabilità e la patologia più diffusa è l’autismo. “Io li chiamo bambini speciali e sono loro -avverte la dirigente scolastica dell’I.C. Nitti- ad essere più penalizzati soprattutto in una emergenza pandemica come questa e che rischiano di subire ferite più profonde senza un’inclusione vera ed completa. In questi giorni ognuno viene accolto in classe dal docente di sostegno e, nei casi più problematici, anche da un educatore, cosiddetto Oepa: per loro è stato creato un percorso educativo personalizzato, tagliato su misura, con quattro laboratori, alternativi al linguaggio verbale e della durata di un’ora ciascuno (motoria, musica, arte e l’orto allestito all’esterno), che possono essere frequentati dal lunedì al venerdì”. 

”Dei 23 bambini con disabilità della primaria -racconta Vitaliano- hanno aderito alle lezioni in presenza in dieci, mentre dei 20 della secondaria hanno scelto di seguire il nostro percorso formativo in 8 e tutti hanno la possibilità di stare in aula con due-tre compagni di classe”. Non c’è stato nessun problema a trovare genitori disponibili a mandare i propri figli normodotati (nelle ore in cui non erano impegnati nella Dad) a seguire le lezioni in classe con i compagni portatori di disabilità. ”Quando l’inclusione è nel dna della scuola -spiega la preside dell’I.C. Nitti- basta chiedere e tutto si risolve con una semplice nota mandata ai genitori. La risposta dei papà e delle mamma è stata pronta, come sempre, e così abbiamo formato i gruppi per garantire turni di due-tre compagni di classe per ogni bimbo speciale”.  

Anche l’Istituto comprensivo Parco della Vittoria si è adeguato, ma c’è voluta una settimana dall’ultimo Dpcm Covid per mettersi in carreggiata: da lunedì scorso, infatti, gli alunni con disabilità hanno iniziato ad andare a scuola insieme a due-tre compagni, che restano collegati alla lezione on line.  

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