Conti pubblici, peggiora scenario: sentiero e tempi stretti nuovo governo


Revisione al ribasso della crescita, verso rialzo delle stime su deficit e debito rispetto ad aprile. La Nadef a politiche invariate che il governo punta ad approvare entro giovedì tratteggerebbe per il 2023 uno scenario economico in peggioramento rispetto alle previsioni di aprile a causa del perdurare della guerra e dei rialzi dell’inflazione.  

A quanto si apprende, con la Nota di aggiornamento al Def verrebbe tagliata la stima del pil tendenziale del prossimo anno sotto l’1%, probabilmente tra lo 0,7 e lo 0,8% rispetto al 2,3% tendenziale e al 2,4% programmatico. Questa revisione impatterebbe il denominatore del deficit e del debito con relativo rialzo. La crescita 2022 chiuderebbe invece con una stima in miglioramento sopra il 3% dal 2,9% a politiche invariate indicato ad aprile e il 3,1% programmatico.  

Il peggioramento del prodotto interno lordo per il prossimo anno comporterebbe circa 20 miliardi di deficit in più portando l’asticella del rapporto con il pil a quasi il 5% contro il 3,7% tendenziale e il 3,9% programmatico del Def di aprile. Su questa scia nel 2023 peggiorerebbe anche la previsione sul debito pubblico in rapporto al pil salendo oltre la stima tendenziale del 145% indicata ad aprile e la 145,2% programmatica. Non è detto che però non continui a calare rispetto al 2022: le stime del Def indicano per quest’anno 146,8% tendenziale e 147% programmatico.  

Fatta la Nadef, il governo redigerebbe anche il Documento programmatico di Bilancio da trasmettere a Bruxelles entro metà ottobre indicando solo le spese indifferibili e la spesa corrente. Intanto il 13 ottobre ci sarebbe la prima riunione delle Camere. Toccherebbe poi al nuovo governo presentare la manovra e trasmetterla al Parlamento per l’esame da concludere entro il 31 dicembre.  

A questo punto ci sarebbero varie ipotesi sul tavolo. Tra queste, la possibilità che l’esecutivo vari una manovra light in linea con il Dpb per un esame rapido in Parlamento e poi destinare ad un decreto legge gli interventi per il 2023, con eventuali scostamenti o, tra le altre ipotesi, quello di varare la manovra vera e propria ma con un iter che si preannuncerebbe al cardiopalma per scongiurare l’esercizio provvisorio in caso di mancato via libera entro l’ultimo dell’anno.  

Ma ad essere ristretti non sono solo i tempi ma anche il sentiero entro il quale l’esecutivo potrebbe muoversi. Per confermare le misure minime necessarie servirebbero quasi 30 miliardi. A occhio e croce infatti per rinnovare fino a marzo le misure contro il caro-bolletta dei decreti Aiuti servirebbero circa 14 miliardi; per l’indicizzazione delle pensioni ai rialzi dell’inflazione fino a 10 miliardi; per il taglio del cuneo fiscale 3,5 miliardi. Se poi si varassero anche la flat tax, le misure per azzerare la riforma Fornero e il rafforzamento del cuneo fiscale promessi in campagna elettorale da FdI, Lega e Forza Italia il conto lieviterebbe.  

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