Connect with us

Coronavirus

Commissione Ue autorizza primo vaccino per over 60 contro virus sinciziale

Published

on

Considerando che la prevenzione dell'infezione da Rsv nella popolazione anziana è di grande interesse per la salute pubblica, la Commissione ha accelerato l'ok

(Fotogramma)

La Commissione europea ha autorizzato il primo vaccino per proteggere gli adulti, dai 60 anni d’età in su, dalla malattia del tratto respiratorio inferiore causata dal virus respiratorio sinciziale (Rsv). Questa decisione, evidenzia la Commissione in una nota, segna un passo importante ed era molto alla luce dell’aumento delle infezioni da Rsv nell’UE lo scorso inverno. Il vaccino Arexvy, ora autorizzato in tutta l’Unione europea, contribuirà a rafforzare la risposta immunitaria al virus. L’autorizzazione segue una valutazione rigorosa nell’ambito del meccanismo di valutazione accelerata dell’Ema. Considerando che la prevenzione dell’infezione da Rsv nella popolazione anziana è di grande interesse per la salute pubblica, la Commissione ha accelerato l’ok.

“Questo è il primo vaccino che abbiamo autorizzato contro l’Rsv e speriamo che prevenga alcuni dei problemi riscontrati lo scorso inverno – commenta Stella Kyriakides, commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare – La pandemia di Covid ha mostrato chiaramente la necessità di un’azione decisiva per preparare meglio l’Ue alle minacce sanitarie emergenti, questo è un principio fondamentale della forte Unione europea della salute che stiamo costruendo. Alla luce della minaccia rappresentata dall’Rsv, oggi abbiamo autorizzato in via prioritaria il primo vaccino per proteggere i cittadini più anziani dell’Ue – sottolinea – da un’importante minaccia per la salute. Incoraggio ora gli Stati membri a muoversi rapidamente su questa autorizzazione e definire strategie nazionali di vaccinazione in modo che le persone più a rischio possano accedervi nei prossimi mesi prima della prossima stagione autunnale”.

Lo scorso 31 ottobre la Commissione ha già autorizzato nell’Ue l’anticorpo monoclonale nirsevimab per la prevenzione delle malattie del tratto respiratorio inferiore da Rsv nei neonati e nei lattanti quando il rischio di infezione è più elevato.

Sbircia la Notizia Magazine unisce le forze con la Adnkronos, l'agenzia di stampa numero uno in Italia, per fornire ai propri lettori un'informazione sempre aggiornata e di alta affidabilità.

Coronavirus

“Io usato per giustificare spazio a no vax”, il post di Galli su Rai e caso Citro della Riva

Published

on

L'infettivologo: "Ignobile trappola, trattandosi di Rai Radio 1 sono stato meno prudente di quanto sarebbe stato necessario"

“Considero, per quanto mi riguarda, che si sia trattato di un’ignobile trappola, in cui sono stato usato per ‘giustificare’ lo spazio dato al no vax. Trattandosi di Rai Radio 1, il servizio pubblico, sono stato meno prudente di quanto sarebbe stato necessario”. Così su X l’infettivologo Massimo Galli torna sulla sua partecipazione alla trasmissione ‘Giù la maschera’ su Rai Radio 1, condotta da Marcello Foa, dove era ospite anche il medico Massimo Citro della Riva che ha parlato di cure non assicurate ai malati di Covid e di presunti pericoli dei vaccini.

“Da decenni, fin dai tempi in cui imperversavano i negatori di Hiv/Aids – ricorda Galli – ho sistematicamente rifiutato di confrontarmi pubblicamente con i sostenitori di posizioni antiscientifiche”.

Continue Reading

Coronavirus

Covid e scuola, Vaia: “No al ritorno di mascherine e Dad”

Published

on

Il direttore della Prevenzione del ministero della Salute: "Istituito tavolo tra ministeri. Contagi? Abbastanza contenuti"

“Bisogna evitare assolutamente il ritorno delle mascherine a scuola e della Dad” contro il Covid “per fare questo abbiamo istituito un tavolo interdisciplinare tra ministero della Salute, Istruzione e merito, Pubblica amministrazione e con il ministero del Lavoro per verificare insieme quali misure adottare per dare serenità ai ragazzi, al corpo docente e non docente e ai famigliari a casa”. Lo ha detto al Tg1 il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Francesco Vaia.

“Dai primi dati in nostro possesso – ha aggiunto Vaia – rileviamo un aumento abbastanza contenuto dei contagi da Covid-19, ben al di sotto sia in termini percentuali che assoluti di quanto alcuni temevano”.

Continue Reading

Coronavirus

Fed lascia i tassi invariati: “Pronti ad alzarli se necessario”

Published

on

Non si esclude un possibile nuovo aumento entro l'anno

Il presidente della Fed, Jerome Powell  - Afp

Il Federal Open Market Committee (Fomc) della Federal Reserve (Fed) degli Stati Uniti lascia invariati i tassi nel range compreso tra il 5,25% e il 5,50%. Con questa decisione la Fed interrompe il percorso di inasprimento della politica monetaria dopo l’aumento di 25 punti base di luglio. Dall’inizio della sequenza iniziata nel marzo del 2022 ci sono stati undici aumenti, che ha portato il prezzo del denaro al livello più alto dal gennaio 2001.

La Fed non esclude tuttavia la possibilità di un ulteriore aumento dei tassi: i banchieri centrali infatti spostano l’attenzione su quanto a lungo manterranno i tassi alti e quando decideranno che sono stati compiuti progressi sufficienti nella lotta all’inflazione. La Fed prevede che l’economia statunitense crescerà del 2,1% quest’anno, in aumento rispetto all’1% previsto solo pochi mesi fa e ha migliorato le aspettative per quanto riguarda il mercato del lavoro e ora si aspettano che il tasso di disoccupazione scende al 3,8% nel 2023, in calo rispetto alla precedente previsione del 4,1%.

I banchieri centrali, invece, hanno leggermente rivisto al ribasso le loro aspettative di un rallentamento dell’inflazione quest’anno. E ora prevedono di mantenere i tassi più alti più a lungo, con le nuove proiezioni che mostrano meno tagli dei tassi nel 2024 e nel 2025 rispetto alle stime precedenti. “Gli indicatori recenti suggeriscono che l’attività economica si è espansa a un ritmo sostenuto”, si legge in una nota della Fed. “L’aumento dei posti di lavoro è rallentato negli ultimi mesi ma rimane forte, e il tasso di disoccupazione è rimasto basso. L’inflazione rimane elevata”. “Le condizioni creditizie più restrittive per le famiglie e le imprese – sottolinea la Fed – probabilmente peseranno sull’attività economica, sulle assunzioni e sull’inflazione. La portata di questi effetti rimane incerta”.

Ora, spiega il ‘Washington Post’, il dibattito interno alla Fed ruota attorno all’opportunità di mantenere i tassi stabili o continuare a spingerli verso l’alto entro la fine dell’anno. Molto dipenderà da come si evolverà l’economia nei prossimi mesi e se eventuali nuovi shock ostacoleranno l’attento esame del mondo post-covid da parte della Fed.

“La Fed è pronta ad alzare ulteriormente i tassi se appropriato”, ha quindi affermato il presidente della Fed, Jerome Powell nel corso della conferenza stampa al termine della riunione della Fomc, sottolineando che “la Fed farà tutto il necessario per raggiungere gli obiettivi del suo mandato che sono la stabilità dei prezzi e la massima occupazione”. L’economia statunitense “sta crescendo a un ritmo sostenuto e quest’anno il pil Usa dovrebbe crescere del 2,1%”.

Per il futuro l’obiettivo della Fed, sottolinea Powell, “è quella di fare delle valutazioni meeting per meeting” : “Vogliamo vedere i dati e vogliamo prove convincenti che ci indichino che l’inflazione si sta muovendo nella direzione auspicata”.

Continue Reading

Coronavirus

Turismo, dopo il Covid nel 2023 in calo flussi interni, pesano anche i costi

Published

on

Il Rapporto a cura di Roberta Garibaldi

Turismo, dopo il Covid nel 2023 in calo flussi interni, pesano anche i costi

Dopo il Covid si sperava in una nuova forma di turismo sostenibile, con meno overtourism, più viaggi nel proprio Paese. Tuttavia, dopo un 2022 di revenge tourism, nell’estate 2023 è cresciuta la domanda di voli aerei, la presenza di turisti internazionali, ma si ha avuto un calo dei flussi interni, in seguito all’aumento generalizzato dei costi. I turisti italiani sono spesso la base del mercato: anche se i visitatori internazionali di solito spendono di più, sono gli italiani che viaggiano tutto l’anno e visitano le aree interne. A evidenziarlo il Rapporto Turismo Enogastronomico e Sostenibilità, a cura di Roberta Garibaldi (docente di Tourism Management presso l’Università degli studi di Bergamo, presidente dell’Associazione Italiana Turismo Enogastronomico e vicepresidente della Commissione Turismo dell’Ocse), con i contributi dei maggiori esperti nazionali e internazionali e il supporto di Unioncamere e Rete Valpantena.

In Italia il 47% degli arrivi di stranieri si concentra in sole sei province: Venezia (12%), Bolzano e Roma (9%), Milano (6%), Verona e Firenze (5%), mentre gli italiani hanno una distribuzione molto più omogenea. Cosa è accaduto? La prima risposta è stata che recarsi all’estero costa meno, ma in realtà ciò che stiamo vedendo è un cambiamento significativo, con la classe media che continua ad avere stipendi accettabili e andare in vacanza (anche all’estero), mentre chi ha un reddito inferiore o è disoccupato vede erodersi rapidamente il proprio potere d’acquisto e rinuncia al viaggio. E’ una tendenza europea. Nel Regno Unito, ad esempio, nel 2022 il reddito è sceso del 7,5% per 14 milioni di persone, mentre è aumentato del 7,8% per i più ricchi. Viaggiare per gli spagnoli in Spagna è aumentato del 25% dal 2019, mentre il reddito medio solo del 4,6%; è quindi sceso il turismo domestico di circa il 5%.

“Il Rapporto evidenzia, da una parte, il cambiamento della domanda, con un consumatore sempre più orientato verso una condotta sostenibile che porta a scelte precise di destinazione, attività svolte e conseguenze socio-ambientali”, afferma Roberta Garibaldi. “E, dall’altra, la necessità di un cambio di passo a livello di visione strategica dell’offerta. Si avverte il bisogno di azioni politiche in grado di gestire i flussi in modo più sostenibile, rilanciare in ottica green e social le economie del cibo dalla produzione al consumo. In sostanza, passare all’azione”, spiega.

Non solo. Il turista mostra una minore attenzione verso il rispetto dell’ambiente e il contenimento degli sprechi e dei consumi in viaggio. Il 65% (76% nel 2021) dichiara di evitare sprechi di cibo in hotel e nei ristoranti, il 54% (contro il 75%) di essere rispettoso dell’ambiente, il 51% (contro il 61%) di non mettere a lavare ogni giorno gli asciugamani nelle strutture ricettive, il 27% (contro il 51%, per un calo di ben 24 punti) di usare mezzi pubblici o biciclette per muoversi nella destinazione. È dimostrato che, spesso, alle dichiarazioni non corrisponde un effettivo comportamento, c’è quindi bisogno di aiutare chi viaggia, informandolo in modo semplice e trasparente e supportandolo nelle scelte.

Ma si aprono anche nuovi scenari, il turismo enogastronomico può muovere i visitatori verso aree di grande fascino, ma accessibili. Riducendo la distanza tra aree urbane (o ad alto afflusso) e rurali (a minore afflusso) si crea valore economico, sociale e culturale. Ad esempio, col lavoro di Franco Pepe a Caiazzo, gli arrivi e le strutture in questo paese dell’entroterra casertano sono quasi raddoppiati nel periodo 2018-2022 (+93% e 89%). Come creare queste connessioni? Un piano integrato di sviluppo, trasporti più facili, prenotazioni digitali, promozione a livello internazionale.

Passando per la creazione di hub enogastronomici, spazi polifunzionali di accesso al patrimonio locale e itinerari turistici alla scoperta dei borghi minori e della loro cultura culinaria. Chi governa il turismo dovrebbe supportare l’adozione di approcci sostenibili anche attraverso azioni di soft power – modifiche normative, formazione, scambio di conoscenze, momenti di valorizzazione delle buone pratiche locali anche con premi ad hoc – e incentivi. Ed accrescere la propria visibilità (e reputazione) come meta enogastronomica sostenibile adottando una strategia di comunicazione coerente ed omnicanale verso l’esterno.

Continue Reading

Coronavirus

Tumori e vaccini a mRna, a che punto siamo

Published

on

Per uno dei vaccini, a inizio 2024 via alla sperimentazione di fase 3

Laboratorio di analisi (Fotogramma)

La promessa dei ‘farmaci viventi’ contro il cancro sarà mantenuta? Non manca molto tempo per scoprirlo, se si considerano i vaccini a mRna – oltre 40 – per diversi tipi di tumori che in questo momento si trovano ai test sull’uomo nel mondo. Alcuni sono in fase avanzata di sperimentazione. E nel 2024 il primo – quello contro il melanoma di Moderna – dovrebbe entrare in fase III, la più importante, che precede le richieste di autorizzazione alle agenzie regolatorie. Mentre gli esperti aspettano cautamente che i dati si consolidino, su questa “tecnica promettente” si accendono i riflettori a Milano in occasione di Cicon23, l’International Cancer Immunotherapy Conference, alla quale da oggi partecipano oltre mille tra clinici, ricercatori, rappresentanti di associazioni e del biotech provenienti da tutti i continenti.

I vaccini anti-cancro a mRna sono uno dei temi sul tavolo. Ma il confronto fra gli esperti spazierà per approfondire tutte le nuove frontiere della immunoterapia del cancro, approccio terapeutico che sfrutta il sistema immunitario per combattere ed eliminare le cellule tumorali. Fra gli oltre 40 relatori anche il premio Nobel per la Medicina James Allison. E nel programma figurano oltre 600 lavori da scienziati di 38 nazioni, che faranno il punto sui più importanti dati ottenuti in clinica e in laboratorio. Inevitabile che sulla scia dei risultati sul fronte Covid crescesse l’attesa sull’applicazione dell’mRna in campo oncologico. Si stima che i vaccini a mRna, dopo quasi 20 anni di studi e ricerche, potrebbero essere pronti a entrare in clinica nel giro di pochi anni.

“Si può ipotizzare una data che è quella legata alla sperimentazione di fase 3, che per uno di questi vaccini comincerà a inizio 2024. Se quando questa fase finirà verranno confermati i risultati, a quel punto la procedura di accettazione di enti regolatori come l’americana Fda, l’europea Ema e l’italiana Aifa dovrebbe essere abbastanza rapida. Consideriamo quindi almeno altri 3 anni, minimo”, prospetta Pier Francesco Ferrucci, direttore dell’Unità di bioterapia dei tumori all’Istituto europeo di oncologia e presidente del Network italiano per la bioterapia dei tumori (Nibit), una delle società scientifiche organizzatrici dell’evento. Ma è ancora il momento della cautela. Perché il trial sul melanoma che ha fornito i primi risultati – positivi – al momento ha “ancora un follow-up piuttosto breve e un numero basso di pazienti trattati, 107. Quindi la potenza statistica è attualmente bassa. E questo ci deve far stare attenti e cauti. Ma la tecnica è molto promettente per il razionale che ne ha permesso lo sviluppo e perché è trasversale a diverse patologie”, ammette l’esperto.

I vaccini anti-cancro a mRna “sfruttano la stessa tecnologia adottata per il Covid – spiega Ferrucci -. Si avvalgono dell’Rna messaggero (mRna), una sorta di ‘postino’ che trasmette importanti informazioni alle cellule. Per i vaccini anti-cancro si utilizzano mRna sintetici progettati per istruire il sistema immunitario a riconoscere una proteina chiamata neoantigene, espressione di una mutazione genetica avvenuta nella cellula malata. Si tratta di una specie di ‘impronta digitale’ specifica e personale, presente nelle cellule tumorali di quel paziente. I vaccini antitumorali a mRna personalizzati sono quindi progettati ‘su misura’, con lo scopo di innescare il sistema immunitario a uccidere selettivamente ed esclusivamente le cellule tumorali in quel paziente e nei pazienti in cui i tumori esprimono la stessa mutazione”.

Attualmente sono in corso sperimentazioni in diverse patologie tumorali: oltre al melanoma, il tumore della prostata, il tumore polmonare non a piccole cellule, il tumore mammario triplo negativo, il tumore colorettale e altri tumori solidi. “L’elenco è ovviamente destinato ad aumentare in modo esponenziale”, evidenzia Ferrucci. A fare il punto sul vaccino a mRna contro il melanoma sviluppato da Moderna sarà Jeffrey Weber, professore di Oncologia e vicedirettore del Nyu Langone Perlmutter Cancer Center. I dati a 2 anni dalla somministrazione di questo vaccino mostrano una riduzione del rischio di recidiva o morte del 44% in chi lo ha ricevuto in combinazione con la ‘tradizionale’ immunoterapia.

E sempre al Cicon23 farà il punto anche Özlem Türeci, co-fondatrice dell’azienda biofarmaceutica BioNTech, che da decenni studia i vaccini a mRna contro i tumori e, sull’onda dell’esperienza maturata con gli anti-Covid, ha disegnato vaccini ad mRna ancora più efficaci contro tumori come il melanoma, il cancro del colon retto e del pancreas. “I vaccini – analizza Anna Mondino, componente del direttivo Nibit e responsabile dell’Unità di attivazione linfocitaria all’Irccs San Raffaele di Milano – funzionano perché vengono riconosciuti dai linfociti T. Cellule che, una volta attivate e acquisita la capacità di uccidere il tumore, sono anche in grado di redistribuirsi nel nostro organismo tramite i vasi. Quindi la capacità di riconoscere una metastasi lontana dal sito primario” del tumore “è legata al fatto che questi sono veri e propri farmaci viventi: migrano, cercano e hanno una molecola sulla loro superficie che quando trova il target lo riconosce, tanto che questo processo è stato definito il ‘bacio della morte'”. Ed è una capacità duratura? “Dipende. Se i vaccini sono fatti bene sì perché si stabilisce una risposta di memoria”, spiega.

“L’era dei vaccini a mRna nella lotta al cancro è solo agli inizi – dice Ferrucci – ma è altrettanto importante ricordare che non è l’unica strada promettente nel settore dell’immunoncologia, che si avvale anche di diverse altre strategie in fase di studio”. Gli obiettivi sono molteplici, elenca Mondino: “Capire i meccanismi che il tumore usa per sfuggire al controllo del sistema immunitario, individuare strategie capaci di rendere le nuove terapie più efficaci nel maggior numero possibile di pazienti e identificare il momento migliore per la loro somministrazione. Per questo sono previste sessioni dedicate alle nuove tecnologie che consentono di studiare le singole cellule e la loro localizzazione nel tessuto, in modo da generare così una carta d’identità del tumore stesso. Parleremo anche di elaborazione di Big Data con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e di come poter identificare l’opzione immunoterapeutica più adeguata per il paziente”.

Missione: medicina a misura di paziente. Tornando all’mRna, “è stato possibile sviluppare un vaccino che può essere veramente personalizzato e personalizzabile”, rimarcano gli esperti. E “medicina personalizzata – osserva Antonio Sica, segretario del Nibit, direttore di Patologia generale all’università del Piemonte Orientale e del Laboratorio di patologia e immunologia molecolare all’Irccs Humanitas di Rozzano (Milano) – vuol dire fare il profilo molecolare del tumore in quel singolo paziente. E per fare ciò c’è stata un’esplosione delle tecnologie cosiddette ‘omiche’ che permettono di caratterizzarlo a livello molecolare. Queste informazioni vengono utilizzate per costruire il vaccino”. Interessante, continuano gli specialisti, “è che ci sono vaccini condivisi tra diversi pazienti, un pannello di neoantigeni condivisi, in altre parole una base pronta da dare in vaccino”.

Ci sono, aggiunge Mondino, “dei test diagnostici facili e la somministrazione del vaccino è simile a quella del Covid. Se vogliamo fare l”impronta molecolare’ del singolo paziente, adesso servono centri specializzati in grado di fare la sequenza del suo tumore, ma i costi e la tecnologia stanno andando molto avanti e diventerà sempre più facile. Quello che 10 anni fa era impensabile adesso è pratica clinica. Questo potrebbe dunque essere un approccio sostenibile”. In futuro, prevede Sica, “si arriverà a una personalizzazione sempre maggiore”. E cruciale è anche quando e a chi fare il vaccino, conclude Mondino: “Ora si tende a farlo in adiuvante, e in una situazione in cui il sistema immunitario del paziente è capace di rispondere. Scegliere la finestra giusta e il paziente giusto è davvero importante”.

Continue Reading

Coronavirus

Vaccini, allo studio ‘scudo’ a mRna contro la malattia di Lyme

Published

on

La ricerca negli Usa contro la malattia trasmessa dalle zecche

Zecche responsabili della trasmissione della malattia d Lyme - 123RF

Allo studio negli Usa un vaccino a mRna contro la malattia di Lyme, l’infezione trasmessa dalle zecche. Secondo i ricercatori dell’Università della Pennsylvania che lo stanno sviluppando e lo hanno testato per ora su modelli animali, il prodotto – basato sulla stessa tecnologia dei vaccini anti-Covid – può prevenire l’insorgenza della malattia di Lyme e rappresentare “un potente strumento per ridurre il numero di casi”.

Il batterio che causa la malattia di Lyme si chiama Borrelia burgdorferi, viene trasmesso attraverso la puntura di zecche infette e può dare febbre, mal di testa, affaticamento ed eruzioni cutanee. Se non trattata, l’infezione può diffondersi alle articolazioni, al cuore e al sistema nervoso. Benché nella maggior parte dei casi la malattia si risolva con qualche settimana di antibiotici, alcuni pazienti sviluppano la cosiddetta sindrome della malattia di Lyme post-trattamento, che può provocare sintomi persistenti come forti dolori articolari e problemi neurocognitivi. Vaccini anti-Lyme esistono per i cani, ma non ancora per l’uomo. “I batteri sono organismi più complessi dei virus e quindi può essere più difficile sviluppare vaccini efficaci per contrastarli”, spiega il microbiologo Norbert Pardi, autore senior dello studio pubblicato su ‘Cell’. In questo caso “siamo stati in grado di identificare un bersaglio per un vaccino a mRna che mostra risultati promettenti nella prevenzione dell’infezione da B. burgdorferi nei modelli animali”.

Insieme a Drew Weissman, pioniere dei vaccini a mRna, Pardi e colleghi hanno individuato come target una proteina detta OspA, presente sulla superficie di B. burgdorferi e conservata in molteplici ceppi del batterio. Nei test sui modelli animali, dopo una singola somministrazione, il vaccino sperimentale ha indotto “una forte risposta di anticorpi e cellule T antigene-specifici” che potrebbe proteggere dalla Lyme. Il prodotto ha suscitato inoltre “una forte risposta delle cellule B di memoria”, che potrebbe aiutare a prevenire l’infezione da B. burgdorferi anche molto tempo dopo l’inoculo. Il progetto è finanziato dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid) americano, dalla Steven and Alexandra Cohen Foundation, dall’Howard Hughes Medical Institute Emerging Pathogens Program e dal Burroughs Wellcome Fund.

Continue Reading

Coronavirus

Olio, Di Mino: “Produzione dimezzata per siccità e grandine ma qualità è salva”

Published

on

L'Azienda siciliana a 15 km dalla Valle dei Templi produce un olio pluripremiato, 8mila bottiglie e 4 etichette

Una veduta degli uliveti di Francesco Di Mino

Conto alla rovescia per la raccolta delle olive nell’azienda siciliana pluripremiata per il suo olio extravergine di oliva biologico, quella di Francesco Di Mino, a 15 chilometri da Agrigento. Ma già si paventa una produzione dimezzata per il clima. “Sarà una brutta annata anche quest’anno a causa dei cambiamenti climatici e riteniamo che saremo al 50% della produzione ed inoltre, le olive sono piccole”, anticipa Di Mino intervistato dall’Adnkronos sull’andamento dell’olio di oliva a fronte del calo produttivo in Italia del 27% e degli aumenti dei prezzi del 37%, secondo stime recenti.

“In Sicilia abbiamo avuto una grande siccità, non piove da aprile tranne qualche episodio in cui è venuta giù la grandine, – spiega – poi abbiamo avuto vento di scirocco che ha portato via tanti fiori (e quindi frutti) e, come se non bastasse, caldo torrido a luglio”. Ed è così che quest’anno dopo un’annata 2022-2023 brutta si teme il peggio in attesa di andare sul campo a raccogliere le olive e vedere le rese.

“Stiamo aspettando qualche altro giorno, il momento giusto – spiega – perché per un olio naturale e di alta qualità come il nostro non c’è una regola, ci basiamo sull’esperienza, quella mia e del mio collaboratore” racconta Di Mino, di professione ingegnere, che da tre anni “si è lanciato in questa avventura” dopo la scomparsa del padre a marzo 2020, che già coltivava olivi per un olio destinato al consumo familiare. “Questo olio è nato quasi come un tributo a mio padre, e così mentre si diffondeva il covid, mentre tutti si chiudevano io ho reagito al contrario aprendomi”.

Venti ettari in collina, 5mila piante, l’azienda Di Mino si affaccia sulla Valle dei templi di Agrigento, tra Grotte e Favara. La produzione è di 8mila bottiglie, che quest’anno saranno superate, con 4 etichette di olio bio da diversi cultivar: Nocellara del Belice, Biancolilla, Coratina e un blend, con quattro intensità di fruttato diversi dal più leggero al più forte. “Senza conoscere nessuno ho cominciato a mandare il mio olio partecipando a premi prestigiosi e ho preso medaglie d’oro ovunque a Berlino, a New York, Parigi senza contare che il Gambero Rosso lo ha considerato il miglior olio Igp d’Italia nel 2023 e nel 2022 ha conquistato le 3 foglie sempre del Gambero Rosso”. L’olio Evo Igp Sicilia Contrada Scintilia Nocellara da due anni ha conquistato anche le 5 gocce della Fondazione Italiana Sommelier.

Continue Reading

Coronavirus

Animali, Babiceanu (Royal Canin): “Uffici pet friendly sono nel nostro Dna”

Published

on

Cosìl la General manager di Royal Canin Italia, a margine del workshop 'Pet vibes, better office', organizzato da Mars, Royal Canin ed AniCura

Animali, Babiceanu (Royal Canin):

“Da sempre Royal Canin ha l’obiettivo di creare un mondo migliore per cani e gatti. Siamo infatti convinti che loro migliorano la nostra vita e noi dobbiamo fare altrettanto con la loro. Diamo vita alla nostra missione lavorando da cinquant’anni per la salute dei nostri pet, creando soluzioni nutrizionali precise, su misura e complete e sviluppando un sistema più a misura di pet. Ne sono un esempio i nostri uffici pet friendly, da sempre parte del Dna del Gruppo”. Così Geanina Babiceanu, General manager di Royal Canin Italia, a margine del workshop ‘Pet vibes, better office’, organizzato da Mars, Royal Canin ed AniCura. L’incontro è stato l’occasione per presentare i risultati dell’indagine condotta da SWG su commissione di Gruppo Mars ed intitolata ‘Gli uffici pet friendly nell’era odierna, post pandemia’. Produttività aumentata, riduzione dello stress e maggiore attrattività dell’azienda sono solo alcuni dei benefici derivanti dalla possibilità di portare in ufficio i propri amici a quattrozampe ed evidenziati dalla survey.

Con la pandemia da Covid-19, il numero di famiglie italiane che hanno un animale domestico è cresciuto in modo importante. Si contano ora infatti circa 10 milioni di gatti e 9 milioni di cani. Anche il rapporto e le attenzioni che abbiamo nei confronti degli amici a quattrozampe si sono modificati, come sottolinea Babiceanu: “Da qualche anno siamo legati più profondamente ai nostri pet, sono parte integrante della famiglia e siamo più attenti alla loro salute ed ai loro bisogni. Mostriamo maggior rispetto verso le loro esigenze e siamo più consapevoli dell’energia positiva che portano nelle nostre vite. Aprire le porte dell’ufficio è una pratica virtuosa, un gesto importante di attenzione dell’azienda per il work life balance dei dipendenti e anche un investimento sicuro in termini di ingaggio e benessere sul posto di lavoro”.

Oltre a incoraggiare i loro associati a portare i cani in ufficio, è stato sviluppato un piano di educazione e formazione per aumentare la conoscenza riguardo cani e gatti: “Ad esempio, a giugno – ha concluso la General manager di Royal Canin Italia – abbiamo organizzato per gli associati e i loro bambini la prima “Healthy pet week”, una settimana dedicata al benessere e alla salute di cani e gatti, durante la quale abbiamo parlato di adozione consapevole, di corretta comunicazione con cani e gatti e di gestione sana del peso”.

Continue Reading

Coronavirus

Pediatria: bronchioliti sempre più gravi causa varianti Vrs, studio Sapienza-Iss

Published

on

I risultati di uno studio dell'università Sapienza di Roma in collaborazione con il Dipartimento di Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità

Una visita in un pronto soccorso pediatrico - FOTOGRAMMA

Negli ultimi anni sono aumentati i casi gravi di bronchiolite nei bambini, e all’impennata hanno contribuito varianti del virus respiratorio sinciziale (Vrs), responsabile della malattia. Lo suggeriscono i risultati di uno studio condotto dai virologi dell’università Sapienza di Roma, in collaborazione con il Dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità (Iss), pubblicato dal ‘Journal of Infection’.

La bronchiolite – ricorda una nota congiunta Iss-Sapienza – è una malattia spesso associata all’infezione da Vrs che può causare insufficienza respiratoria soprattutto nei bambini con età inferiore a un anno. È importante riuscire a comprendere perché alcuni di loro sviluppino forme cliniche molto gravi e tali da richiedere l’ospedalizzazione e ricovero in terapia intensiva. La caratterizzazione di questi casi, inclusa l’individuazione di ceppi virali che provocano un decorso severo dell’infezione, è di fondamentale importanza per una migliore gestione clinica e terapeutica dei pazienti e per l’utilizzo mirato di misure profilattiche già disponibili o disponibili a breve, come anticorpi monoclonali e vaccini anti-Vrs. La ricerca, finanziata da un progetto Ccm del ministero della Salute, ha analizzato i casi ospedalizzati per bronchiolite presso i reparti del Dipartimento materno infantile del Policlinico Umberto I nelle stagioni pre-pandemiche, durante e dopo la pandemia, utilizzando i dati della piattaforma di sorveglianza RespiVirNet dell’Iss.

I risultati hanno dimostrato che nell’autunno 2021 si è verificato un numero di ospedalizzazioni per bronchiolite da Vrs quasi doppio rispetto ai periodi pre-pandemici, probabilmente per effetto dell’allentamento delle misure di contenimento del virus. In particolare – dettaglia la nota – la malattia è stata causata principalmente da ceppi di Vrs sottotipo A, che circolavano anche prima della pandemia di Covid, e la gravità è stata simile a quella delle stagioni precedenti. Diversamente, le ospedalizzazioni per bronchiolite del 2022-2023, in numero simile all’anno precedente, sono state principalmente causate da nuove varianti genetiche di Rsv sottotipo B, associate a una maggiore severità della malattia se confrontata a quella delle stagioni precedenti, soprattutto per l’elevata necessità di supporto respiratorio e di ricovero in terapia intensiva.

“Un punto di forza delle nostre ricerche – spiega Guido Antonelli del Dipartimento di Medicina molecolare della Sapienza – è quello di aver svolto un’analisi virologica dettagliata su un numero elevato di pazienti pediatrici ospedalizzati per bronchiolite durante le ultime sei stagioni invernali dal 2018-2019 al 2022-2023. In tutti i bambini ricoverati è stata eseguita la caratterizzazione molecolare e il sequenziamento del ceppo di Vrs e un’analisi statistica dettagliata dei dati demografici e clinici associati a un maggiore rischio di forme gravi di bronchiolite”.

“Il nostro studio aggiunge nuovi elementi alla comprensione dei meccanismi patogenetici associati alle varianti di Vrs circolanti nel periodo post-pandemico. In effetti sembra che la maggiore severità della patologia e l’aumento degli ingressi in terapia intensiva riscontrato nei casi di Vrs sottotipo B, nel 2022-2023 non sono spiegabili solo dal debito immunitario associato ai periodi di lockdown”, spiegano Alessandra Pierangeli e Carolina Scagnolari, coordinatrici della ricerca condotta in collaborazione con il gruppo di pediatri diretti da Fabio Midulla e il coordinamento del Dipartimento di Malattie infettive dell’Iss diretto da Anna Teresa Palamara.

“Lo studio – sottolinea Palamara – evidenzia la necessità di rafforzare la sorveglianza epidemiologica a livello nazionale di Vrs, così come degli altri virus respiratori circolanti soprattutto nei mesi invernali, e di progetti di sequenziamento genomico integrati da studi che possano monitorare infettività e patogenicità delle varianti virali. Attraverso dati come quelli evidenziati da questo studio è possibile prevedere l’intensità dei picchi stagionali di casi di bronchiolite allo scopo di razionalizzare le risorse sanitarie”.

Continue Reading

Coronavirus

Fitness, passato il Covid ‘vade retro’ app, si riparte in palestra e con lezioni all’aperto

Published

on

Fitness, passato il Covid 'vade retro' app, si riparte in palestra e con lezioni all'aperto

“Il Covid è stato un vero e proprio disastro per il settore del fitness, ma nel 2022 i club hanno ripreso, recuperando quello che era stato perso. E nel 2023 c’è stato il recupero sia in termini di numero di clienti che di fatturato. Considerando che l’attività sportiva in palestra è strettamente stagionale, settembre-agosto, anche se siamo solo all’inizio la sensazione è molto positiva e con la speranza che ‘non rompano le scatole con il Covid'”. Lo dice in un’intervista all’Adnkronos/Labitalia Paolo Menconi, presidente di Ifo – International fitness observatory.

“Sia i gestori delle palestre che le persone-iscritti – sottolinea – non vogliono più sentire parlare di Covid, ci si vuole allenare senza usufruire delle app, ma andando in palestra allenandosi all’aperto. Molti iscritti pensano che nessuno può sostituire un istruttore in carne e ossa, la gente vuole il contatto fisico e la socializzazione che un’app a casa non può certo offrire”.

“Assistiamo infatti a un aumento – fa notare – dell’interesse dell’outdoor cioè un allenamento sempre guidato da un istruttore della palestra, però in un ambiente esterno la mattina e la sera. Questo è un servizio in più che i club, prima del Covid, non era così emerso chiaramente”.

Continue Reading

Articoli recenti

Post popolari

Il contenuto di questa pagina è protetto.