Centri commerciali, riaprire nel week end anche in zone arancioni


I centri commerciali, in base alla road map sulle riaperture, riapriranno il 15 maggio nei week end nelle zone gialle ma i rappresentanti di queste attività esprimono ancora qualche “perplessità” in merito al fatto che quelli nelle zone arancioni non potranno ancora ripartire a pieno ritmo. “Abbiamo visto la bozza in entrata ma non abbiamo ancora letto il testo ufficiale, lo aspettiamo, perché siamo piuttosto perplessi sul fatto che le aree gialle e arancioni, per quanto riguarda i centri commerciali, siano sempre state equiparate a livello di trattamento ma, nella bozza circolata si parla di riapertura dal 15 maggio nei festivi e prefestivi solo nelle aree gialle”, afferma Roberto Zoia, presidente di Cncc–Consiglio Nazionale dei Centri Commerciali, intervistato dall’Adnkronos all’indomani del Cdm che ha varato le nuove misure.  

Ed è per questo motivo che ieri pomeriggio “abbiamo chiesto assieme alle altre associazioni del commercio se fosse possibile equiparare nuovamente zona gialla e arancione anche a livello di riaperture” riferisce il presidente esprimendo altre perplessità per il fatto che in zona arancione ci si possa trovare con i centri commerciali chiusi e le persone riversate in strada e poi un’altra ancora, che riguarda i cinema.  

Quanto alle date per le riaperture un po’ di delusione è palpabile. “Viste le attività che potranno riaprire il 26 aprile avremmo anche sperato di poter anticipare l’apertura” aggiunge Zoia. “Siamo chiusi dal 3 novembre tutti i weekend e a questi giorni vanno sommati i giorni di chiusura totale in zone rosse. Dal primo lockdown la Lombardia, la regione più colpita, conta circa 178 giorni di chiusura per centri, parchi e gallerie commerciali e a livello nazionale la media è 140 giorni di chiusura”. “Siamo perplessi perché le perdite sul giro d’affari – spiega – sono significative per le imprese del commercio nell’ordine del -40% rispetto al 2019 e una conseguente diminuzione del fatturato annuo complessivo stimabile in 56 miliardi di euro. Numeri che mettono a repentaglio la tenuta delle aziende, con il rischio di forti ricadute occupazionali”.  

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