Attentato Sinagoga, marito e moglie feriti: “Quel giorno nessuna sorveglianza, ora vogliamo la verità”


Hanno ancora “molto netti” e “indelebili” i ricordi dei drammatici momenti dell’attentato alla Sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982, lo scoppio della prima bomba, il tentativo di fuggire con in braccio la loro bambina di appena tre mesi e poi la seconda esplosione. Eliana Pavoncello e Nessim Hazan, marito e moglie, sono tra la quarantina di feriti nell’attacco, di cui domenica ricorreranno 40 anni di anniversario, costato anche la vita al piccolo Stefano Gaj Taché, di appena due anni. Da anni convivono con il dolore delle schegge di quegli ordigni, che causarono ad Hazan anche la perdita di un occhio. 

“Il 9 ottobre lo passeremo con le nostre figlie, con i loro compagni e la nipotina, che messaggio di più dovremmo dare a chi voleva ucciderci? – sottolinea Pavoncello all’Adnkronos – Staremo ben lontani dalle fanfare, non fanno per noi”. “Le celebrazioni contano poco, conta di più che il fatto che piano piano il velo di ipocrisia, di menzogna, con grande difficoltà, si stia squarciando”, continua facendo riferimento ai documenti scoperti dalla studiosa della Shoah ed esperta di storia dell’Ebraismo Giordana Terracina.
 

“Dalle carte – osserva – emerge che era stata data notizia che ci sarebbe stato un attentato imminente contro un obiettivo ebraico, ma quella mattina non c’era nessuna sorveglianza. E’ inutile andare a cercare e condannare in contumacia Al Zomar (condannato, riuscì a fuggire all’estero senza scontare un solo giorno in galera ndr), è evidente che le responsabilità sono sì di gruppi palestinesi, ma un attentato del genere deve aver avuto coperture purtroppo interne e non solo di gruppi eversivi. Desidero che ci sia verità e che questa verità ci tolga dal silenzio e dall’oscurità a cui siamo stati condannati”.  

Novità potrebbero arrivare sul fronte giudiziario grazie alla riapertura dell’inchiesta da parte della procura di Roma: “Per me quello che è successo è abbastanza chiaro, che poi gli effettivi colpevoli e i mandanti siano condannati è tutto da vedere – spiega Pavoncello – Ma un’indagine e un intervento della magistratura possono essere salutati da noi feriti con grande sollievo; io credo nel lavoro della magistratura”. Su quanto accaduto aleggia poi la questione del cosiddetto ‘Lodo Moro’: “Sembra che si glissi su questo tema, io mi auguro con tutto il cuore che si possa fare chiarezza perché dobbiamo lasciare un mondo migliore ai nostri figli e nipoti”. 

Sulla stessa linea il marito: “Spero che stavolta venga fuori la verità – afferma – Nessuno non mi restituisce le menomazioni che ho avuto, ma almeno è un modo perché l’Italia si riscatti da quanto è stato fatto negli anni. Nessuno si deve vergognare della verità”, sottolinea Hazan che si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa: “Mi sarei aspettato un abbraccio almeno dalla mia comunità, invece io e mia moglie ci siamo sentiti messi da parte”. Il motivo? “Perché io dicevo la verità. Io colpevolizzo lo Stato perché secondo me, con il ‘lodo Moro’, si è venduto ad Arafat e ho l’impressione che la mia versione non piaccia”. “Lo Stato mi ha venduto, sento di essere stato oggetto di vendita, di accordi in cui ho rimesso la mia integrità fisica e psichica”, continua.  

Le menomazioni, il dolore, la sofferenza: la loro vita è rimasta segnata il 9 ottobre di quarant’anni fa. “Avevo in braccio la nostra prima figlia appena adottata, aveva tre mesi, le stavo dando il biberon con la mano sinistra perché sono mancina e questo l’ha protetta dal lancio della prima bomba. Mio marito è stato un eroe: ha avuto la prontezza di prendere la bambina e trascinarci via – racconta Pavoncello – Io non riuscivo a camminare perché ero piena di schegge alle gambe, è come avere improvvisamente lame di coltello che ti penetrano nella carne”. “Mentre stavamo scappando nel secondo portone, è scoppiata un’altra bomba davanti a noi: mio marito ha perso un occhio, eravamo tutti coperti di sangue e io sono stata ferita alla testa – continua – ci hanno fatto cenno di entrare nell’ultimo portone e lì ci siamo accasciati”.  

Hazan immaginava quel sabato come “una giornata di felicità e gioia: eravamo riusciti a prendere in adozione una bambina di tre mesi ed era l’occasione per darle la benedizione in Sinagoga. Ma arrivato lì, ho visto qualcosa di strano rispetto alle altre volte, di solito c’erano le auto blindate della polizia, quel giorno invece non c’era nessuna sorveglianza né della comunità ebraica né dello Stato. Sono entrato in Sinagoga con uno stato d’animo poco tranquillo, avevo un presentimento”.  

“Una volta uscito ci sono state due-tre deflagrazioni di bombe, l’ultima mi ha rotto in due parti la mandibola, mi ha fatto perdere l’occhio destro e anche l’occhio sinistro era pieno di schegge – ricorda – E’ stato drammatico; io sono nato in Egitto e, dopo la guerra di Suez, nel ’58 scappammo in Italia per evitare di essere colpiti da mano araba. E’ il colmo perché proprio in Italia la mano araba mi ha colpito”. 

Le ferite riportate nell’attacco sono costate ad Hazan, all’epoca poco più che trentenne, una gravissima invalidità e anche l’impossibilità di coronare i suoi obiettivi: “Pur essendo laureato in giurisprudenza con voti massimi non riuscii a dare l’esame da procuratore perché avevo perso un occhio e l’altro era pieno di schegge: i medici non volevano che leggessi sforzando troppo la vista”.  

Al dolore, allo choc, con gli anni si sono sommate “rabbia e delusione”. “All’epoca avevo 27 anni e mio marito 33, la nostra prima figlia arrivata dopo sei anni di grandi sofferenze: ci saremmo aspettati un aiuto, un sostegno, anche solo una telefonata, invece c’è stato il silenzio assoluto. Lo dico senza polemica, è un dato di fatto”, sottolinea Pavoncello. “Ho molto sofferto di essere stata messa un po’ in disparte, ma ultimamente ho scoperto che questo essere accantonati non è una peculiarità mia e del nostro attentato, ma comune ad altri feriti, vittime e figli di vittime di attentati – spiega – Sto lavorando a un progetto corale, che vedrà la luce a breve, che parla di questa vittimizzazione secondaria, racconta storie e cerca di unire. Credo sia arrivato il momento di bussare alla porta e dire: noi ci siamo!”. 

(di Sara Di Sciullo) 

 

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