Cronaca
Roma, uova contro l'ambasciata dell'Iran: denunciate 2 attiviste
Roma, uova contro l'ambasciata dell'Iran: 2 denunciate
Roma, uova contro l'ambasciata dell'Iran
2 denunciate
Roma, sabato 4 aprile 2026. Davanti all'ambasciata della Repubblica islamica dell'Iran in via Nomentana 361 un presidio senza preavviso si è chiuso con la denuncia di due giovani di origine iraniana di 19 e 21 anni dopo il lancio di uova sulle superfici esterne della sede diplomatica. La polizia le ha identificate, accompagnate negli uffici del Commissariato Vescovio e denunciate per imbrattamento. Il gruppo presente sul posto è stato poi allontanato in pochi minuti. Il fatto materiale resta circoscritto. Il suo peso pubblico invece cresce perché tocca una sede diplomatica e arriva dentro una nuova ondata di esecuzioni in Iran.
La mobilitazione è nata per chiedere l'interruzione immediata delle impiccagioni eseguite negli ultimi giorni. Il riferimento diretto era alle esecuzioni del 4 aprile di Vahid Bani Amerian e Abolhassan Montazer. Fra il 30 e il 31 marzo erano già stati giustiziati Mohammad Taghavi e Akbar Daneshvarkar. Nella stessa sequenza rientrano anche Babak Alipour e Pouya Ghobadi. L'aggiornamento che rende il quadro ancora più duro è arrivato oggi, domenica 5 aprile: in Iran sono state annunciate altre due esecuzioni collegate alle proteste di gennaio. La protesta romana quindi va letta dentro una sequenza che, al momento in cui scriviamo, non si è fermata.
La sequenza di via Nomentana
I dati solidi sono questi. Il raduno si forma nella mattinata di sabato davanti all'indirizzo romano dell'ambasciata. Due giovani compiono il gesto simbolico contro l'esterno dell'edificio. Gli agenti arrivati dopo le prime segnalazioni le bloccano sul posto e le portano a Vescovio per l'identificazione e la denuncia. Sul numero complessivo dei presenti i resoconti pubblici usano fotografie diverse. Alcune verifiche descrivono il nucleo attivo in cinque persone. Altre allargano il presidio complessivo a circa una decina. La lettura più solida distingue tra chi ha partecipato materialmente all'azione e il gruppo più ampio che faceva da cornice.
La cornice giuridica che spiega la denuncia
La contestazione di imbrattamento non è un dettaglio marginale. L'articolo 639 del codice penale riguarda il deturpamento e l'imbrattamento di cose altrui e richiama espressamente anche i fatti commessi nel contesto di manifestazioni. Allo stato degli elementi pubblici il gesto sembra aver colpito superfici esterne senza che siano stati indicati danni strutturali di livello diverso. È per questo che la qualificazione emersa finora si ferma all'imbrattamento e aiuta a tenere separati il valore simbolico del gesto e la sua consistenza materiale.
Sulla stessa scena agisce poi una regola più alta del diritto interno. L'articolo 22 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche impone allo Stato ospitante un dovere speciale di protezione dei locali della missione contro intrusioni o danni e contro ogni turbativa della loro dignità. Conta anche il punto in cui avviene l'intervento. Le due attiviste vengono fermate all'esterno. È lì che lo Stato italiano deve impedire che la protesta superi la soglia della violazione del perimetro diplomatico, conservando nello stesso tempo l'inviolabilità della missione.
Il motivo immediato arriva dalle carceri iraniane
Chi ha promosso il presidio ha collegato la protesta alle esecuzioni che hanno scandito l'inizio di aprile. I nomi che hanno fatto esplodere la tensione a Roma sono quelli di Vahid Bani Amerian e Abolhassan Montazer. La loro messa a morte si inserisce in una sequenza serrata che, in pochi giorni, ha aggiunto altri quattro detenuti giustiziati. La diaspora ha letto questa successione come un salto di qualità repressivo e ha trasformato il cancello di via Nomentana nel punto romano di quella reazione.
Le due filiere repressive che affiorano in questi giorni non coincidono del tutto e questo passaggio merita attenzione. Vahid Bani Amerian e Abolhassan Montazer rientravano in un procedimento legato ai Mujahedin del popolo iraniano e alle accuse di baghi, ribellione armata. Oggi emergono invece i nomi di Mohammadamin Biglari e Shahin Vahedparast. Appartengono al fascicolo sulle proteste di gennaio costruito attorno all'accusa di assalto a una base dei basij. Cambiano i capi d'imputazione. Il messaggio politico resta unico: la pena capitale continua a colpire sia l'opposizione organizzata sia la protesta interna.
C'era già un allarme documentato prima del presidio romano. Il 1° aprile diverse organizzazioni per i diritti umani avevano segnalato il rischio imminente di nuove esecuzioni. Nei documenti pubblici si parlava di trasferimenti verso luoghi sconosciuti e di processi durati poche ore. In quello stesso quadro comparivano detenuti che avevano denunciato torture. Le impiccagioni del 4 aprile hanno confermato che l'allarme era fondato. Quelle annunciate il 5 aprile spiegano ancora meglio perché la protesta di Roma non sia rimasta dentro i codici abituali del sit-in.
Perché quella sede pesa più del gesto materiale
Via Nomentana 361 non è un indirizzo neutro nel paesaggio romano del 2026. Da gennaio la sede iraniana è diventata un punto ricorrente di mobilitazione pubblica contro la repressione a Teheran. Presidi di associazioni abolizioniste e iniziative della diaspora si sono già concentrati nello stesso punto. L'episodio di sabato si inserisce in questa continuità e fa capire che la tensione attorno all'ambasciata non nasce all'improvviso.
C'è poi un piano meno visibile che aiuta a leggere la durezza simbolica del bersaglio. Nelle sezioni informative pubblicate di recente dal sito ufficiale dell'ambasciata compaiono testi che parlano di interferenza straniera negli eventi iraniani e di proteste deviate in sommosse. Per molti dissidenti quel cancello rappresenta quindi la proiezione locale della narrazione ufficiale di Teheran. Sul piano giuridico però la missione resta inviolabile e va protetta a prescindere dal contenuto politico che rappresenta.
Cosa resta da oggi
Per le due giovani denunciate si apre un piano strettamente giudiziario. Per Roma resta soprattutto un dato politico e urbano. La capitale continua a essere uno dei luoghi europei in cui la diaspora iraniana rende visibile la propria pressione pubblica e lo fa davanti alla rappresentanza più esposta del regime sul territorio italiano. La risposta rapida delle forze dell'ordine segnala che attorno a quella sede il margine di tolleranza si misura in secondi.
Un ultimo elemento merita di restare in chiaro. Il lancio di uova non modifica da solo i rapporti tra Stati. Fa però salire la temperatura intorno a un luogo già saturo di significato e rende visibile una frattura che ormai passa dalla cronaca romana al dossier internazionale senza soluzione di continuità.
Trasparenza: fonti e metodo
Le verifiche su luogo, dinamica e denuncia coincidono nei riscontri di ANSA e la Repubblica Roma. Sullo stesso quadro convergono anche RaiNews e LaPresse. La lettura giuridica si appoggia al testo dell'articolo 639 del codice penale e dell'articolo 22 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Per la sequenza delle esecuzioni in Iran abbiamo incrociato i riscontri di Reuters con la documentazione pubblicata da Amnesty International Italia. Quando i resoconti divergono sul numero complessivo dei presenti distinguiamo apertamente tra dato accertato e nostra deduzione logica.