Giustizia
Solfatara, definitiva la condanna a 5 anni per Giorgio Angarano
Solfatara, condanna definitiva a 5 anni
Solfatara, condanna definitiva
a 5 anni
La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 5 anni di reclusione per Giorgio Angarano, legale rappresentante della Vulcano Solfatara srl, per la tragedia del 12 settembre 2017 alla Solfatara di Pozzuoli, dove morirono Massimiliano Carrer, Tiziana Zaramella e il figlio Lorenzo. Il ricorso della difesa è stato respinto. Resta invece aperto un solo capitolo: la revoca della confisca dell’area, annullata dalla Suprema Corte con rinvio per un nuovo giudizio. Sul piano penale il quadro è chiuso. Sul piano patrimoniale e gestionale il dossier non lo è ancora.
Nella nostra ricostruzione questo è il passaggio decisivo. La responsabilità dell’unico imputato condannato non viene più rimessa in discussione e la Cassazione interviene soltanto sul destino giuridico del sito. Il perimetro della decisione coincide con le conferme pubblicate nel pomeriggio da ANSA, Corriere del Mezzogiorno e la Repubblica, ma il dato sostanziale resta uno: da oggi il processo smette di discutere se vi sia stata colpa penale in capo al gestore e torna a misurarsi solo con l’effetto ablativo sull’area.
Cosa ha deciso davvero la Cassazione
La sentenza odierna lascia ferma la pena di 5 anni e respinge il ricorso di Angarano. Questo dettaglio consente di leggere con precisione anche il secondo grado: l’appello aveva già fissato la pena a cinque anni e aveva revocato la confisca disposta in primo grado. La Cassazione non ha smontato quel verdetto nella sua struttura. Lo ha corretto in un punto preciso, quello relativo alla confisca, rimettendo la questione a un nuovo passaggio davanti ai giudici competenti.
Il risultato pratico è netto. Angarano esce con una condanna irrevocabile. La partita sulla disponibilità definitiva dell’area richiede invece un’altra valutazione giudiziaria. Per chi legge il dispositivo in chiave amministrativa la distinzione è decisiva, perché separa la responsabilità personale dal futuro assetto proprietario e gestionale di uno dei geositi più sensibili dei Campi Flegrei.
L’iter processuale dal 2017 a oggi
La sequenza giudiziaria è ormai leggibile senza zone grigie. Dopo la tragedia del 2017 il procedimento ha portato a giudizio il legale rappresentante della società e altri cinque soci. Il primo grado, chiuso il 28 gennaio 2021 al Tribunale di Napoli, aveva condannato Angarano a 6 anni, inflitto una sanzione pecuniaria di 172 mila euro alla società e disposto la confisca dell’area. Gli altri cinque imputati erano stati assolti. Quel perimetro soggettivo è rimasto fermo anche nei passaggi successivi.
Il secondo grado, come si ricava dalla decisione resa definitiva oggi, ha rideterminato la pena in 5 anni e ha revocato la confisca. La Cassazione ha lasciato intatto il primo dato e ha riaperto il secondo. È un passaggio tecnico con effetti concreti. La sanzione personale diventa stabile. La misura reale che incide sul bene torna invece al vaglio del giudice.
Il processo ha messo a fuoco soprattutto il modo in cui veniva gestito l’accesso a un’area vulcanica già nota per i suoi fattori di rischio. Da questo punto di vista la vicenda supera il perimetro locale, perché offre un criterio concreto per tutti i siti naturali aperti al pubblico dove il pericolo fa parte della natura del luogo e impone presidi verificabili.
Perché questa sentenza pesa oltre il singolo processo
La Solfatara è un cratere dei Campi Flegrei segnato da fenomeni di degassamento, emissioni fumaroliche e instabilità propria di un sistema idrotermale attivo. Questo aspetto conta perché spiega il livello di diligenza richiesto a chi apre quel luogo al pubblico. Nella nostra analisi il processo ruota attorno a questo punto di fondo: in un sito vulcanico la gestione della sicurezza ha un peso strutturale e richiede cautele permanenti, delimitazioni credibili e controllo operativo continuo.
Il quadro tecnico attuale conferma che il contesto resta particolarmente delicato. L’Osservatorio Vesuviano dell’INGV, il Dipartimento della Protezione Civile e la Regione Campania collocano il sistema nel livello di allerta gialla attualmente in vigore. La tragedia del 2017 appartiene a un procedimento penale definito quasi nove anni dopo, però continua a parlare al presente perché riguarda un’area dove accesso pubblico, rischio naturale e controllo operativo devono stare nello stesso disegno.
Il punto che cambia la lettura pubblica del caso
Nel dibattito pubblico si tende a sovrapporre dissequestro e confisca. Sono due piani distinti. Il dissequestro del 2023 aveva rimesso il sito nella condizione di poter essere oggetto di messa in sicurezza e nuova programmazione. La confisca, invece, è la misura che decide se l’area debba uscire in via definitiva dalla disponibilità dei privati a seguito della sentenza. La cronologia già segnalata dalla TgR Rai Campania aiuta a tenere separati i due passaggi e la decisione di oggi lo rende ancora più evidente.
Da qui discende l’effetto più concreto della pronuncia. Nessuno può leggere il verdetto come un semplice sigillo sul passato. La Cassazione ha chiuso il capitolo penale principale e ha rimesso in movimento quello patrimoniale. Per il territorio cambia molto, perché il titolo giuridico con cui l’area sarà governata incide sui poteri di intervento e sui tempi di un’eventuale futura fruizione.
Che cosa cambia da oggi per la Solfatara
Da oggi cambia soprattutto la qualità giuridica del caso. La condanna è definitiva e quindi la responsabilità penale di Angarano non dipende più da altri gradi di merito. Resta aperta la verifica sulla confisca e su questo punto si giocherà una parte importante del futuro amministrativo dell’area. In termini pratici la pronuncia non equivale a una riapertura del sito e non scioglie ancora il nodo su chi debba detenerne stabilmente la disponibilità giuridica.
Il lascito della decisione sta qui. La Cassazione chiude il dubbio sulla colpa penale e lascia aperta solo la questione del bene. In un cratere vulcanico trasformato per anni in luogo di visita pubblica questa distinzione pesa molto più di quanto sembri, perché decide il rapporto tra responsabilità del gestore e destino del sito.