Cronaca
Caso Ramy, chiesto il processo per il carabiniere e Bouzidi
Caso Ramy, processo per carabiniere e Bouzidi
Caso Ramy, processo
per carabiniere e Bouzidi
La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per Antonio Lenoci, il carabiniere alla guida della gazzella che seguiva il TMax su cui viaggiava Ramy Elgaml, per Fares Bouzidi che guidava lo scooter e per altri sei militari. Per i pm Giancarla Serafini e Marco Cirigliano, con l’aggiunto Paolo Ielo, la morte del diciannovenne avvenuta il 24 novembre 2024 all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta rientra nell’omicidio stradale: per Lenoci con la formula dell’eccesso colposo nell’adempimento del dovere, per Bouzidi in concorso, mentre il secondo fronte dell’inchiesta riguarda i presunti depistaggi successivi allo schianto.
Il passaggio che cambia davvero il peso del fascicolo è questo. Dopo oltre un anno di ricostruzioni tecniche contrastanti e dopo il tentativo fallito di ottenere una perizia terza in incidente probatorio, l’ufficio guidato da Marcello Viola ha fissato in modo definitivo la propria tesi accusatoria. Il dossier esce quindi dalla sola fase investigativa e passa al vaglio del gup, che dovrà decidere se aprire il processo.
Contenuto verificato. Questo approfondimento è aggiornato a Venerdì 3 aprile 2026 alle ore 09:18 e ricompone i passaggi del fascicolo emersi pubblicamente fino a questa ora. La nostra ricostruzione coincide, nei punti decisivi, con quanto riportato da ANSA, RaiNews, Corriere Milano e Sky TG24. La richiesta di rinvio a giudizio non equivale a una condanna e tutte le persone coinvolte restano presunte innocenti fino a sentenza definitiva.
Che cosa contestano davvero al carabiniere
La formula scelta dai pm merita una lettura precisa perché sposta il baricentro del caso. L’adempimento del dovere resta dentro l’impianto accusatorio. Secondo la Procura, però, nella fase finale dell’inseguimento il militare avrebbe ecceduto colposamente i limiti consentiti da prudenza e necessità operativa. Il punto tecnico indicato nel capo d’imputazione è la distanza troppo ravvicinata tenuta rispetto al TMax, assieme a una velocità ritenuta inidonea a evitare collisioni o tamponamenti.
Dentro questa contestazione c’è un dettaglio che pesa più di quanto sembri. I pm sottolineano che la targa dello scooter era già stata comunicata via radio. Sul piano giuridico, la Procura sostiene quindi che l’esigenza di fermare il mezzo non giustificasse più una condotta di guida definita anche come particolarmente avventata nella stretta finale. Il futuro confronto processuale ruoterà proprio sulla proporzione concreta dell’intervento negli ultimi metri.
La posizione di Fares Bouzidi e il doppio binario giudiziario
Per Fares Bouzidi l’imputazione resta quella di omicidio stradale in concorso. L’accusa gli attribuisce una fuga condotta senza patente, con tratti contromano e con picchi oltre i 120 chilometri orari. In questa lettura la guida del TMax contribuisce in modo diretto alla sequenza che porta alla morte di Ramy.
Va tenuto distinto, però, un passaggio che nel racconto pubblico viene spesso confuso. Bouzidi è già stato condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi per resistenza a pubblico ufficiale nel procedimento celebrato con rito abbreviato. Quella sentenza riguarda la fuga e la resistenza ai carabinieri. Il capitolo per omicidio stradale è un fascicolo diverso e verrà valutato autonomamente nell’udienza preliminare e poi, se ci sarà il rinvio a giudizio, nel dibattimento.
La dinamica che la Procura ha scelto di sostenere
La richiesta di processo non lascia più la dinamica in una formula generica. Secondo l’impostazione accusatoria oggi cristallizzata, nella fase finale si verificò un urto tra il lato posteriore destro del TMax e la fascia anteriore del paraurti della Giulietta dell’Arma. Da lì sarebbero partiti slittamento, perdita di controllo e impatto conclusivo.
Per la Procura, Ramy venne sbalzato contro il palo di un semaforo e fu poi raggiunto dalla stessa auto dei carabinieri che terminò la corsa contro quel punto. Questo dettaglio è centrale perché lega la contestazione penale a una catena causale molto precisa, costruita su contatto tra i mezzi, scivolata e schiacciamento nella scena finale.
Perché la richiesta di oggi pesa più di una normale chiusura indagini
Chi segue il caso dall’inizio sa che il fascicolo non ha avuto un percorso lineare. Il 12 marzo 2025 la consulenza cinematica disposta dai pm aveva descritto la condotta del carabiniere come corretta e aveva attribuito la responsabilità dell’incidente alla guida di Bouzidi. Il 3 aprile 2025 la controconsulenza dei familiari ha invece collocato l’urto prima dell’intersezione e non accanto al palo, sostenendo che senza quel contatto lo scooter avrebbe potuto proseguire.
Da quel momento la Procura si è trovata davanti a un bivio reale. Il 3 luglio 2025 ha chiuso le indagini per omicidio stradale nei confronti di entrambi, nonostante la linea iniziale del proprio consulente. In autunno ha persino chiesto una superperizia in incidente probatorio perché le consulenze agli atti non offrivano, a suo giudizio, una ricostruzione univoca. La gip Maria Idria Gurgo di Castelmenardo ha respinto quella strada chiarendo che l’incidente probatorio non può essere usato per orientare il pubblico ministero nella scelta tra archiviazione e processo. A quel punto la Procura ha dovuto assumersi fino in fondo la responsabilità della propria lettura tecnica. La riformulazione del 16 febbraio 2026, con l’aggiunta dell’eccesso colposo nell’adempimento del dovere, è il passaggio che ha preparato la richiesta depositata ora.
Il secondo fronte: i sei militari e il tema dei presunti depistaggi
La vicenda non si esaurisce nella guida dei due conducenti. La richiesta di rinvio a giudizio per altri sei militari indica che, per i pm, esiste un secondo livello del caso: quello che sarebbe accaduto dopo l’impatto. L’accusa parla di testimoni che sarebbero stati spinti a cancellare video e di un verbale d’arresto di Bouzidi che avrebbe espunto proprio i passaggi più sensibili della scena finale.
Secondo l’impianto accusatorio, in quel verbale sarebbero stati omessi l’urto tra i mezzi, lo schiacciamento del corpo di Ramy, la presenza di un testimone oculare e l’esistenza di dashcam e bodycam che riprendevano l’inseguimento. Questo passaggio conta perché separa con nettezza due piani che nel dibattito pubblico sono stati spesso fusi: la responsabilità per la morte e la correttezza della ricostruzione successiva. Per la Procura sono due capitoli distinti e processualmente rilevanti.
Cosa succede ora
Il prossimo snodo è l’udienza preliminare. Sarà il gup a valutare se il quadro raccolto dalla Procura è sufficiente per mandare a processo le otto persone coinvolte oppure se per alcune posizioni non ci sono i presupposti per aprire il dibattimento. È un passaggio decisivo perché trasforma una lunga battaglia tra consulenze, verbali e memorie difensive in una decisione giudiziaria sul futuro del caso.
Da oggi il caso Ramy entra in una fase diversa. La discussione sui video, sulla correttezza dell’inseguimento e sui verbali successivi allo schianto rientra ormai in una contestazione processuale definita. La tesi accusatoria della Procura è stata fissata, la catena causale è stata indicata con precisione e il secondo filone sui presunti depistaggi è stato portato sullo stesso piano di rilevanza giudiziaria. Il resto si giocherà in aula.