Politica internazionale
Pax Silica, perché Helberg attacca AI Act e DMA e cosa cambia davvero per l’Europa
Pax Silica, Helberg contro AI Act e DMA: il nodo Europa
Pax Silica, Helberg contro
AI Act e DMA in Europa
Jacob Helberg riapre il fronte transatlantico sull'intelligenza artificiale. Nel briefing del 1 aprile 2026 il sottosegretario di Stato Usa per gli Affari economici ha detto che l'Unione europea non deve cambiare l'AI Act per poter entrare nella Pax Silica, ma ha aggiunto che l'impianto regolatorio europeo, insieme alle frizioni aperte sul Digital Markets Act, rischia di lasciare il continente indietro nella parte più redditizia della filiera AI. Il punto che conta adesso è questo: Bruxelles non ha ancora il mandato negoziale per trattare l'adesione dell'Ue, mentre la Svezia ha già firmato individualmente il 17 marzo, diventando il primo Stato membro entrato nell'iniziativa americana.
La novità, letta fino in fondo, non riguarda solo il tono. Washington sta separando il piano formale da quello sostanziale. Sul piano formale, l'ingresso europeo nella Pax Silica non richiede una riscrittura dell'AI Act. Sul piano sostanziale, però, l'amministrazione americana sostiene che regole troppo restrittive su AI, piattaforme ed espansione industriale riducano la capacità dell'Europa di attrarre capitale, costruire data center, valorizzare i semiconduttori e trasformare la propria base industriale in vantaggio competitivo.
Il messaggio Usa
Le informazioni raccolte da Adnkronos coincidono con il briefing del Dipartimento di Stato su due passaggi centrali. Il primo: per aderire alla Pax Silica l'Ue non deve modificare l'AI Act. Il secondo: secondo Helberg, l'effetto concreto della normativa europea sarebbe quello di proteggere il mercato continentale dai concorrenti esteri senza permettere all'Europa di correre davvero nella nuova economia dell'AI. È qui che compare la formula più dura, quella sull'Europa che rischia di restare permanentemente indietro.
Helberg non ha limitato la critica all'AI Act. Ha allargato il ragionamento anche al Digital Markets Act, che a suo giudizio sta assorbendo una quota crescente dell'energia politica nel rapporto economico fra Washington e Bruxelles. In altre parole, la Casa Bianca non sta contestando solo una singola legge. Sta mettendo in discussione il modello europeo che prova a governare i mercati digitali ex ante, mentre gli Stati Uniti spingono per una politica industriale più permissiva e più aggressiva nella costruzione della catena del valore.
Cos'è Pax Silica
Il Dipartimento di Stato definisce la Pax Silica come il proprio sforzo di punta su AI e sicurezza delle supply chain. L'architettura è ampia: minerali critici, raffinazione, energia, manifattura avanzata, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e logistica. La dichiarazione fondativa del 12 dicembre 2025, pubblicata anche dal Dipartimento australiano dell'Industria, fu firmata da Stati Uniti, Australia, Giappone, Repubblica di Corea, Regno Unito, Singapore e Israele.
Da allora l'iniziativa si è allargata. Reuters e i materiali ufficiali americani registrano l'ingresso di Qatar e Emirati Arabi Uniti a gennaio, mentre il governo indiano ha confermato la firma di New Delhi il 20 febbraio 2026. Il governo svedese ha poi annunciato la firma del 17 marzo a Houston. Secondo il Dipartimento di Stato, questo passaggio fa della Svezia il primo Paese dell'Unione europea nella Pax Silica e rafforza la pressione politica su Bruxelles. Il peso dei Paesi Bassi resta comunque evidente, dato che ASML ha il proprio quartier generale a Veldhoven e resta centrale nella litografia avanzata.
Mandato fermo
Al 1 aprile 2026 l'Ue, come istituzione, è ancora fuori. Un documento ufficiale del Consiglio dell'Unione europea mostra che il 27 marzo il Coreper aveva in agenda la preparazione dell'autorizzazione a negoziare un non-binding instrument sulla Pax Silica. Nel briefing di oggi, però, la stessa parte americana ha dato per acquisito che quel mandato non è arrivato. Agence Europe, nelle ore successive, ha parlato apertamente di posticipo del mandato negoziale e di richieste di chiarimento da parte di più Stati membri.
Qui si vede la vera frattura europea. La Svezia ha scelto la via nazionale e ha già firmato. La Commissione, invece, non ha ancora lo spazio politico per muoversi come blocco. Questo crea una situazione scomoda per Bruxelles: restare fuori da una cornice che tocca chip, energia e AI significa perdere accesso negoziale nella fase in cui gli standard pratici si stanno formando. Entrare senza una linea comune, però, espone l'Unione al rischio opposto, cioè trasformare una scelta industriale in una nuova fonte di divisione interna.
Le regole reali
Per capire se Helberg stia descrivendo un vincolo reale o stia alzando il prezzo politico del negoziato, conviene guardare alle norme europee così come sono oggi. La Commissione europea ricorda che l'AI Act è entrato in vigore il 1 agosto 2024 e sarà pienamente applicabile dal 2 agosto 2026, con tappe già in corso: dal 2 febbraio 2025 valgono i divieti sulle pratiche proibite e gli obblighi di alfabetizzazione AI, dal 2 agosto 2025 sono operative le regole di governance e quelle sui modelli general purpose.
Allo stesso tempo Bruxelles non sta difendendo il testo come un blocco immobile. Dal 19 novembre 2025 la Commissione ha messo sul tavolo il Digital Omnibus, cioè una proposta di semplificazione che punta a rendere l'attuazione dell'AI Act più chiara e più favorevole all'innovazione. Sul DMA, invece, l'impianto resta quello spiegato dalla Commissione nella pagina ufficiale: rendere i mercati digitali più equi e più contendibili, imponendo obblighi e divieti ai gatekeeper. Il 9 marzo 2026 i grandi operatori designati hanno consegnato i rapporti aggiornati di compliance. Tradotto: il fronte regolatorio europeo non è stato congelato, ma è già entrato nella fase applicativa.
Europa non immobile
Ridurre tutto alla formula "Europa che regola e America che costruisce" sarebbe comodo ma incompleto. La stessa Commissione ha lanciato nell'aprile 2025 l'AI Continent Action Plan e nell'ottobre successivo l'Apply AI Strategy, due strumenti esplicitamente pensati per rafforzare competitività e sovranità tecnologica. Nella cornice delle AI Factories, Bruxelles stima investimenti complessivi per circa 10 miliardi di euro nel periodo 2021-2027 fra supercalcolo e infrastrutture dedicate.
Il problema, quindi, non è l'assenza di una risposta europea. Il problema è la sua doppia natura. L'Ue sta provando a fare due cose insieme: regolare il rischio e accelerare l'adozione industriale. Washington legge questa combinazione come un freno. Bruxelles la presenta come il modo per evitare che la crescita dell'AI scarichi costi giuridici, concorrenziali e sociali sul mercato interno. La divergenza è politica prima ancora che tecnica.
I numeri veri
Helberg descrive l'Europa come un'area quasi ferma, contrapposta a un mondo che cresce attorno al 3 per cento. I dati ufficiali dicono che il divario esiste, ma lo definiscono con più precisione. Le proiezioni della BCE del 19 marzo vedono il Pil dell'Eurozona a +0,9 per cento nel 2026. L'FMI, nell'aggiornamento di gennaio, stima +1,3 per cento. L'OCSE, nelle proiezioni di dicembre, indica +1,2 per cento. Per il quadro globale, l'FMI colloca la crescita 2026 al 3,3 per cento. La distanza, dunque, è reale e pesa anche sul capitale di rischio e sugli investimenti industriali, ma non coincide con un'Europa a crescita zero.
Questo dettaglio conta perché cambia la lettura politica dello scontro. Se il continente fosse fermo, la tesi americana sarebbe una diagnosi lineare. Con una crescita attorno all'1 per cento, invece, la questione diventa più sottile: l'Europa non è fuori dalla partita, ma rischia di restare nella fascia bassa della catena del valore proprio mentre AI, energia e semiconduttori si stanno saldando in un unico mercato strategico.
Il punto vero
Deduzione logica della redazione: il negoziato sulla Pax Silica non ruoterà soprattutto attorno a una modifica formale dell'AI Act. Ruoterà attorno alla compatibilità operativa fra il modello europeo e quello americano. Questo significa tempi autorizzativi per data center e infrastrutture, regole su modelli e piattaforme, sicurezza delle forniture, accesso ai minerali critici, energia a costo competitivo e spazio politico per grandi investimenti privati.
È qui che le parole di Helberg smettono di essere solo un attacco polemico e diventano un test per l'Europa. Se Bruxelles riuscirà a entrare nella Pax Silica mantenendo il proprio impianto regolatorio ma rendendolo più rapido, più leggibile e più compatibile con la scala industriale dell'AI, avrà difeso insieme mercato e sovranità. Se invece il mandato continuerà a slittare mentre i partner entrano uno per volta, il rischio non sarà soltanto diplomatico. Sarà industriale, finanziario e, nel medio periodo, geopolitico.