Giustizia
Morto Pietro Calogero, il magistrato dell’inchiesta 7 aprile
Morto Pietro Calogero, magistrato del 7 aprile
Morto Pietro Calogero,
magistrato del 7 aprile
Pietro Calogero è morto a Padova nella serata di lunedì 6 aprile 2026 all’età di 86 anni. I funerali sono fissati per venerdì 10 aprile alle 15.30 nella chiesa di San Fidenzio a Sarmeola di Rubano. Con lui scompare una figura che attraversa due passaggi decisivi della storia giudiziaria italiana: il lavoro che contribuì a orientare le indagini di Piazza Fontana verso l’ambiente neofascista padovano e l’inchiesta del 7 aprile 1979, il procedimento che portò all’arresto di esponenti di Autonomia Operaia e che ancora oggi resta al centro di una discussione mai del tutto chiusa sul rapporto fra repressione del terrorismo e garanzie processuali.
La notizia ha un rilievo che va oltre il necrologio. Calogero appartiene al ristretto gruppo di magistrati il cui nome è diventato una sigla storica. Basta pronunciare 7 aprile per richiamare un impianto accusatorio preciso e il clima politico di quegli anni. La coincidenza temporale pesa, perché la morte arriva alla vigilia del quarantasettesimo anniversario della data che più di ogni altra ha segnato il suo profilo pubblico. Nella sua parabola professionale convivono la stagione del terrorismo nero e la risposta giudiziaria all’eversione di sinistra. A questo si aggiunge la lunga direzione della procura di Padova, passaggio che spiega perché la sua scomparsa venga percepita oggi come la chiusura di una stagione istituzionale oltre che personale.
Che cosa rappresentò davvero il 7 aprile
Il punto essenziale va fissato con precisione. Il 7 aprile 1979 l’inchiesta istruita a Padova da Calogero fece scattare ordinanze che colpirono, fra gli altri, Toni Negri, Luciano Ferrari Bravo, Emilio Vesce, Oreste Scalzone, Franco Piperno e Nanni Balestrini. Al centro c’era una contestazione molto più ampia della singola militanza politica: l’ipotesi che una parte dei vertici di Potere Operaio e dell’area dell’Autonomia avesse svolto una funzione direttiva nella lotta armata e nel disegno brigatista. In termini giuridici, il cuore dell’impianto stava nelle accuse di associazione sovversiva e banda armata, con un filone romano che arrivò a investire anche il caso Moro. Una parte rilevante dell’impianto nasceva inoltre dalla lettura di testi e documenti interni, letti come indizio di nessi organizzativi, quindi da una costruzione che puntava a dimostrare una regia più che a sommare singoli episodi.
Il nodo che ha diviso per quasi mezzo secolo
Su questo punto serve una distinzione netta, perché proprio qui si misura il peso storico di Calogero. L’ipotesi più estesa, quella che nella memoria pubblica è rimasta come teorema Calogero, non trovò conferma piena negli esiti giudiziari successivi. I collegamenti diretti fra i vertici dell’Autonomia e la regia delle Brigate Rosse non furono recepiti in modo integrale dalle sentenze. Caddero i passaggi più ambiziosi dell’impostazione originaria, compresa l’equazione fra direzione politica dell’Autonomia e comando unitario del terrorismo rosso. Allo stesso tempo, ridurre tutto a un’inchiesta evaporata sarebbe storicamente inesatto: il procedimento produsse effetti processuali concreti su posizioni diverse e cambiò il lessico investigativo con cui lo Stato trattò la violenza politica in quella fase. È questo equilibrio, scomodo ma necessario, che spiega perché il suo nome resti ancora oggi divisivo.
La divisione successiva del fascicolo fra Padova e Roma è un dettaglio spesso trascurato ma decisivo per capire la memoria spezzata di quella vicenda. A Padova rimase il nucleo sull’organizzazione dell’Autonomia e sul rapporto con la violenza politica. A Roma confluirono anche i profili legati al caso Moro. Quando la parte più estesa dell’impianto cadde, nella percezione pubblica sembrò crollare tutto insieme. Sul piano storico, invece, proprio la frattura fra i due tronconi spiega perché ancora oggi il 7 aprile venga raccontato in modo semplificato.
Prima del 7 aprile c’era già Piazza Fontana
Limitare Calogero al solo 7 aprile impoverisce la ricostruzione. Il suo ingresso nella storia giudiziaria nazionale comincia a Treviso alla fine del 1969, quando con Giancarlo Stiz lavorò sul materiale investigativo nato dalle rivelazioni di Guido Lorenzon. Quel passaggio è decisivo perché contribuì a spostare l’attenzione sul nucleo padovano legato a Franco Freda e Giovanni Ventura, cioè sul filone nero della strage di Piazza Fontana. Già il 19 gennaio 1970 gli atti raccolti su quel gruppo furono trasmessi a Roma, dettaglio che mostra quanto presto quella pista fosse emersa in forma documentata. Prima di essere identificato con l’eversione di sinistra, Calogero era già dentro l’altra grande faglia del terrorismo italiano. Questo dato conta molto anche oggi, perché restituisce la misura di una carriera costruita dentro le indagini che hanno toccato il cuore più opaco della Repubblica.
La carriera nelle procure del Veneto
Nato a Pace del Mela il 28 dicembre 1939, Calogero svolse la gran parte della carriera in Veneto. Dopo l’esperienza da sostituto procuratore a Treviso arrivò a Padova nel 1975. In città avrebbe lasciato l’impronta più riconoscibile della sua vita professionale, fino a guidare la procura per oltre quindici anni. L’ultimo tratto della carriera si chiuse a Venezia, dove fu nominato procuratore generale presso la Corte d’appello. Questo itinerario aiuta a capire perché la notizia della sua morte abbia avuto un impatto così forte soprattutto in Veneto: non si tratta soltanto del magistrato del 7 aprile, ma di uno dei riferimenti più duraturi della giustizia requirente nel Nordest.
Il lascito pubblico che resta dopo la scomparsa
Le reazioni istituzionali arrivate oggi confermano questa doppia percezione. Luca Zaia ha richiamato il contesto del terrorismo e delle tensioni politiche profondissime in cui Calogero esercitò la funzione giudiziaria, mentre Alberto Stefani lo ha descritto come un riferimento di legalità per il Veneto degli anni di piombo. Negli anni più tesi il suo cognome compariva perfino sui muri di Padova nella forma Kalogero, segno concreto del livello di esposizione personale che accompagnava quel ruolo. Al di là del tono inevitabilmente commemorativo, questi interventi fotografano un punto reale: la figura di Calogero continua a essere letta come un pezzo della storia istituzionale veneta prima ancora che come una semplice biografia individuale.
Resta anche l’ambivalenza del suo segno pubblico. Per una parte dell’opinione giuridica e politica il 7 aprile è stato il simbolo di un uso espansivo della custodia cautelare e della costruzione accusatoria. Per un’altra parte ha rappresentato il tentativo più duro di intercettare un’area in cui la politica organizzata poteva trasformarsi in violenza diffusa fino alla clandestinità. Tenere insieme queste due letture è l’unico modo serio di collocare la sua eredità. La memoria di Calogero non può essere ridotta né a un’agiografia né a una liquidazione sommaria.
Ricostruzione chiusa alle ore 17:31 del 7 aprile 2026 su atti del Ministero della Giustizia e del Parlamento, con riscontri convergenti di ANSA, Il Mattino di Padova, Corriere del Veneto, Regione del Veneto e Consiglio regionale del Veneto.