Sostenibilità
Economia circolare, il Rapporto ICESP mappa 253 buone pratiche e misura dove la transizione è già reale
ICESP, 253 buone pratiche per la transizione circolare
ICESP, 253 buone pratiche
per la transizione circolare
Il Rapporto ICESP presentato il 25 marzo a Roma, durante l’ottava Conferenza annuale della Piattaforma italiana per l’economia circolare, porta a 253 le Buone Pratiche censite nel database nazionale, con 245 esperienze realizzate in Italia e 8 sviluppate fuori dal territorio nazionale. Non è un archivio ornamentale. Arriva mentre la Commissione europea conferma per il 2026 il Circular Economy Act e fissa nel Clean Industrial Deal l’obiettivo di portare al 24% la quota di materiali circolari entro il 2030. Il momento, quindi, pesa. Oggi l’Unione europea usa materiali riciclati o riutilizzati per il 12,2% del proprio fabbisogno, mentre l’Italia è al 21,6%. Questo colloca il nostro Paese tra quelli più avanzati in Europa. Per questo la mappa ICESP va letta come un indicatore di maturità industriale e non come una semplice raccolta di casi virtuosi: ci dice dove la transizione circolare è già in funzione, quali filiere stanno producendo risultati misurabili e dove il sistema Italia deve ancora trasformare esperienze solide in scala.
Database e mappa
Qui bisogna fare una distinzione che nel titolo sintetico si perde. Il database complessivo contiene 253 esperienze. La mappatura analitica del Rapporto, invece, si concentra sulle 245 pratiche italiane già avviate, operative e validate. Da questa scelta metodologica derivano anche alcune differenze nei numeri che circolano nel dibattito pubblico: il comunicato di conferenza fotografa l’intero archivio, mentre il cuore del dossier lavora sul campione nazionale. È una differenza sostanziale, perché impedisce di confondere repertorio e analisi. ICESP, del resto, non è un osservatorio estemporaneo: opera in raccordo con la piattaforma europea ECESP, riunisce più di 200 organizzazioni e circa 400 esperti ed è nata proprio per far dialogare il livello italiano con quello comunitario. In questa cornice il database non serve solo a mostrare casi riusciti. Serve a costruire un linguaggio comune, a rendere confrontabili iniziative molto diverse e a dare a istituzioni, imprese e territori un punto di riferimento stabile.
Il filtro ICESP
Non basta presentare un progetto green per entrare nel database. Il Rapporto spiega che la selezione passa da una verifica preliminare e poi da una revisione strutturata, affidata al Comitato di Revisione delle Buone Pratiche, con un percorso che dura in genere tra cinque e sette settimane. La scheda deve essere completa, leggibile, non promozionale, coerente con i principi dell’economia circolare e capace di mostrare impatti misurabili. ICESP guarda a indicatori concreti: riduzione dei rifiuti, aumento della quota di materiali riciclati, taglio delle emissioni, risparmio di energia o acqua, efficienza di processo, benefici economici e sociali. Questa parte metodologica merita attenzione perché distingue una buona pratica da una semplice campagna di comunicazione. In altri termini, il valore del Rapporto non sta solo nel numero finale, ma nel filtro applicato prima della pubblicazione. È questo filtro che rende il database utile per chi deve replicare una soluzione, finanziare un progetto o disegnare politiche industriali.
Le filiere forti
Se entriamo nel campione italiano, la concentrazione più evidente è nei comparti alimentare, agricoltura, tessile e moda ed edilizia. Il Rapporto assegna 29 pratiche all’alimentare, 25 all’agricoltura, 25 al tessile e moda, 24 all’edilizia. Non è un caso. Sono filiere in cui lo spreco di materia, l’uso intensivo di input e la possibilità di recupero dei sottoprodotti o del fine vita si vedono con chiarezza. Nell’alimentare emergono il recupero di eccedenze e surplus di filiera, nell’agricoltura compostaggio e digestione anaerobica, nel tessile soluzioni di riuso, upcycling e riciclo fibre to fibre, nell’edilizia l’uso di materiali riciclati e bio-based insieme alla rigenerazione del patrimonio costruito. Il dato interessante è che la circolarità italiana non si addensa solo nella gestione del rifiuto finale. Si muove molto prima, dentro la progettazione e dentro i processi produttivi. Per questo le Buone Pratiche raccontano un pezzo di politica industriale, non soltanto di politica ambientale.
Mercato e scala
Anche la distribuzione lungo il ciclo di vita è istruttiva. Nel campione nazionale la fase di produzione raccoglie 63 pratiche, seguita dalla gestione dei rifiuti con 55, dall’innovazione e investimenti con 46, dalla fornitura di materie prime secondarie con 41 e dal consumo con 40. Letta così, la fotografia dice che il sistema si sta muovendo soprattutto dove si progettano processi, si trasformano materiali e si organizza il recupero di valore. È meno presente, pur non marginale, il lato della domanda finale. La deduzione logica della redazione è che il prossimo salto non riguardi soltanto l’emersione di nuovi casi, ma la capacità di spostare il baricentro verso il mercato. Non a caso Bruxelles insiste su regole che dovranno rendere più semplice la circolazione di prodotti e materiali riciclati e rafforzare l’uso delle materie prime seconde. Il censimento delle soluzioni esiste già. Ora va costruita la massa critica.
Geografia e imprese
Anche la geografia del Rapporto aiuta a capire dove la transizione è più strutturata. Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna sono i poli principali, rispettivamente con 46, 43 e 38 pratiche; seguono Piemonte, Toscana, Veneto e Puglia. Nel complesso il Nord pesa per il 47,8% dell’implementazione, il Centro per il 31,5%, il Sud e le isole per il 20,7%. Sul fronte dei promotori domina l’impresa, con 158 pratiche, molto davanti a enti pubblici, società private, associazioni multi-stakeholder e partenariati. Qui il Rapporto consegna un messaggio netto: la transizione circolare italiana ha già una base imprenditoriale robusta, ma resta concentrata in territori dove densità industriale, reti della ricerca e capacità amministrativa si incontrano più facilmente. Non vuol dire che il resto del Paese sia fermo. Vuol dire che l’ecosistema che rende replicabile una pratica, dal capitale tecnico alla governance locale, conta quasi quanto l’idea di partenza.
La leva biotech
Uno degli approfondimenti più utili del dossier riguarda le biotecnologie circolari. Le pratiche censite in questo perimetro sono 74, cioè il 30,2% del campione italiano. L’analisi mostra che non si tratta di un settore di nicchia: le applicazioni si concentrano soprattutto in agricoltura, alimentare, bioeconomia e gestione dei rifiuti, cioè dove la valorizzazione delle biomasse, il recupero di risorse e la produzione di nuovi materiali bio-based possono generare effetti industriali immediati. Anche qui la geografia è significativa, con Lombardia, Piemonte e Lazio in testa. In controluce vediamo un punto decisivo. Quando si parla di economia circolare si pensa spesso solo a riciclo e riuso. Il Rapporto ricorda invece che una parte crescente della partita si gioca sulla capacità di trasformare scarti organici, residui e sottoprodotti in input produttivi ad alto valore. È il terreno in cui transizione ecologica, innovazione di processo e manifattura avanzata tornano a coincidere.
I casi premiati
Il nuovo Premio Buone Pratiche ICESP, alla sua prima edizione, ha ricevuto 51 candidature. Anche qui il valore non è simbolico. I progetti premiati mostrano come la circolarità assuma forme molto diverse a seconda dei settori. Corertex, nella categoria sull’uso efficiente delle risorse, è stata riconosciuta per il recupero fino al 96% dei materiali tessili, con una media di oltre 100 mila tonnellate all’anno. Movopack ha vinto nell’ecodesign con imballaggi riutilizzabili fino a venti volte, pensati per e-commerce, retail e B2B. La Regione Emilia-Romagna è stata premiata per un percorso formativo sui Criteri Ambientali Minimi, Matrec per un software che misura la circolarità di materiali e prodotti, Let’s Do It! Italy per un modello territoriale sviluppato nel Napoletano che unisce educazione ambientale e rigenerazione degli spazi pubblici, Tondo per la piattaforma che ha collegato realtà circolari nella provincia di Taranto accelerando nove startup e progetti. Letti insieme, questi casi raccontano che la transizione non è solo tecnologia: è anche metrica, formazione, organizzazione territoriale e cultura.
Perché conta ora
Il motivo per cui questa mappatura pesa oggi più di ieri sta fuori dal perimetro stretto della conferenza. La Commissione europea ha confermato che adotterà nel 2026 il Circular Economy Act per accelerare la transizione, ridurre le dipendenze esterne e arrivare al 24% di materiali circolari entro il 2030. Nello stesso momento Bruxelles continua la consultazione dedicata al nuovo atto e insiste sul rafforzamento del mercato europeo delle materie riciclate. In un’Europa che nel 2024 si ferma al 12,2% di circolarità, il fatto che l’Italia sia al 21,6% non basta più come titolo di merito. Diventa un punto di partenza. Se i dati europei dicono che il vantaggio esiste e il Rapporto ICESP dimostra che i casi concreti ci sono, il nodo successivo è la scalabilità: standard, domanda industriale, acquisti pubblici, capacità di trasferire modelli da un territorio all’altro. La vera sfida non è certificare che la circolarità funziona in alcuni progetti pilota. È farla diventare infrastruttura ordinaria delle filiere.
Il punto vero
È per questo che il numero 253, preso da solo, dice meno di quanto sembri. Il punto vero è che l’Italia dispone ormai di un repertorio validato, consultabile e abbastanza maturo da orientare decisioni pubbliche e private. Il Rapporto ICESP non chiude il dossier della transizione circolare, lo apre su un terreno più esigente. Dopo la fase dei pionieri viene la fase della selezione, della misurazione e della replica. Ed è proprio lì che si decide se le buone pratiche resteranno esempi isolati o diventeranno l’ossatura competitiva di un sistema produttivo meno dipendente da materia vergine, più efficiente nell’uso delle risorse e più credibile nel quadro europeo.