Cronaca
Bordighera, sangue su pantaloncini e fazzoletto nel caso Beatrice
Bordighera, sangue su pantaloncini e fazzoletto
Bordighera, sangue su pantaloncini
e fazzoletto
Nel fascicolo sulla morte di Beatrice, la bambina di 2 anni trovata senza vita il 9 febbraio nella casa di Montenero a Bordighera, il dato nuovo è preciso. I carabinieri del Ris, il Reparto Investigazioni Scientifiche, hanno isolato tracce ematiche su un paio di pantaloncini da bambina e su un fazzoletto di stoffa. Il nuovo rilievo, che trova riscontro anche su Repubblica Genova, entra in un quadro già segnato da accertamenti nell’abitazione, da campionature nella casa del compagno a Perinaldo e dalle due gocce di sangue repertate nella portiera posteriore dell’auto in uso alla madre.
La madre resta detenuta in forza della misura cautelare disposta dal gip dopo la contestazione di omicidio preterintenzionale in concorso. Il compagno è indagato a piede libero per la stessa ipotesi di reato. Sul piano medico legale l’autopsia affidata a Francesco Ventura ha già fissato un punto fermo con trauma cranico e lesioni diffuse su più parti del corpo. Sul piano investigativo il nodo rimane la collocazione esatta della morte e il momento in cui il corpo sarebbe stato spostato.
Perché i pantaloncini contano davvero
Un indumento e un fazzoletto hanno un peso investigativo diverso rispetto a una traccia trovata su una superficie fissa. Sono reperti che seguono il corpo, possono trattenere materiale biologico nelle fibre e permettono confronti più stretti con la cronologia degli spostamenti. Per questo il Dna non servirà soltanto a dare un nome a quel sangue. Servirà a capire se quella traccia si leghi alla bambina durante uno spostamento oppure alla presenza ordinaria di altri familiari nella casa.
La sequenza dei reperti è ormai leggibile
A metà marzo il Ris è tornato nella casa di Montenero e ha lavorato stanza per stanza anche con reagenti in ambiente oscurato, segno che la ricerca si è spinta oltre le tracce visibili a occhio nudo. In quella fase sono state sequestrate scarpe e altri oggetti utili anche a verificare la compatibilità con la traccia parziale di una scarpa rilevata sul corpo durante l’autopsia. Pochi giorni dopo sono emerse le due gocce nell’auto. Adesso entrano nella stessa catena i pantaloncini e il fazzoletto. Il senso dell’attività scientifica è chiaro. Gli investigatori stanno provando a mettere in relazione casa, veicolo e reperti mobili dentro un’unica ricostruzione materiale.
Che cosa ha già fissato l’autopsia
Il dato medico legale già consolidato è la presenza di un trauma cranico associato a lesioni su dorso, addome, gambe e labbro superiore. Il quadro lesivo che riportiamo coincide con i primi riscontri diffusi anche da ANSA. Questo passaggio conta perché restringe il campo delle letture possibili. L’inchiesta dispone già di un corpo con traumi plurimi ma attende ancora la relazione conclusiva per stabilire il nesso definitivo tra ciascuna lesione e la morte.
Qui si misura la differenza tra il racconto pubblico e il lavoro istruttorio. Un trauma cranico orienta l’indagine ma la prova scientifica richiede anche la collocazione temporale dei segni, la verifica delle concause e la compatibilità con i reperti biologici raccolti dopo il decesso. La consulenza medico legale e gli esami genetici stanno procedendo sullo stesso binario proprio per questo.
Il tempo della morte è il punto in cui tutto si incrocia
L’ipotesi della procura è che Beatrice sia morta nella notte tra l’8 e il 9 febbraio nell’abitazione di Perinaldo del compagno della madre e che il corpo sia stato poi riportato a Bordighera, da dove alle 8:21 è partita la chiamata di emergenza. In questa chiave il sangue trovato nell’auto e quello adesso isolato su pantaloncini e fazzoletto diventano possibili indicatori di una stessa traiettoria.
La madre ha sempre respinto questa ricostruzione e attribuisce il decesso a una caduta dalle scale. Anche il compagno ha negato responsabilità. La permanenza della donna in custodia cautelare, pur senza convalida dell’arresto, coincide con quanto ricostruito da Sky TG24. Sul piano strettamente probatorio, però, la tenuta dell’impianto accusatorio dipenderà dalla capacità dei reperti di parlare con una voce sola.
Perché l’attribuzione del sangue non sarà una formalità
Nel nucleo familiare vivevano anche due sorelle maggiori della bambina, oggi collocate in una struttura protetta. Questo elemento spiega da solo perché ogni traccia ematica richieda un’identità biologica precisa e un contesto. In una casa abitata da più persone il sangue acquista valore processuale soltanto quando viene attribuito con certezza e inserito in una scena coerente. Fino a quel momento resta un dato importante ma ancora aperto.
Cosa può cambiare nelle prossime settimane
Le risposte utili arriveranno da due snodi tecnici. Il primo riguarda gli esami genetici sui reperti raccolti tra abitazione e auto. Il secondo riguarda la relazione medico legale conclusiva dopo gli approfondimenti istologici. Se il sangue sui pantaloncini e sul fazzoletto verrà attribuito a Beatrice e risulterà coerente con la cronologia ipotizzata dagli inquirenti, l’inchiesta guadagnerà un asse probatorio molto più stabile. Se invece una parte di quelle tracce verrà ricondotta ad altri presenti nella casa, la procura dovrà distinguere con ancora maggiore precisione ciò che appartiene alla vita domestica da ciò che riguarda il fatto contestato.
Oggi il valore reale di questi nuovi reperti sta nella loro capacità di collegare la scena domestica e il veicolo dentro la stessa sequenza. È da questo passaggio che l’indagine può avvicinarsi a una ricostruzione scientificamente solida, senza scorciatoie e senza affidarsi a deduzioni sganciate dai dati.