CRONACA
Bagnolo in Piano, morto l’operaio caduto in vasca d’acqua bollente
Bagnolo, morto l’operaio caduto in vasca bollente
Bagnolo, morto l’operaio
caduto in vasca bollente
Bagnolo in Piano. È morto all’ospedale Maggiore di Parma Riaz Ahmed, 55 anni, residente a Novellara, caduto la mattina del 9 marzo in una vasca con acqua oltre i 90 gradi nello stabilimento DGP di via Rabitti, nella zona industriale di San Tommaso della Fossa. Le ustioni hanno colpito una parte molto ampia del corpo e l’uomo era stato ricoverato in condizioni critiche fin dal primo soccorso. Sul caso lavorano carabinieri e personale della Medicina del Lavoro dell’Ausl reggiana. La nostra verifica documentale aggiunge subito due dati che cambiano la lettura del caso: il sito produttivo era già censito negli atti regionali come impianto con vasche di processo di dimensione rilevante e il quadro normativo impone, per vasche aperte e liquidi a temperatura ustionante, barriere fisiche, chiusure o difese equivalenti.
Fermarsi alla formula dell’incidente sul lavoro lascerebbe fuori il nodo decisivo. Qui conta ricostruire in quale fase operativa l’operaio sia arrivato fino al bagno termico e quale presidio dovesse impedirgli il contatto con quel punto dell’impianto.
La sequenza dei fatti che oggi regge
L’infortunio è avvenuto alle 6.45 del 9 marzo. Ahmed lavorava in un’azienda specializzata nel trattamento superficiale dei metalli e, durante una fase di lavorazione che le fonti pubbliche non descrivono ancora oltre questa soglia minima, è finito dentro una vasca di acqua bollente. I colleghi lo hanno aiutato a uscire. Da lì il trasferimento d’urgenza al Maggiore di Parma, dove il ricovero è proseguito in condizioni critiche fino al decesso.
Va chiuso subito anche l’unico margine di oscillazione che circola tra le prime cronache. La nostra verifica incrociata fissa un perimetro solido: 24 giorni pieni di ricovero dal trauma del 9 marzo e ustioni su circa metà del corpo, con interessamento marcato delle gambe. È il quadro che combacia con i riscontri pubblicati da ANSA, Gazzetta di Reggio e Reggionline. Quando altrove compare il riferimento a 25 giorni, la differenza nasce dal conteggio inclusivo dei giorni di calendario e non da una diversa sequenza sostanziale dei fatti.
Che cosa dice davvero il sito di via Rabitti
Un dettaglio decisivo, quasi assente nel racconto più rapido, arriva dagli atti amministrativi. Nel Bollettino ufficiale della Regione Emilia-Romagna compare il riesame AIA della DGP S.r.l. di via Rabitti 7 a Bagnolo in Piano. Il documento descrive lo stabilimento come impianto in cui si svolge trattamento di superficie di metalli e materie plastiche mediante processi elettrolitici o chimici con vasche oltre la soglia dimensionale richiamata nell’autorizzazione integrata ambientale. Tradotto in termini concreti, il bagno di processo non è un elemento accessorio del reparto ma un componente strutturale dell’organizzazione produttiva.
Questo passaggio pesa molto più di quanto sembri. Quando un impianto è costruito intorno a vasche di trattamento, la separazione tra operatore e liquido caldo deve essere incorporata nella progettazione del punto di lavoro, nel percorso di accesso, nella procedura e nella manutenzione dei presidi che tengono il corpo umano lontano dalla zona di rischio.
Il punto tecnico che gli accertamenti dovranno chiudere
Fin qui la dinamica pubblica resta essenziale: caduta nella vasca durante la lavorazione. Per capire se il fatto sia nato da una rottura improvvisa, da un varco aperto, da un accesso necessario alla linea oppure da una sequenza operativa incompatibile con le protezioni presenti, servirà ricostruire il prima del contatto e non solo il momento della caduta. Contano la quota del bordo, il tipo di difesa installata, la posizione dell’operatore, la mansione esatta svolta in quell’istante, la visibilità del piano di calpestio e la logica con cui l’impianto separa i percorsi di lavoro dai bagni termici.
Carabinieri e Medicina del Lavoro erano intervenuti già la mattina del 9 marzo. Dopo il decesso quel lavoro istruttorio assume un peso ancora più netto, perché ogni millimetro della scena e ogni passaggio procedurale possono incidere sul nesso causale tra assetto del reparto e morte del lavoratore.
Il perimetro normativo che pesa sul caso
Nel Testo unico sulla sicurezza, leggibile in Gazzetta Ufficiale, l’Allegato IV impone che vasche, serbatoi e recipienti aperti con bordo a livello o sotto i 90 centimetri dal piano di lavoro siano protetti da parapetti o da difese equivalenti. Lo stesso allegato prevede inoltre cautele specifiche per vasche contenenti acqua a temperatura ustionante, con chiusure o misure idonee a impedire il contatto dei lavoratori con il contenuto e sistemi di scarico del troppo pieno per evitare rigurgiti o traboccamenti. Non è una citazione ornamentale. È il perimetro che gli accertamenti dovranno confrontare con la configurazione reale del reparto.
Serve precisione anche qui. La norma, da sola, non consente di attribuire una responsabilità. Quel passaggio nasce soltanto quando si dimostra che la barriera prevista mancava, era inadeguata, non era utilizzabile in sicurezza oppure non corrispondeva alla fase di lavoro effettivamente svolta. Fino a quel momento, ogni conclusione anticipata sarebbe più debole dei fatti.
Perché questo caso pesa oltre Bagnolo
Vicende come questa non si esauriscono nel titolo di giornata. Gli open data INAIL distinguono la data di accadimento dalla data di morte e fotografano i casi secondo la loro maturazione amministrativa. È un dettaglio tecnico, ma spiega bene perché un infortunio gravissimo possa cambiare classificazione settimane dopo l’evento iniziale. Il fatto pubblico resta lo stesso dal 9 marzo. Sul piano documentale, però, il caso entra ora in una fase diversa, nella quale contano insieme rilievi, testimonianze, organizzazione del lavoro e coerenza dei presidi di sicurezza con un impianto che fa delle vasche di trattamento uno dei suoi elementi centrali.
Resta il fatto essenziale. Un operaio è entrato in turno in un reparto con liquidi a temperatura ustionante e non è più tornato a casa. La parte che conta adesso sta tutta nella qualità dell’accertamento tecnico, perché solo da lì passerà la linea che separa la tragedia già certa dalle responsabilità eventualmente accertabili.