Salute
Autismo, al Bioparco di Roma il progetto del Campus Bio-Medico per spazi più inclusivi
Autismo, al Bioparco di Roma spazi più inclusivi
Autismo, al Bioparco di Roma
spazi più inclusivi
Nel giorno della Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo, il Bioparco di Roma è diventato un banco di prova concreto per capire se uno spazio pubblico possa diventare più accessibile quando viene pensato per ridurre il carico sensoriale. La Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico ha portato qui oltre venti famiglie con bambini e adolescenti tra i 6 e i 18 anni per l’iniziativa “Neurodivergenza & Inclusione. Arricchire l’ambiente per accogliere”, costruita attorno a una visita guidata progettata per favorire calma, partecipazione e relazione in un contesto naturale. Il punto che emerge subito è chiaro: l’inclusione, in questo caso, non passa da un messaggio astratto ma da una modifica concreta dell’esperienza di visita.
Perché conta
Il patrocinio della Società Italiana di Pediatria e dell’Ordine dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Roma aiuta a leggere il senso del progetto. Non siamo davanti a una semplice uscita organizzata per la ricorrenza del 2 aprile. Siamo davanti a un tentativo preciso di spostare il tema dell’autismo dalla sola dimensione clinica a quella degli ambienti quotidiani, cioè dei luoghi in cui bambini e ragazzi studiano, aspettano, osservano, si orientano e cercano di partecipare senza essere travolti dagli stimoli.
Il quadro
Il progetto romano si muove dentro una direzione che oggi è esplicita anche sul piano internazionale. L’Organizzazione mondiale della sanità, proprio nella Giornata mondiale 2026, richiama politiche capaci di promuovere ambienti neuroinclusivi nella sanità, nell’istruzione, nei luoghi di lavoro, nello sport e negli altri spazi della vita sociale. In Italia l’Osservatorio Nazionale Autismo dell’Istituto Superiore di Sanità lavora su linee guida, mappa dei servizi e reti per diagnosi e intervento precoce. Noi qui leggiamo un passaggio chiaro: non basta curare meglio, bisogna anche progettare meglio.
La pressione
C’è poi il dato che rende l’iniziativa più attuale di quanto possa sembrare. Il Servizio di Neuropsichiatria Infantile del Campus Bio-Medico registra oltre 20 prime visite a settimana per ADHD e disturbi dello spettro autistico. Quando la domanda di valutazione cresce in modo stabile, cambia anche il significato di un progetto come quello del Bioparco: non è un episodio laterale, ma un modo per verificare sul campo se l’ambiente può alleggerire una parte delle difficoltà che le famiglie affrontano fuori dai percorsi terapeutici.
Il test
La visita è stata costruita per limitare il sovraccarico sensoriale e favorire l’interazione in un contesto aperto, immerso nel verde e segnato dal contatto con gli animali. È un passaggio importante perché ribalta un’abitudine ancora diffusa: chiedere alla persona di adattarsi a spazi pensati da altri. Qui accade il contrario. È lo spazio che prova a farsi più accogliente e meno invasivo. Il risultato cercato non è la spettacolarizzazione della diversità, ma una partecipazione più serena, con tempi e condizioni più gestibili.
Il confronto
Il dialogo finale con specialisti, genitori e associazioni come ANGSA Lazio, ScopriAMO l’autismo e Gruppo Asperger APS è l’altro snodo decisivo. La presenza congiunta di clinici, famiglie e realtà associative evita che l’inclusione resti una parola da calendario. Il baricentro si sposta infatti sull’esperienza quotidiana, cioè su quello che accade davvero quando un bambino entra in un luogo aperto al pubblico e deve orientarsi, attendere, osservare e condividere il tempo con altri visitatori.
Cosa cambia
Qui serve una deduzione logica della redazione. Se il sistema sanitario investe in diagnosi tempestive, linee guida e presa in carico, ma i luoghi della quotidianità restano difficili da attraversare, una parte decisiva del lavoro sull’inclusione si perde appena si esce dall’ambulatorio. Per questo l’esperienza del Bioparco conta più del suo valore simbolico. Offre un modello piccolo ma replicabile: ascoltare le famiglie, osservare come reagiscono bambini e ragazzi, correggere gli spazi e solo dopo parlare di accessibilità. È da passaggi come questo che un progetto locale può diventare metodo.
Roma non colma in un giorno il divario che separa sensibilizzazione e accesso reale. Però indica una direzione netta. Quando sanità, istituzioni professionali, famiglie e terzo settore lavorano sullo stesso terreno, l’autismo smette di essere raccontato soltanto come diagnosi e torna a essere ciò che riguarda anche la città, i suoi servizi e il modo in cui sceglie di accogliere.