Cronaca
Asso, assoluzione definitiva per Milia nell’omicidio Furceri
Asso, definitiva l’assoluzione per Milia
Asso, definitiva
l’assoluzione per Milia
Asso, 7 aprile 2026. La decisione è ormai definitiva nella giustizia militare: Antonio Milia non potrà più essere giudicato per l’uccisione del luogotenente Doriano Furceri, comandante della stazione dei carabinieri di Asso, avvenuta il 27 ottobre 2022 nella caserma del paese del Comasco. Il punto giuridico che chiude il fascicolo militare è netto: i giudici hanno ritenuto stabile, dal primo grado fino all’ultimo passaggio, il vizio totale di mente legato a un disturbo delirante persecutorio. Questo chiude la questione della responsabilità penale di Milia per l’omicidio. Non chiude invece il capitolo sulla catena di valutazioni sanitarie che lo riportò in servizio armato pochi giorni prima del delitto.
Qui separiamo con precisione i due piani, perché è l’unico modo serio per capire che cosa cambia da oggi. Sul versante dell’imputabilità personale, il procedimento militare è finito. Sul versante delle possibili responsabilità esterne, resta aperto il fascicolo della Procura di Como sulla commissione medica militare che aveva restituito a Milia l’idoneità incondizionata al servizio e l’arma d’ordinanza il 18 ottobre 2022, appena nove giorni prima degli spari. La scansione degli atti che riportiamo coincide con quanto pubblicato oggi da ANSA e Sky TG24 e con il lavoro di dettaglio seguito in questi mesi da Il Giorno e La Provincia di Como.
Che cosa chiude davvero la definitività
La formula giornalistica più semplice è assoluzione definitiva. Sul piano tecnico il cuore dell’esito è un altro: difetto di imputabilità. Nel processo militare il fatto era contestato come insubordinazione con violenza pluriaggravata, la qualificazione con cui il codice penale militare intercetta l’omicidio volontario del superiore. I giudici hanno però escluso che Milia, nel momento in cui sparò, fosse capace di intendere e di volere. Quando questo presupposto cade, il processo non può produrre una condanna penale ordinaria. È qui che si ferma il potere punitivo dello Stato sul singolo imputato.
Questo passaggio merita una puntualizzazione, perché nel racconto pubblico degli ultimi mesi si sono alternati termini come proscioglimento, assoluzione e non luogo a procedere. La sostanza giuridica, però, resta la stessa: il giudizio militare ha concluso che Milia era totalmente non imputabile al momento del fatto. Per il lettore la conseguenza concreta è semplice: da oggi il capitolo militare va letto come chiuso, mentre ogni altra verifica riguarda un perimetro diverso.
La sequenza processuale, senza passaggi confusi
La sera del 27 ottobre 2022 Milia scese dall’alloggio di servizio alla caserma di Asso, incontrò Furceri e gli sparò con la pistola d’ordinanza. Dopo il delitto si barricò nella struttura e fu disarmato solo all’alba successiva da un intervento dei reparti speciali, nel quale rimase ferito anche un militare. Il primo snodo giudiziario arrivò il 3 luglio 2024, quando il Tribunale militare di Verona lo prosciolse per incapacità di intendere e di volere. In appello la Corte militare di Roma dispose una nuova perizia e il 17 dicembre 2025 confermò la non imputabilità insieme alla pericolosità sociale. Il 7 aprile 2026 segna il punto in cui quel verdetto diventa definitivo nel circuito della giustizia militare.
Il peso di questa cronologia sta nel fatto che non si tratta di una conclusione nata da un solo esame clinico o da una sola udienza. Il giudizio di non imputabilità ha retto a verifiche ripetute, a consulenze e a un nuovo vaglio peritale disposto in secondo grado. Per questo la notizia di oggi non è una svolta improvvisa. È la cristallizzazione finale di un orientamento che nel fascicolo militare si era già consolidato da tempo.
L’equivoco da evitare: definitiva non significa fine di tutto
La parola definitiva qui va letta bene. Significa che il giudizio militare sulla responsabilità penale di Milia ha esaurito la sua corsa. Non significa che lo Stato abbia smesso di indagare sul fatto nel suo complesso. Il procedimento parallelo davanti alla Procura di Como ha un oggetto diverso, persone diverse e una base giuridica diversa. Qui non si discute se Milia fosse imputabile mentre sparava. Si discute se chi lo valutò e lo rimise in servizio abbia contribuito colposamente a creare la condizione che rese possibile il delitto.
È una distinzione decisiva anche per un altro motivo. L’ipotesi che grava sul filone ordinario è omicidio colposo, cioè un reato che esce dal perimetro del codice penale militare e chiama in causa la magistratura ordinaria. In altre parole, il caso non si sposta dalla giustizia militare a quella ordinaria per un capriccio procedurale. Si sposta perché cambia il fatto da verificare e cambia il titolo di reato che si ipotizza per eventuali responsabilità ulteriori.
Perché il fascicolo sui medici pesa più di un dettaglio amministrativo
Qui sta l’elemento che trasforma la notizia di oggi da semplice chiusura processuale a questione istituzionale. Le sentenze militari hanno indicato con chiarezza che la commissione medica militare dichiarò Milia idoneo incondizionatamente al servizio il 18 ottobre 2022, quando i segnali del disturbo risultavano già emersi da tempo. Per i giudici questo passaggio non è un contorno. È uno snodo causale da verificare, perché la restituzione dell’arma e il reintegro avvennero a ridosso dell’omicidio.
È proprio qui che il caso cambia natura. Finché l’attenzione resta concentrata soltanto sul gesto di Milia, la risposta giudiziaria si arresta contro il muro della non imputabilità. Appena lo sguardo si sposta sulla sequenza precedente, quella fatta di valutazioni cliniche, idoneità al servizio, riammissione e disponibilità dell’arma, il fascicolo torna a produrre domande giudiziarie concrete. La più importante è semplice da formulare e complessa da provare: quel delitto si poteva evitare impedendo il rientro armato in servizio?
Che cosa dicono davvero le perizie
Ridurre tutto alla formula vizio di mente rischia di nascondere il punto tecnico centrale. Le perizie richiamate nei vari gradi di giudizio descrivono un disturbo delirante di tipo persecutorio, cioè una condizione in cui convinzioni false ma strutturate vengono vissute come realtà. È dentro questo quadro che Milia attribuiva al comandante atteggiamenti persecutori e interpretò quel contatto finale come conferma della minaccia che credeva di subire. La pericolosità sociale riconosciuta anche in appello spiega perché il sistema abbia affiancato al proscioglimento una misura di sicurezza. In termini semplici, l’assenza di imputabilità non equivale a irrilevanza clinica né a libertà piena senza controlli.
Questo è anche il punto che impedisce letture superficiali. La sentenza definitiva non assolve moralmente il fatto e non attenua la gravità dell’omicidio di Furceri. Stabilisce soltanto che l’ordinamento, davanti a una patologia ritenuta decisiva nel momento dell’azione, non può trattare Milia come un imputato pienamente responsabile. È un confine giuridico severo, spesso difficile da accettare sul piano umano, ma decisivo per comprendere il senso preciso del verdetto.
Che cosa cambia da oggi
Per la famiglia Furceri cambia soprattutto il terreno del confronto giudiziario. Non ci sarà un nuovo giudizio penale su Milia per l’omicidio. Le verifiche si spostano invece sul prima, cioè sui controlli sanitari, sull’idoneità al servizio, sulla restituzione dell’arma e sulla tenuta delle procedure interne quando un militare presenta segnali psichiatrici incompatibili con il servizio armato. Per l’Arma e per l’amministrazione militare questo è il punto più delicato, perché la vicenda non interroga più soltanto il gesto individuale ma la capacità dell’istituzione di intercettare per tempo un rischio già emerso.
La decisione di oggi lascia quindi un effetto immediato e uno di più lunga durata. L’effetto immediato è giudiziario: il capitolo Milia si chiude nel perimetro militare. L’effetto di lunga durata è organizzativo e culturale: il caso di Asso diventa un banco di prova sulla gestione dei rientri in servizio dopo disturbi psichici, sulla circolazione delle valutazioni sanitarie e sul livello di cautela richiesto quando è in gioco un’arma d’ordinanza.
Il punto che resta dopo la sentenza definitiva
La vicenda di Asso lascia quindi due verità giudiziarie diverse ma complementari. La prima è chiusa: Milia, per la giustizia militare, non è penalmente imputabile per l’omicidio di Doriano Furceri. La seconda è ancora da accertare: se quel delitto potesse essere evitato impedendo il suo rientro armato in servizio. È su questo secondo asse che si misurerà il peso reale della decisione di oggi, molto più che nella formula finale ripresa dai titoli.