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Cultura

Arte, Carlson-Bill Viola: incontri sull’acqua a Palazzo Bonaparte

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Lei è la signora indiscussa della danza contemporanea, lui il pioniere assoluto della video arte. Per la prima volta Carolyn Carlson e Bill Viola si incontreranno nei saloni di Palazzo Bonaparte a Roma, un tempo residenza di Letizia Ramolino, madame mère, la madre dell’Imperatore francese (un’unica serata il 23 giugno per 3 repliche). 

Una performance itinerante, quasi ‘un dialogo’ sull’acqua, ideata dalla grande regista, coreografa e danzatrice statunitense, ‘académicienne de France’ accanto a Blanca Li, Thierry Malandain e Angelin Preljocaj, per la mostra ‘Icons of Light’, attualmente in programma all’interno dei saloni dello storico palazzo, che la vede protagonista accanto a Sara Orselli, solista italiana della sua compagnia. 

 

 

 

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Attualità

“Cambia Menti”, un viaggio introspettivo sui cambiamenti della vita

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Una donna si scopre e si racconta in una serata speciale. Fragilità e conflitti, mille aspetti buffi e sfrontati di una attrice, una madre, una moglie, una figlia. Pubblico e privato si mischiano confondendo spesso la dolce protagonista della storia. L’immagine riflessa sarà aderente a quella nota a quanti la conoscono? Forse non lo sa neanche lei, forse non riesce a confessarlo a se stessa o semplicemente in una vita frenetica, non ha trovato il tempo di riflettere e svelarsi, perdonarsi finalmente di essere sempre stata se stessa.

Di e con Antonella Prisco
Scene Mario Maresca
Costumi Luisa Gorgi Marchese
Luci Gennaro Russo

Lo spettacolo “Cambia Menti“, scritto e interpretato da Antonella Prisco, è un viaggio emozionante e introspettivo attraverso i cambiamenti che affrontiamo o subiamo nella nostra vita. L’autrice ci porta in un’esplorazione delle piccole psicosi che viviamo durante questi “passaggi di vita” che chiamiamo cambiamenti.

L’entourage di personaggi che sfilano sulla scena ci raccontano storie e situazioni familiari che ci permettono di riconoscere la verità dei cambiamenti. Attraverso la loro interpretazione, Antonella Prisco ci fa vedere come perdere l’equilibrio e uscire dalla propria zona di comfort possa richiedere coraggio. Infatti, cambiare significa piegare, girare intorno e a volte superare ostacoli, ma a volte l’ostacolo è proprio il cambiamento stesso.

Un’occasione per riflettere

Con “Cambia Menti”, Antonella Prisco invita lo spettatore a riflettere sul proprio percorso di vita e su come ogni cambiamento rappresenti un’opportunità per crescere e migliorare se stessi. Attraverso la commedia e la riflessione, l’autrice ci porta a scoprire che, anche se a volte possono essere difficili, i cambiamenti sono necessari per evolvere e diventare la persona che vogliamo essere.

Riscopri te stesso, la vera essenza del cambiamento

In conclusione, “Cambia Menti” è uno spettacolo che non solo intrattiene, ma anche ispira e motiva. Un’occasione per riscoprire se stessi e comprendere come i cambiamenti possano essere un’opportunità per diventare la versione migliore di noi stessi.

Martedì 14 Febbraio, presso il Teatro Sannazaro (Via Chiaia, 157, 80121 Napoli NA) alle ore 21, non perdere l’occasione di vedere Antonella Prisco in azione e di immergerti in un viaggio attraverso i cambiamenti della vita: clicca qui per acquistare i biglietti.

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Cultura

Mostre, ‘L’Italia è di Moda’, sfila il madre in Italy a Seoul

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(Adnkronos) – Era il 12 febbraio del 1951 quando venne organizzata a Firenze da Giovanni Battista Giorgini una sfilata che cambiò per sempre le sorti della moda italiana lanciando nel mondo quello che poi sarebbe diventato il ‘made in Italy’. Da quel giorno di 72 anni fa, l’Italia ha vestito il mondo intero, dalle dive attrici di Hollywood ai grandi personaggi, creando una rivoluzione di stile globale, che ha cambiato per sempre la storia del nostro paese. La mostra ‘l’Italia è di Moda’, da un’idea e a cura di Stefano Dominella, presidente della sezione Moda e Design di Unindustria, è ospitata a Seoul in Corea del sud, nelle sale di High Street Italia, dal 1 al 12 febbraio, sotto l’egida dell’Ice Agenzia (Italian Trade & Investment Agency), dell’Ambasciata Italiana a Seoul e di Unindustria (Unione degli Industriali e delle Imprese del Lazio). 

L’Italia ha ‘vestito’ il mondo intero, dalle dive di Hollywood ai grandi personaggi della storia internazionale, creando una rivoluzione di stile globale, che ha cambiato la storia del nostro Paese. La moda italiana è sempre stata al passo con i tempi, dettandone molto spesso anche le regole. Dallo stile pacato ed elegante degli anni ’50, passando per le creazioni anticonformiste della generazione rivoluzionaria degli anni ’60 e ’70, fino all’esplosione del fenomeno progressista dei ‘giovani in carriera’ degli anni ’80, il made in Italy ha sempre attirato l’attenzione muovendosi con cura tra innovazione e tradizione, tra passato, presente e futuro, tra talento e genialità creativa, tra business ed economia.  

Oggi il contributo della moda italiana non è solo economico. Le collezioni, i designer e le aziende manifatturiere continuano ad influenzare il resto del mondo. Dagli anni ’80 del novecento in poi le passerelle di Milano, Parigi e New York hanno decretato il made in Italy come sinonimo di qualità e le creazioni firmate dalle griffe italiane diventare vere e proprie icone del bello e ben fatto. Ecco la mostra ‘l’Italia è di Moda’, un percorso espositivo sorprendente, con abiti e materiali mai visti prima, un excursus creativo-artigianale, sia per un pubblico tecnico che per i comuni visitatori della mostra stessa.  

L’esposizione si articolerà quindi attraverso creazioni inedite, provenienti da importanti archivi e da collezioni contemporanee realizzate con lavorazioni che hanno scritto le più importanti pagine della storia della moda internazionale e che ancora oggi vengono create con indubbia maestria, anche grazie alle nuove tecnologie. Plissé, ricami, nervature millimetriche, tessuti dipinti a mano e molte altre tecniche sartoriali saranno, anche loro, protagoniste. In mostra le mirabilie sartoriali frutto della creatività insolita delle più importanti maison di moda italiane. Tra le 50 creazioni, provenienti da importanti archivi storici ecco la giacca black and white di Giorgio Armani, il total white di Walter Albini, il paltò di Max Mara, l’ironica creazione di Franco Moschino dedicata al latte, dall’ampia gonna sulla quale troneggia una mucca black and white, l’abito firmato Emilio Pucci con la stampa che lo rese famoso in tutto il mondo. 

Dall’archivio storico di Gattinoni ecco gli abiti delle star di Hollywood Lana Turner e Kim Novak vestite di georgette e raso duchesse, Audrey Hepburn in stile impero, Anita Ekberg protagonista del film diretto da Federico Fellini, i tubini neri di Anna Magnani, l’abito dalla lunga coda con l’iconica stampa paisley di Etro, la stampa coloratissima di Gianni Versace, il rosso di Valentino Garavani, il virtuosismo sartoriale di Gianfranco Ferrè, il coloratissimo mondo di Missoni, le paillettes di Enrico Coveri, la pura sperimentazione di Miuccia Prada. Solo per citarne alcuni. A latere dell’iniziativa descrittta, inoltre, dal 1 al 3 Febbraio a Seoul verrà organizzata la manifestazione fieristica Italian Fashion Days in Korea, quest’ultima sotto l’egida di Emi -Ente Moda Italia. Italian Fashion Days in Korea è dedicata a presentare ai buyer coreani le collezioni italiane di abbigliamento, calzature, pellicceria, pelletteria e accessori uomo e donna ed è realizzata in sinergia tra Aip, Assocalzaturifici, Assopellettieri, Sistema Moda Italia, con il sostegno di Ice Agenzia.  

Sotto l’egida di ambasciata d’Italia a Seoul e Ice per tre giovani designer, selezionati da Stefano Dominella presidente della sezione Moda, Design di Unindustria, sarà allestito, all’interno della manifestazione, uno spazio ad hoc per la presentazione delle loro capsule collectiion ai buyer e alla stampa coreana. I 3 designer Francesca Cottone, Gianluca Saitto e Michele Gaudiomonte affronteranno per la prima volta il mercato coreano, tra i più importanti del fashion system mondiale. 

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Cultura

Libri, sensibile e introverso, il ‘ritratto’ di Carlo III firmato Penco

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(Adnkronos) – Se le memorie del principe Harry stanno toccando vertici di curiosità (e di vendite) over booking in tutto il mondo si affacciano timidamente alla ribalta le prime biografie consacrate a Carlo III in vista dell’incoronazione prevista per il 6 maggio nell’abbazia di Westminster. E’ in libreria, in questi giorni, ‘I Windsor. La dinastia di Elisabetta II’ firmato per Diarkos da Cristina Penco. L’autrice si sofferma in alcuni capitoli sull’infanzia del piccolo Carlo partendo dalla scelta del nome ( “giudicata da molti infelice. Carlo I era stato decapitato, Carlo II era un donnaiolo impenitente e la dinastia degli Stuart era stata rovesciata proprio dagli Hannover-Windsor”) tra tate, ‘madri surrogate’ e vicarie per i numerosi impegni della principessa Elisabetta, salita poi al trono con il nome di Elisabetta II. “Sembra – come scrive Cristina Penco – che la prima parola che il principino abbia pronunciato sia stata ‘nana’ (nanny) e non ‘mama’ (mamma)”.  

Il futuro principe del Galles era un bambino “mite, sensibile, schivo, con qualche problema già di autostima, la sua ritrosia, poi, la sua timidezza ricordava quella degli ultimi Windsor, in particolare quella del nonno Giorgio VI”. Come tutti i giovani aristocratici anche il primogenito della reale coppia, imparò a cacciare a cavallo, a pescare nei fiumi, a sparare alle folaghe, negli acquitrini di Hickling Broad, non lontano da Sandringham. La sua infanzia, trascorsa nella dimora di Clarence House e Buckingham Palace, si divideva tra i nonni materni (re Giorgio VI e regina Elizabeth) e la bisnonna (la regina madre Mary). Aveva una predilezione per le persone più agè, forse più rassicuranti o semplicemente avvertite come “confortanti e rassicuranti”. In particolar modo la regina madre che gli aprì le porte, secondo quanto scrive Cristian Penco ad “un mondo di arte e cultura”.  

Non fu un’adolescenza da ricordare, la sua. Nel collegio di Gordonstoun (“una condanna alla prigione, un autentico inferno”) Carlo III era umiliato, bullizzato dai compagni più grandi del convitto e spesso preso in giro. Solo, lontano dalla famiglia, si consolava accanto a nonna e bisnonna, a Balmoral, a Birkhall, un angolo remoto di Scozia, battuto dai venti del Mare del Nord, amatissimo dal piccolo principe. “Non a caso, il castello di Birkhall è quello dove, nel 2005, Charles avrebbe trascorso la luna di miele con la seconda moglie, Camilla”, ricorda la giovane autrice del libro.  

Carlo III adorava lo zio Dickie, lord Mountbatten, l’utimo vicerè dell’India, amatissimo anche a corte per aver favorito l’incontro tra il nipote esule Filippo e colei che sarebbe succeduta un giorno a Giorgio VI. Figura di riferimento, quasi un padre putativo, che giorno dopo giorno, accompagnava il cammino in ascesa del timido rampollo dei Windsor (“natura riservata e riflessiva, giovane introverso, soffriva di forti attacchi di depressione,”, scrive l’autrice), studi al Trinity College di Cambridge, all’University College del Galles, ad Aberystwyth e una laurea con specializzazione in Archeologia, antropologia e storia (23 giugno 1970), il primo erede al trono, il principe Carlo, a conseguire una laurea e successivamente il titolo di Master of Arts, sempre a Cambridge. Entrò in Marina, come il padre, ma soffriva di mal di mare. Carlo non era tagliato per la vita in mezzo all’Oceano  

In quegli anni bisognava, però, rilanciare la monarchia nonostante l’amore dei sudditi nei confronti della royal family. Si puntò sul brand ‘Charles’, con la ferma convinzione, anche da parte del principe di Galles, che ‘La Corona e il Paese venivano prima di qualsiasi cosa’. A 21 anni intanto, con la maggiore età Carlo entra in possesso di una fortuna immensa. Settemila acri di terra, cave di granito, letti di ostriche nel fiume di Helford, importanti proprietà londinesi, spiagge, isole e perfino la prigione di Dartmoor. La rendita annua è di circa 20 milioni di euro all’anno destinate soprattutto alla beneficenza, alle attività di rappresentanza, alle spese personali e della famiglia.  

Il 1972 è un anno fatale. Scocca la scintilla tra l’erede al trono e Camilla Shand (“appassionata di cavalli, divertente, stravagante, senza peli sulla lingua, con diverse avventure maschili alle spalle”, ricorda Cristina Penco), Carlo poco più che ventenne se ne innamora perdutamente. Troppo giovane, troppo inesperto accetta, suo malgrado, di essere ‘spedito’ di nuovo in mare a bordo della Hms Minerva al largo delle isole caraibiche. Camilla decide di sposare Andrew Parker Bowles, ufficiale dell’esercito brittanico e amico di polo di Carlo. Scriverà allo zio Mountbatten: “Sono completamente distrutto. Immaginavo che questa bella relazione di amicizia affettuosa sarebbe durata per sempre”.  

Cruccio della royal family rimane il matrimonio dell’erede al trono. Numerose le relazioni con fanciulle affascinanti, ma forse non realmente innamorate. Amanda Knatchbull, Anna Wallace, le sorelle Spencer. E fu proprio nella tenuta dell’amico Philip de Pass che incontrerà la giovane Diana, che il futuro marito ricorderà “simpatica, divertente e attraente”. Il matrimonio fu celebrato qualche anno dopo. Grande fasto, grande pompa, un Paese in festa. Commenta Cristina Penco: “Sperava di convolare a nozze con la donna giusta per la monarchia, invece scelse la persona più sbagliata in assoluto per lui e di riflesso per la stessa istituzione. Inconsapevolmente accese una miccia che avrebbe provocato una rovinosa esplosione”.  

Tutti noi sappiamo come è andata. La crisi, subito dopo la nascita del principe William, all’interno di quella che venne chiamata la ‘Guerra dei Galles’, i disordini alimentari, l’insofferenza di Carlo verso una persona estremamente diversa da lui. E poi il drammatico divorzio, fortemente voluto dalla regina Elisabetta dopo l’intervista in tv alla Bbc, la tragica scomparsa di lady Diana sotto il tunnel de l’Alma a Parigi, il 31 agosto del 1997. Carlo dovrà aspettare il 9 aprile 2005 per impalmare l’amore di una vita, un amore non negoziabile, ripeterà più volte l’allora principe Carlo, quello per Camilla, duchessa di Cornovaglia e oggi regina consorte. Il 6 maggio, con le celebrazioni dell’incoronazione, si aprirà una nuovo capitolo per i Windsor, Harry e Meghan permettendo. “Addio a God Save The Queen – ha scritto convinta nel suo libro Cristian Penco- In Gran Bretagna la musica è cambiata. God Save The King. Lunga vita al re”.  

 

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Attualità

La settima stanza: Incontro con l’autrice Miriam Candurro a Capua

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Sabato 28 gennaio alle 19, presso il Circolo dei Lettori di Capua, si terrà un evento di grande importanza per gli appassionati di letteratura. L’attrice e scrittrice Miriam Candurro presenterà il suo nuovo romanzo “La settima stanza“, edito da Sperling e Kupfer.

Durante l’evento, organizzato in collaborazione con l’Associazione Mitreofilmfestival di Santa Maria Capua Vetere, Miriam Candurro sarà intervistata dal critico cinematografico Francesco Della Calce. Questi guiderà il pubblico alla scoperta dei retroscena della creazione del romanzo e dell’ispirazione dietro alla sua stesura.

Il romanzo “La settima stanza” è stato acclamato dalla critica per la sua scrittura evocativa e per la capacità dell’autrice di creare personaggi complessi e profondi. La trama è avvincente e coinvolgente, e la descrizione dei luoghi e delle emozioni è straordinariamente dettagliata. L’evento rappresenta quindi un’occasione unica per gli appassionati di letteratura di incontrare l’autrice e di scoprire di più sulla sua opera.

Miriam Candurro è nota al grande pubblico anche per la sua carriera come attrice, con ruoli in numerosi film e serie televisive quali “Capri”, “Un Posto al Sole” e “I Bastardi di Pizzofalcone”. Nel 2008 ha pubblicato per Garzanti il romanzo “Vorrei che fosse già domani” scritto con Massimo Cacciapuoti.

L’ingresso all’evento è gratuito e aperto a tutti. Non perdere l’occasione di assistere alla presentazione del nuovo romanzo di Miriam Candurro, di incontrare l’autrice in persona e di scoprire di più sulla sua carriera sia come scrittrice che come attrice.

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Cultura

Il pugile ‘rimosso’ perché ebreo Leone Efrati in ‘La piuma del ghetto’

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(Adnkronos) – Un campione ritrovato. Una vittima dell’Olocausto, inghiottita in un campo di concentramento, dispersa nella memoria. Un pugile, un peso piuma di grande cuore, amato e seguito in Italia fino al varo delle leggi razziali, che viene cancellato e dimenticato fino ai primi anni del 2000. E’ la storia di Leone Efrati, il pugile che nel 1938 sfiorò il titolo mondiale negli Stati Uniti, la cui storia venne rimossa dai giornali e dagli annuari per il solo fatto di essere ebreo. Storia che ora il giornalista e scrittore Antonello Capurso racconta nel libro ‘La piuma del ghetto. Leone Efrati, dalla gloria al campo di sterminio’ pubblicato da Gallucci.  

Efrati, dopo quell’incontro del 1938, poteva restare negli Usa. Era apprezzato e sostenuto e, Oltreoceano, sarebbe stato protetto. Ma, benché fossero state varate le leggi razziali, tornò a Roma per essere vicino alla moglie Ester e alla famiglia. In un certo senso, questa scelta fu la sua condanna. In Italia, infatti, venne tradito e consegnato ai nazisti. Lo deportarono ad Auschwitz e poi a Ebensee/Mauthausen dove una squadra di Kapò e di SS lo massacrò di botte per aver difeso il fratello. 

Efrati, dice all’AdnKronos Capurso, “prima delle leggi razziali era uno dei pugili che il Littoriale, il nome che aveva preso il Corriere dello Sport con il Fascismo, portava in palmo di mano. Tutti i suoi incontri erano seguitissimi. Andò a combattere negli Stati Uniti per il titolo mondiale nel dicembre del 1938. Da noi erano appena uscite le leggi razziali. L’incontro fu raccontato per radio in diretta negli Usa ma in Italia sui giornali non se ne parlò, ne uscirono zero righe. Era arrivata la disposizione da parte del partito nazionale fascista secondo la quale i giornali sportivi non si dovevano occupare più dei pugili ebrei”. Nonostante tutto, però, rientrò in Italia vivendo “con i proventi acquisiti grazie alla sua attività pugilistica e chiedendo di poter combattere. Permesso che non gli venne accordato. Tutto precipitò nel 1943 quando arrivarono i nazisti. Abbiamo scoperto che fu partigiano, si era iscritto alla brigata Vespri, quella che collaborò alla liberazione di Pertini e Saragat da Regina Coeli. Si era iscritto nel 1944 ma lo arrestarono prima che entrasse in azione”. 

“Quando arrivò a Ebensee – ricorda Capurso – iniziò a combattere contro i pugili più grandi e grossi di lui. Questo perché i nazisti e i Kapò, per divertirsi, organizzavano degli incontri di pugilato nei campi di concentramento. Si scommetteva sui vari contendenti. Si mettevano a confronto, ad esempio, un pugile piccolo di statura e uno alto e si vedeva chi vinceva. Efrati vinceva sempre perché tecnicamente era superiore agli altri. Ad ogni vittoria otteneva un pezzo di pane. In uno di questi combattimenti, che vinse, si confrontò con quello che veniva definito il campione di Auschwitz, un pugile enorme, sul quale avevano scommesso i Kapò polacchi. Sconfitti, i Kapò tesero un agguato al fratello di Efrati che lo difese. Per questo i nazisti lo ammazzarono a bastonate”. 

Dopo la morte, nel 1944, si perse la memoria di Leone Efrati. Con le leggi razziali era stato cancellato dagli annuari, la federazione di boxe lo radiò, il ricordo della sua vita andò disperso. Nel 1947 sarà un bambino, il figlio Romoletto che si era salvato dalle persecuzioni, “a rendere giustizia al papà Leone. Testimoniò a suo favore durante il processo contro i cacciatori degli ebrei. Una testimonianza incredibile”. La sua vicenda venne riscoperta all’inizio degli anni 2000, conclude Capurso, “perché un vecchio pugile trovò casualmente nel magazzino dell’Audace, la palestra dove si allenava insieme a Efrati, la valigetta con le iniziali nascoste dello stesso Efrati. L’aprirono e trovarono i suoi guantoni, gli scarpini e il caschetto”. Cominciò così la riscoperta della vicenda di Leone Efrati, il grande pugile dimenticato. 

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Cultura

Editoria: Aie, ecco i 10 titoli più venduti del 2022

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(Adnkronos) – Si è appena concluso il 40esimo Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri -organizzato a Venezia sull’Isola di San Giorgio dalla Fondazione omonima, col contributo di Messaggerie Libri e Messaggerie Italiane, e l’Associazione Italiana Editori fornisce l’elenco dei dieci titoli più venduti nel 2022. 

1. Fabbricante di Lacrime, E. Doom, Magazzini Salani (maggio 2021); 2. Il caso Alaska Sanders, J. Dicker, La Nave di Teseo (maggio 2022); 3. It ends with us, C. Hoover, Sperling & Kupfer (marzo 2022); 4. Violeta, I. Allende, Feltrinelli (febbraio 2022); 5. Rancore, G. Carofiglio, Mondadori (marzo 2022); 6. La canzone di Achille, M. Miller, Marsilio (gennaio 2019); 7. Le ossa parlano, A. Manzini, Sellerio (gennaio 2022); 8. Mussolini il capobanda, A. Cazzullo, Mondadori (settembre 2022); 9. Il rosmarino non capisce l’inverno, M. Bussola, Einaudi (giugno 2022); 10. Finché il caffè è caldo, T. Kawaguchi, Garzanti (marzo 2020). 

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Cultura

Lo sceicco di Dubai a Bari per l’ultima giornata di AmbientArti

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(Adnkronos) – Un ospite d’eccezione per la terza e ultima giornata degli appuntamenti di AmbientArti, il primo Festival ecologico pugliese che si sta svolgendo nella sede della Biblioteca De Gemmis, nel Borgo Antico di Bari.  

È lo sceicco di Dubai H.E. Mohammed Sheik Bin Murjeen, presidente dell’Emirates Travellers Festival, che domani mattina a partire dalle 9.30 aprirà i lavori della Tavola rotonda “Fast Pitch Deck for all global opportunities”. L’evento è stato organizzato dall’emittente televisiva Telebari, con il sostegno della Regione Puglia, ed è un’opportunità per approfondire temi di natura ambientale come la Green-Economy, attraverso i diversi linguaggi della comunicazione contemporanea: dalla politica all’arte, passando attraverso la scienza, fino ad arrivare alla musica e al cinema. 

“L’Italia e la Puglia sono felici di promuovere l’amicizia tra i nostri popoli – ha dichiarato la direttrice di Telebari, Maddalena Mazzitelli – Insieme possiamo creare nuove collaborazioni. La mia azienda Telebari opera in Italia da 50 anni, ha seguito da vicino l’incredibile crescita di Dubai ed è onorata di dare il benvenuto a H.E. Awad Mohammed Sheik Bin Mujreen, presidente dell’Emirates Travellers Festival”. 

“La gentilezza e la bellezza dei nostri popoli – ha proseguito l’organizzatrice di AmbientArti – potranno dare speranza ai giovani imprenditori, per l’economia e la crescita sostenibile. Possiamo imparare da Voi viceversa. Potremo collaborare l’un l’altro per lo sviluppo globale. Insieme possiamo trasmettere il nostro messaggio positivo di amicizia in tutto il mondo promuovendo insieme la nostra storia, la cultura e la prosperità”.  

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Cultura

Un esempio di dignità e integrità morale, Liliana Segre raccontata da Cecchi Paone

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(Adnkronos) – Un esempio di “dignità” e “integrità morale in un Paese che non si può dimenticare della Shoah”. Sono questi gli aspetti più forti della testimonianza di Liliana Segre messi in evidenza dal giornalista e divulgatore Alessandro Cecchi Paone nel suo saggio ‘Liliana Segre. Umanità, speranza e coraggio’ pubblicato da Armando Curcio Editore. Cecchi Paone racconta ai ragazzi l’importanza della Memoria attraverso il ritratto che dedica alla Segre nelle pagine del suo libro. “La memoria – afferma – serve a preservare tutti, soprattutto i giovanissimi, dalla ripetizione di queste esperienze spaventose”.  

“L’indifferenza – ricorda invece Segre – è più colpevole della violenza stessa. È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo”. L’opera sulla senatrice a vita rappresenta un ulteriore passo avanti nel percorso di sensibilizzazione delle nuove generazioni che Cecchi Paone condivide con la casa editrice di Armando Curcio. Un percorso che si realizza nella serie ‘Eroi del nostro tempo’ che nasce con un obiettivo ambizioso: quello di raccontare i personaggi che oggi riescono a ispirare, motivare e accompagnare nella crescita le giovani generazioni.  

Spaziando dallo sport alla cultura, passando per la religione, la ricerca e la fantasia, le biografie che vengono presentate puntano a portare alla luce i motivi educativi, psicologici ed emozionali che legano i giovani di oggi ai loro eroi. Per la cultura e per la storia, la Segre rappresenta a pieno gli intenti della serie: la sua biografia è testimonianza di un passato buio che sembra sempre più lontano rispetto alle nuove generazioni ma che, invece, deve rimanere un ricordo vivido, come monito per il futuro. Una storia di umanità, speranza e coraggio, veicolo di un messaggio determinante per i giovani lettori: è necessario combattere sempre contro le ingiustizie e la sopraffazione. 

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Cultura

“L’essenza del fascismo”, Altaforte riporta in libreria Giorgio Locchi

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(Adnkronos) – Le edizioni Altaforte riportano in libreria uno dei grandi classici della storiografia non conforme, “L’Essenza del Fascismo”, di Giorgio Locchi, arricchito da un ulteriore testo di Locchi e da due saggi di Philippe Baillet e Adriano Scianca.  

Pubblicato originariamente nel 1981, il saggio di Locchi intendeva smorzare gli entusiasmi della destra successivi alla “Intervista sul fascismo” di Renzo De Felice, spiegando che il grande storico reatino aveva sì avuto il merito di accostarsi al fascismo senza preconcetti, ma al contempo non aveva compreso alcuni degli aspetti cruciali della sua visione del mondo. Locchi – che ne L’Essenza del Fascismo spiega peraltro le ragioni della sua rottura con la Nouvelle droite di Alain de Benoist, di cui era stato maestro – propone invece una lettura originale, “che – si spiega – inquadra i fascismi nell’ambito di un più vasto e profondo movimento spirituale chiamato sovrumanismo. Una lettura densa di riferimenti filosofici, che più di 40 anni dopo non ha perso nulla della sua acutezza, ed è stata anzi confermata da alcune delle più recenti ricerche sul fascismo. Breve, ma estremamente denso, “L’Essenza del Fascismo” è quindi ancora oggi una bussola imprescindibile per comprendere uno dei momenti più discussi della storia moderna, ma anche per riscoprire uno dei punti più alti toccati dalla riflessione ideologica del mondo non conforme dal 1945 a oggi”. 

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Cultura

Lo Stato acquista lettera di Leopardi al cugino Giuseppe

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(Adnkronos) – “Caro Peppino, Veramente le amicizie o non si dovrebbero mai stringere, o strette che fossero non si dovrebbero mai rompere. Sono però ben certo e bene persuaso che la colpa in ciò non sia stata vostra”. Così scriveva Giacomo Leopardi, spedita da Recanati il 29 agosto 1823, al cugino, il marchese Giuseppe Melchiorri a Roma. Ora questa lettera autografa a carattere privato è stata acquisita dallo Stato e consegnata alla Biblioteca Nazionale di Napoli.  

Il Ministero della Cultura ha esercitato il diritto di prelazione assicurandosi l’autografo ed impedendo che venisse venduto a privati. La lettera va così ad arricchire ancor di più il prezioso fondo Leopardiano della Biblioteca Nazionale di Napoli, che custodisce in originale l’opera di Leopardi ed oltre il 90% delle corrispondenze inviate da parenti ed amici allo stesso poeta.  

Nella lettera al cugino Giuseppe Melchiorri si cita la rottura con Pietro Visconti, con cui nel 1824 avrebbe fondato le “Memorie romane di antichità e belle arti”, la morte di Papa Pio VII e il successivo conclave. La lettera è stata acquistata ripiegata e imbraghettata nel primo volume dell’Epistolario di Leopardi, edito da Le Monnier a Firenze nel 1883, edizione in cui la lettera non risulta, quasi a riempire la lacuna. 

Con il cugino, Giacomo Leopardi intrattenne una corrispondenza pervasa di accenti di affettività simili a quelli riservati al fratello Carlo. I due cugini erano infatti quasi coetanei e grazie alla confidenza acquisita nel corso della frequentazione, durante i soggiorni romani di Giacomo, si confidarono opinioni e giudizi. La voglia di condividere dispiaceri e inquietudini, opinioni e giudizi, speranze e delusioni traspare dalla lettera del 29 agosto 1823 che si apre con un riferimento allo screzio tra Melchiorri e Visconti ed un bel commento sull’importanza dell’amicizia.  

Melchiorri era molto vicino a Leopardi in quegli anni e divise con lui l’amore per gli studi filologici. Nella lettera si trova riferimento, infatti, agli “stamponi” che attengono il lavoro di Leopardi “Annotazioni sopra la Cronica d’Eusebio” e si riporta la discussione tra i due cugini sulla collezione dei classici latini edita da Pomba, editore torinese, tra il 1818 e il 1835, dal titolo “Collectio Latinorum scriptorum cum notis”. 

“La Biblioteca Nazionale di Napoli -dichiara la direttrice Maria Iannotti – orgogliosa di essere custode dell’eredità del poeta più amato dagli italiani, è da tempo impegnata, sostenuta dalla Direzione Generale Biblioteche del Ministero della Cultura, diretta da Paola Passarelli, in un costante e paziente sforzo di ricognizione per integrare ulteriormente anche il nucleo delle lettere scritte, invece, dallo stesso Leopardi ed indirizzate a letterati, familiari ed amici, delle quali spesso si sono perse le tracce, compromesse dall’avvicendamento degli eredi”. 

“L’epistolario leopardiano si rivela di fondamentale importanza per una maggiore comprensione della personalità e del pensiero di Leopardi – continua Maria Iannotti – svelando aspetti artistici, poetici e personali legati a specifici luoghi e momenti storici. Le testimonianze autografe delle lettere permettono di accertare e confermare fatti, già noti in letteratura e citati nelle copie pubblicate. Si ringrazia la Direzione Generale Biblioteche del Ministero della Cultura , che con il suo intervento ha permesso dal 2018 ad oggi l’acquisizione di ben 6 lettere leopardiane di particolare interesse bibliografico e storico e questa non è da meno”. 

(di Paolo Martini) 

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