Afghanistan, Alidad rifugiato in Italia: “E’ una prigione invisibile”


L’Afghanistan del 2022? “Una prigione invisibile”. Alidad Shiri è afghano, hazara, vive in Italia dal 2005. E’ scappato dall’Afghanistan, da solo, quando aveva appena dieci anni. Nel nostro Paese è arrivato aggrappato sotto a un camion, dopo aver vagato per due anni tra Quetta, Teheran, Istanbul e Atene. In Afghanistan, racconta all’Adnkronos, ha ancora “amici, professori, avvocati, magistrati”, tutte persone che “chiedono aiuto per scappare”. Per scappare da un Paese martoriato da decenni di guerre e da un anno tornato in mano ai Talebani. La situazione “è molto, molto difficile” e “vengono cancellati tutti i diritti conquistati in 20 anni” di presenza di forze internazionali. 

Alidad Shiri – autore di ‘Via dalla pazza guerra’, ha contribuito anche all’antologia di racconti ‘Anche Superman era un rifugiato’ curata dall’Unhcr – e oggi parla del “crollo dell’economia afghana, della povertà in aumento, della disoccupazione, delle violazioni dei diritti umani, della situazione delle donne molto difficile” e degli “attentati che continuano”. I Talebani li definisce senza mezzi termini “un gruppo terroristico, estremista e fondamentalista”. E l’Afghanistan, dice pensando all’uccisione di Ayman al-Zawahiri annunciata nei giorni scorsi dagli Usa, “è diventato anche il nido di al-Qaeda”, mentre “cresce l’Is” con il suo ramo locale Is-K. 

L’anno scorso Alidad si è laureato in Filosofia all’Università di Trento. Ripete sempre il suo “grazie” all’Italia che lo ha accolto, ma invita la comunità internazionale, “concentrata sulla questione ucraina, a non dimenticare l’Afghanistan”. Perché lì oggi, sottolinea, “essere donna significa essere sistematicamente oppressa”. “Le donne – rimarca – devono essere accompagnate da un familiare di sesso maschile per viaggiare, non possono lavorare, non possono studiare dai 12 anni in su. E l’Afghanistan è diventato una prigione invisibile”.  

Per questo, afferma, “la comunità internazionale non deve legittimare il governo talebano, dovrebbe imporre misure, costringerli a rispettare i diritti fondamentali, i diritti delle donne”. E invece i Talebani, in quello che è quasi un silenzio totale, “stanno arrestando tante persone che hanno collaborato con le forze internazionali e “stanno persino bloccando i corsi di inglese, rimuovendo i cartelli in inglese dalle strade”.  

E dall’Afghanistan, dice, è difficile scappare. Vorrebbero farlo – prosegue affermando di ricevere “centinaia di richieste di aiuto” – donne “che hanno lavorato per i ministeri di Difesa e Interni, perché sono nelle liste nere dei Talebani e hanno paura”. Ma molti, conclude, possono solo sognare di lasciare l’Afghanistan perché “per uscire dal Paese serve un passaporto e se non lo hai e lo chiedi” le autorità talebane “vedono le tue informazioni nei database e vieni arrestato”. 

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