Afghanistan: Ahmed Rashid, ‘Talebani vincenti, non possono aver fatto tutto da soli’


L’Afghanistan che dopo anni di silenzio torna sotto i riflettori con l’avanzata inarrestabile dei Talebani dopo l’avvio, a inizio maggio, del ritiro delle forze internazionali, al termine di 20 anni operazioni nel Paese, è il risultato di “molti errori fatti dagli americani”, e non solo, che fanno sì che oggi “i Talebani siano in una posizione vincente” in uno scenario in cui servirebbe, ma manca, un “approccio comune” e le “conseguenze” rischiano di essere “molto gravi”, fino alla “destabilizzazione della regione”. Parla così Ahmed Rashid, esperto pakistano di fama mondiale, autore del bestseller ‘I Talebani’, convinto che la “strategia militare dei Talebani” non sia solo frutto degli eredi del movimento fondato dal mullah Omar. 

In un’intervista ad Aki – Adnkronos International, Rashid rileva gli “errori fatti da tutti”, dal governo del presidente Ashraf Ghani, dagli Stati Uniti, “soprattuto nei negoziati”. Ricorda le “concessioni” ai Talebani, dal rilascio di 5.000 prigionieri talebani dalle carceri dell’Afghanistan ai “viaggi nella regione”, fino agli “incontri con diversi governi”. Gli americani, dice, “sono i primi colpevoli per aver ignorato la realtà della situazione” e “hanno trattato i Talebani come una normale ‘foreign entity'”, mentre il movimento fondato dal mullah Omar ha usato il tempo per “pianificare la strategia di attacco a Kabul”. 

La capitale cadrà come avvenuto per Herat e altre grandi città dell’Afghanistan? “Ci sono negoziati in corso a Doha e penso anche in altre capitali”, risponde Rashid, prima dell’intervento di Ghani che ha annunciato “consultazioni” per evitare all’Afghanistan “ulteriore instabilità”. L’esperto descrive quello che ai suoi occhi è un “tentativo disperato degli americani e di Zalmay Khalilzad”, l’inviato Usa per l’Afghanistan, di “venirne fuori con una sorta di soluzione”. Ma, osserva, “i Talebani sono in una posizione vincente”. 

Intanto ci sono “centinaia di migliaia di sfollati che arrivano a Kabul, che fuggono”, c’è una crisi umanitaria e soprattutto, osserva, “non sappiamo a quale accordo politico pensino i Talebani”. Per non parlare dei diritti delle donne, dell’istruzione. 

E il vicino Pakistan? “Ha svolto un ruolo importante nel sostenere i Talebani”, dice Rashid, che parla della ‘duplice’ politica di Islamabad. “Quella pubblica è per il sostegno al processo di pace e ai colloqui di Doha – afferma il giornalista pakistano- Ma dall’altra parte hanno continuato a sostenere i Talebani”. E, continua, “nessuno può credere che questa strategia militare dei Talebani che è stata tanto brillante ed efficace sia frutto solo dei Talebani”. Sembra, osserva, essere stata “pianificata e messa in atto da un gruppo molto professionale” di esperti militari. 

Dall’altra parte del confine afghano, per un brevissimo tratto, c’è anche la Cina. Il gigante asiatico non si è mai impegnato militarmente nel pantano afghano, ma ne è sempre stato attratto dalle ‘ricchezze’ e preoccupato dall’instabilità. A fine luglio il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha accolto a Tianjian una delegazione dei Talebani, guidata dal capo dell’ufficio politico di Doha, il mullah Abdul Ghani Baradar. Richieste e promesse. 

I cinesi, osserva Rashid, “pensano ai loro interessi”. “Penso sarà quello che accadrà anche con altre potenze – osserva – Penseranno ai loro interessi invece di avere un approccio congiunto” dopo che “purtroppo il presidente americano Joe Biden ha preso una decisione da solo”. E “sarà una tragedia per gli afghani”. 

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