Al Ridotto del Mercadante prende forma Orfani Veleni di Enzo Moscato in un adattamento di Davide Cristiano, progetto vincitore della prima edizione del Premio Enzo Moscato, inserito nella rassegna WE LOVE ENZO. Un omaggio che sceglie la scena per tenere viva una voce diventata necessaria.
Un tributo diffuso dentro il Mercadante
In questi giorni, nella sala principale del Teatro Mercadante è in programma Non posso narrare la mia vita di Roberto Andò, dichiarazione d’amore alla vita e al lavoro di Enzo Moscato. Ma il ricordo non resta confinato a un solo spazio: anche il Ridotto si fa luogo di memoria attiva, chiamando il pubblico a un incontro diverso, più ravvicinato, dove la parola e il corpo tornano a misurarsi con ciò che resta ai margini.
È qui che si chiude il percorso della prima edizione del Premio Enzo Moscato, nato per sostenere la produzione teatrale di compagnie e artistə under 35 impegnati nella messinscena di opere dell’autore. Il riconoscimento si inserisce nel perimetro di WE LOVE ENZO e sceglie di investire su progetti capaci di attraversare un’eredità complessa, senza trasformarla in reperto, ma restituendole respiro, frizione, urgenza.
Il progetto vincitore e l’architettura dello spettacolo
Il premio è stato assegnato al lavoro costruito attorno a Orfani Veleni, che arriva in scena con un nuovo adattamento firmato da Davide Cristiano, chiamato anche alla regia. La produzione è del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale e di Casa del Contemporaneo, in un impianto che mette al centro la responsabilità del gesto teatrale: non un esercizio di stile, ma un confronto diretto con una scrittura che chiede ascolto e presenza.
Sul palco si muove un gruppo di interpreti compatto, formato da Claudio Bellisario, Francesco Ferrante, Cristoforo Iorio, Nello Provenzano e Giuliana Zannelli. L’impianto visivo nasce dalle scene di Sara Palmieri e dai costumi di Dario Biancullo, mentre le luci di Sebastiano Cautiero e il progetto sonoro e musicale di Gianluigi Montagnaro disegnano un clima visionario, attraversato dalle coreografie di Luna Cenere.
Una squadra dietro le quinte, un lavoro corale
La macchina organizzativa si regge su ruoli precisi e su un lavoro spesso invisibile: l’organizzazione è affidata a Claudio Affinito, la direzione di scena a Giuseppina Ruggiero, la grafica a Sofia de Capoa. Le foto di scena portano la firma di Pino Miraglia, i video sono curati da Pietro Di Francesco, con Alessandra Avitabile nel ruolo di assistente scenografa, a conferma di una costruzione collettiva che sorregge l’azione dal primo all’ultimo dettaglio.
Le scene sono state realizzate da NEO Scenografie e Attrezzeria, con il supporto dell’ex Asilo Filangieri. È un elenco che non è semplice contabilità: racconta, piuttosto, un metodo. Quando un testo come quello di Moscato viene rimesso in circolo, ciò che conta è la qualità della cura, la capacità di creare un contesto coerente in cui parola, corpo, suono e visione possano sostenersi a vicenda senza sovrapporsi.
Il sogno di un senzatetto e il crollo di una comunità
Al centro della messinscena c’è un’ipotesi che ribalta lo sguardo: l’uomo che dorme in strada non è presentato come un semplice emarginato, ma come l’ultimo presidio di una comunità che sta scomparendo. È un vecchio attore di teatro di strada, rimasto solo in una piazza che diventa emblema di una collettività in disfacimento. La sua “casa” è un’installazione promozionale che espone didascalicamente il nome della città e, per metonimia, finisce per rappresentarla interamente.
In questo paesaggio si muovono figure cariche di simboli. Arriva in soccorso una presenza angelica, un Pulcinella serafico, mentre tre ragazzi gli si scagliano addosso con la ferocia di avvoltoi. Non sono soltanto aggressori: incarnano gli stereotipi che hanno svuotato la cultura popolare, riducendola a un’immagine oleografica fino quasi a cancellarla. Su tutto, fuori dal tempo, si percepisce la voce lucida del poeta, come se la città stessa parlasse attraverso una memoria che non vuole spegnersi.
Maschera e smascheramento, secondo Moscato
Enzo Moscato definiva Orfani Veleni un «esercizio di de-mascherazione». La maschera, nelle sue note, diventa «metafora di morte» perché nasconde l’«abisso» della solitudine di ciascuno e, insieme, dissimula in un’intera comunità, qui chiamata «la contea di N.», «l’inarrestabile devastazione di cose e sentimenti». Eppure la stessa maschera, proprio perché copre lo squarcio, è anche ciò che permette di restare in vita, in una tensione che non concede soluzioni comode.
In questa prospettiva, la vitalità nasce dal contatto con la morte, e l’esuberanza di Napoli e dei suoi abitanti resta inseparabile dalle contraddizioni che la attraversano, secondo l’idea che «ciò che è profondo ama la maschera». È un pensiero che non addolcisce la ferita, ma la mette a nudo: non per compiacersi del dolore, bensì per riconoscerne il peso reale, quello che si deposita nei gesti quotidiani e negli sguardi che voltano la testa altrove.
Una scrittura fatta di innesti e “tradinvenzione”
L’opera porta anche la traccia della «tradinvenzione», la forma letteraria così battezzata da Moscato, dove brani originali si intrecciano a riscritture e richiami: Petito, Basile, Rilke, Hugo, Rimbaud, Shakespeare, insieme a forme demotiche e proverbiali. Ne nasce un tessuto che rifiuta la linearità e chiede di essere attraversato come si attraversa una città vera, fatta di stratificazioni, scarti improvvisi, ritorni.
Proprio l’assenza di una struttura drammatica tradizionale ha imposto la costruzione di uno scenario capace di accogliere l’indagine poetica e metafisica dell’autore, dando corpo a un precipizio interiore. La scelta del sogno-incubo permette di far convivere visioni e urti, figure emblematiche e frammenti di realtà, senza chiudere il senso in una morale. In questa cornice, la voce registrata di Moscato, affidata ai brani più lirici, lo consacra come poeta della città, presenza che continua a interrogare chi ascolta.
Il rito come resistenza e la possibilità di tornare alla luce
Dentro questa cornice, Orfani Veleni viene immerso in una dimensione poetica e metafisica che guarda alla sopravvivenza di una comunità e alla sua capacità di resistere. Moscato parlava di un rituale magico, di un esorcismo, di un grido necessario contro la devastazione materiale e sentimentale della città, una città che per lui contiene l’intero universo. La scrittura chiama a non girarsi dall’altra parte, a restare nel conflitto e a trasformarlo in energia vitale.
È qui che lo spettacolo trova la sua traiettoria più netta: la ricerca di una rinascita che non nega il buio, ma lo attraversa. L’autore, fin dalla prefazione, invita ad affrontare la rovina e a tramutarla in un «urlo fortissimo di vita». Per il senzatetto, quell’urlo coincide con la fine dell’incubo. E l’eco riguarda tutti: se siamo sonnambuli dentro un delirio collettivo, allora forse esiste ancora un varco, un punto da cui tornare a vedere, insieme, la luce.
