Tre artisti, un’amicizia che ha segnato un’epoca e una stagione creativa capace di parlare ancora al presente. Riccardo Licata, Gino Morandis e Tancredi Parmeggiani tornano a confrontarsi in una mostra che mette al centro la loro energia comune e le tracce profonde lasciate nell’arte italiana del Dopoguerra.
Napoli, l’Atrio del MANN come crocevia contemporaneo
Dal 19 dicembre 2025, con inaugurazione alle ore 19, fino al 2 febbraio 2026, l’Atrio del Museo Archeologico Nazionale di Napoli accoglie “Riccardo Licata, Gino Morandis e Tancredi Parmeggiani. Storie d’arte e d’amicizia”. La scelta dell’Atrio non è un dettaglio logistico, ma una dichiarazione di intenti: il MANN ribadisce la propria vocazione di centro culturale aperto anche all’arte contemporanea, mentre proseguono i lavori destinati a creare nuovi spazi espositivi al livello inferiore.
Proprio perché luogo di passaggio e di accoglienza, l’Atrio monumentale diventa una soglia simbolica: un punto in cui il visitatore entra, si orienta, prende fiato. In questa cornice la mostra si inserisce come un intervento capace di stare nel presente senza rinunciare al dialogo con la lunga memoria del museo. Nella stessa prospettiva, l’Atrio viene indicato come uno spazio che potrà aprirsi anche ad altri interventi contemporanei, potenzialmente pensati in forma site specific, accompagnando una fase di trasformazione che coinvolge l’istituzione.
Un legame nato in gioventù e diventato linguaggio condiviso
Il percorso presenta quarantadue dipinti e prende avvio da ciò che, prima ancora delle scelte stilistiche, ha tenuto uniti i tre protagonisti: un rapporto umano fitto, nato negli anni della formazione, quando Licata, Morandis e Tancredi condivisero atelier, esperienze e discussioni sulle nuove direzioni della pittura. In quelle stagioni entrarono in contatto con i movimenti spazialisti, arrivando anche, in alcuni casi, a firmarne i manifesti. A sintetizzare questa vicinanza, compare un’opera rara: il ritratto di Licata eseguito da Tancredi, testimonianza diretta di un rapporto intenso e non convenzionale.
La narrazione segue poi l’arco che va dal Secondo Dopoguerra fino alla metà degli anni Sessanta, il periodo in cui le loro ricerche si intrecciarono con maggiore forza, prima della morte prematura di Tancredi Parmeggiani. Per Licata e Morandis, invece, la vicenda creativa proseguì anche negli anni successivi, evidenziando un’evoluzione dei rispettivi linguaggi. È un racconto fatto di continuità e interruzioni, di strade che si separano senza cancellare le origini comuni, e che restituisce al pubblico la densità di una stagione irripetibile.
Quando l’astrazione parla con l’antico
Al centro della mostra c’è un’idea chiave: l’astrazione che caratterizza la pittura di Tancredi Parmeggiani, Riccardo Licata e Gino Morandis viene letta come un linguaggio capace di confrontarsi con il nostro passato, non come un corpo estraneo. Il Direttore Generale del MANN, Francesco Sirano, richiama in questo senso l’analisi dell’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli, che nel saggio su Organicità e astrazione mise in evidenza come, sin dalle epoche più remote, la meditazione sulla realtà abbia costruito percezioni estetiche e simboliche differenti, poi tradotte nei linguaggi figurativi.
La mostra è curata da Giovanni Granzotto con Stefano Cecchetto ed è organizzata da Il Cigno in collaborazione con Studio d’Arte GR. Nel percorso espositivo è indicata anche la co curatela di Giordano Bruno Guerri. Questo impianto curatoriale tiene insieme il dato storico e il respiro più intimo dell’amicizia, costruendo una lettura che evita l’effetto antologico e si concentra sul dialogo tra opere, fasi e idee. Il risultato è una trama in cui ogni artista resta se stesso, ma la distanza tra i tre si accorcia fino a diventare confronto vivo.
Riccardo Licata: dallo spazio della natura al “magico alfabeto”
Per Riccardo Licata il percorso mette a fuoco gli esperimenti spazialisti tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, segnati dall’urgenza di far convivere lo spazio naturale con uno spazio assoluto che guarda alla storia, in particolare alla storia antica. Questa tensione, più che un tema, diventa un metodo: una ricerca che non si accontenta della superficie e cerca una dimensione più profonda, dove il tempo non è soltanto cronologia ma materia viva. È qui che la pittura smette di descrivere e prova, piuttosto, a tenere insieme ciò che sembra lontano.
Il racconto prosegue con lo sviluppo del cosiddetto “magico alfabeto”, una scrittura pittorica sospesa tra segno e luce. Le superfici si costruiscono attraverso tessere di colore che, per richiamo ideale, rimandano ai mosaici bizantini: una fonte d’ispirazione che l’artista riconosceva non tanto per l’effetto decorativo, quanto per la vibrazione luminosa e per una spiritualità antica capace di attraversare i secoli. Nella mostra, questo passaggio appare come un punto di maturazione, in cui la pittura si fa linguaggio e la luce diventa struttura.
Gino Morandis: luce, tempera e visioni tra atomo e siderale
L’avvio dell’esperienza di Gino Morandis è rappresentato dalle tempere del 1948-50, presentate come le prime prove spazialiste in cui luce e colore si incontrano dentro una dimensione lirica e visionaria. In queste opere si percepisce la volontà di superare il dato immediato e di aprire lo spazio pittorico a una percezione più ampia, fatta di vibrazioni cromatiche e atmosfere interiori. È un inizio che non alza la voce, ma lascia una traccia persistente, come una nota che continua a risuonare.
Il percorso prosegue con i campi cromatici degli anni successivi, dove entrano suggestioni atomiche e siderali. Qui l’“atomo” non viene inteso soltanto come segno della modernità scientifica, ma anche come richiamo a elementi primordiali della natura, alla sostanza originaria che, nel racconto dell’artista, sostiene tanto la scienza quanto la mitologia antica. Questa doppia lettura rende la sua ricerca meno lineare e più profonda: la pittura diventa un luogo in cui la modernità non cancella l’origine, ma la interroga, cercando un punto comune tra conoscenza e immaginazione.
Tancredi Parmeggiani: il punto, i cicli e la tensione poetica
La sezione dedicata a Tancredi Parmeggiani attraversa l’intero arco della sua ricerca, dalle opere del periodo dripping alle “primavere”, dalle “serre” agli “omaggi”, fino alle ultime serie delle “facezie” e dei “matti”. È un percorso che mette in evidenza, senza forzature, il modo in cui libertà espressiva e tensione poetica riescano a convivere, sostenendosi a vicenda. In queste tele si avverte una corsa, a tratti luminosa, a tratti inquieta, come se ogni gesto dovesse dire l’essenziale prima che sia troppo tardi.
In questa visione, il “punto” tancrediano, inteso come matrice che genera spazio e forma, assume una valenza arcaica: viene accostato ai simboli cosmici dell’antichità, perché rappresenta l’origine di ogni cosa, il nucleo da cui si espande l’universo pittorico. La mostra lo restituisce come un elemento semplice soltanto in apparenza, capace invece di reggere un’intera costruzione emotiva e mentale. È un segno minimo che apre un infinito, e che lascia al visitatore la sensazione di trovarsi davanti a un linguaggio tanto personale quanto radicale.
Inaugurazione, catalogo e sostegni al progetto
In occasione dell’apertura della mostra, il MANN prolungherà in via eccezionale l’orario fino alle 23.30, con biglietto al prezzo promozionale di 5 euro. È un invito esplicito a vivere l’Atrio e le opere in una fascia serale che cambia il ritmo della visita e amplifica la percezione dello spazio monumentale. Accanto all’esperienza in museo, l’esposizione è accompagnata da un catalogo edito da Il Cigno, pensato per fissare contenuti e letture critiche legate al progetto e al suo impianto curatoriale.
Nel volume compaiono testi critici di Antonella Alban, Luca Cecchetto, Stefano Cecchetto, Giovanni Granzotto, Fabrizio Guerrini, Anthony Molino, Dino Marangon, Barbara Morandis e Cesare Orler. L’iniziativa è realizzata con il contributo del main sponsor Gruppo Euromobil e con il supporto di Orler TV e Petrone Oleodinamica. Un sostegno che accompagna un progetto espositivo costruito per mettere in relazione opere e biografie, lasciando emergere, senza retorica, la forza di un’amicizia trasformata in ricerca condivisa.
