Un Natale raccontato dal lato sbagliato della festa prende forma in una canzone che nasce da una lettera immaginaria. Mario Signorile sceglie le parole dei bambini rifugiati per portare sotto l’albero ciò che spesso resta fuori campo: la guerra, la fuga, l’assenza di riparo, e una domanda che non smette di bruciare.
Una lettera che diventa canto
«È ancora Natale, ma mi fa così male vedere la neve posare e mescolarsi con la cenere. E mi chiedo se mi senti sotto questi bombardamenti, tra i silenzi ed i lamenti di un Natale che c’è stato portato via». L’apertura di Mario Signorile non introduce semplicemente un brano, ma un punto di vista. Il Natale viene spostato dove non dovrebbe arrivare la violenza, e invece arriva, invadendo gesti, pensieri e attese. Da qui prende vita “È ancora Natale”, costruita come una lettera: un testo immaginato, eppure dolorosamente credibile.
Il racconto è affidato a bambini costretti a misurarsi con una realtà che li priva di tutto ciò che dovrebbe proteggere l’infanzia: i riferimenti, la leggerezza, la possibilità di pensare solo al domani. Non c’è un tentativo di rendere la storia più facile da ascoltare. Al contrario, la scelta è quella di lasciare che siano loro a parlare come possono, con parole semplici e taglienti, mentre un adulto entra in scena solo per interpretare la figura del volontario, senza rubare spazio alla voce collettiva.
Il coro e il lavoro sulle voci
La dimensione corale è una scelta precisa, non un ornamento. Il brano è condiviso con il coro dell’Accademia Musicale Battista Bia, a cui si aggiungono voci preparate e seguite personalmente da Mario Signorile insieme al produttore Lorenzo Lorusso, una per una. In questo lavoro meticoloso c’è l’idea di un’attenzione che non può essere frettolosa: tempo dato a chi, nella storia evocata dal testo, il tempo lo ha visto portare via da sirene, spostamenti forzati, attese interminabili.
La narrazione trova un equilibrio particolare: l’adulto presta voce al volontario, ma è il coro a condurre, come se il centro emotivo dovesse restare sempre lì, tra chi subisce e chi prova a resistere. Il risultato evita la scorciatoia del sentimentalismo e punta sull’essenzialità, quella che non cerca frasi ad effetto perché la realtà è già abbastanza dura. Dentro questa scelta si inserisce un’immagine che non chiede spiegazioni: «Ho disegnato un albero con la polvere di fango».
Natale dentro la guerra
“È ancora Natale” non costruisce un dolore generico, né si limita a evocare una sofferenza indistinta. Colloca la festa dentro un quadro drammatico preciso: la crisi migratoria globale e il peso che ricade sui più piccoli. È una sovrapposizione volutamente stridente: la ricorrenza che promette pace si ritrova a convivere con la paura quotidiana, con il rumore dei bombardamenti, con l’idea stessa della casa trasformata in qualcosa di irraggiungibile.
La scrittura lavora per contrasto, mettendo accanto immagini tradizionali come «le campane suonare, e le stelle brillare» e frammenti che arrivano dal conflitto, «gli allarmi strillare, e non so più se pregare». In quella dissonanza si sente un tempo lungo, come se decenni di promesse avessero accumulato distanza invece di soluzioni. La festa non viene negata: viene interrogata, e costretta a misurarsi con ciò che accade mentre il mondo continua a celebrarla.
Numeri che pesano sulle note
Il brano si appoggia anche a dati che danno una dimensione alla ferita. Secondo UNHCR, il 2024 si è chiuso con oltre 123 milioni di persone in fuga, e circa il 40% sarebbe composto da minorenni costretti ad abbandonare la propria casa. Numeri che non restano freddi quando entrano in una canzone costruita come una lettera: diventano la cornice di voci che non possono permettersi l’ingenuità, e che trasformano la cronaca in esperienza.
Il pensiero dichiarato si rivolge a quel milione di bambini che, come riportato da UNICEF e Save the Children, vivono in aree di conflitto attivo. Dentro questa prospettiva, l’idea di “vera magia” cambia significato e si riduce a gesti di sopravvivenza, a invenzioni nate dal nulla. È un’infanzia che guarda la guerra usando solo ciò che ha a disposizione, e proprio per questo la sua voce, quando arriva, non può essere addolcita senza tradirla.
Un dialogo con la memoria delle canzoni di pace
Nella costruzione del progetto affiora un riferimento inevitabile: “Happy Xmas (War Is Over)” di John Lennon. Il paragone non è un gioco di citazioni, ma un confronto tra epoche. Il brano del 1971 apparteneva a un tempo in cui immaginare una tregua sembrava possibile; quello di Signorile nasce invece in anni in cui la guerra attraversa anche lo spazio delle festività, senza concedere interruzioni, come se il calendario non avesse più il potere di fermare nulla.
In questo discorso rientra anche la Tregua di Natale del 1914, ricordata come un lampo isolato di umanità. Il richiamo non serve a costruire nostalgia, ma a sottolineare la distanza tra ciò che è stato e ciò che oggi appare irraggiungibile. Se un appello alla tregua esiste, qui sembra arrivare dall’arte, non dal fronte. E il brano accetta questa responsabilità senza proclami, lasciando parlare la frattura tra desiderio e realtà.
Il video in un palazzetto che diventa riparo
Anche le immagini scelgono coerenza, senza cercare scorciatoie spettacolari. Il video è stato girato nel Palazzetto dello Sport di Carbonara, a Bari, uno spazio quotidiano di quartiere che viene trasformato in un punto di riparo, quasi una parentesi di protezione. Si vedono bambini, adulti, e una lettera letta con la compostezza tipica delle situazioni reali di emergenza, quando ogni parola deve restare ferma e necessaria.
Il progetto è autofinanziato e ha potuto contare sulla disponibilità del Presidente del Carbonara Volley, Vittorio Scagliarini, che ha concesso di realizzare le riprese all’interno dell’edificio. In quel gesto si riflette, in piccolo, lo stesso principio che attraversa il brano: esserci, mettere a disposizione un luogo, un tempo, un ascolto. Non per risolvere tutto, ma per non voltarsi dall’altra parte.
Un omaggio ai volontari che lavorano lontano dai riflettori
La figura dell’adulto che interpreta il volontario non è un dettaglio narrativo, ma un riconoscimento esplicito. Il brano diventa anche un omaggio a migliaia di operatori che lavorano nelle aree di emergenza: persone che agiscono fuori dai riflettori, spesso nel silenzio, ascoltando, sostenendo, salvando. È un ringraziamento che non cerca celebrazioni, perché la loro presenza è fatta soprattutto di continuità, di gesti ripetuti, di attenzione che non fa notizia.
Per Signorile e Lorenzo Lorusso, l’insegnamento delle parti ai bambini viene raccontato come un piccolo riflesso di quel meccanismo: dedicare tempo a chi è stato privato di tutto. Non è una dichiarazione astratta, ma una pratica, un modo di costruire il lavoro artistico con cura e responsabilità. La musica, in questa prospettiva, non si limita a rappresentare il dolore: prova a stare accanto, senza invadere.
La chiusura: una sola richiesta possibile
“È ancora Natale” mette una accanto all’altra due realtà che raramente si parlano: la tradizione che continua a raccontare la festa come un tempo sereno, e un presente che in molte parti del mondo non conosce tregue. Il brano non tenta di trovare una sintesi rassicurante. Sceglie piuttosto l’accostamento, lasciando che l’ascoltatore resti dentro quella frizione, perché è lì che si capisce quanto la parola “pace” possa essere concreta o vuota.
A chiudere arrivano parole che somigliano a una lettera consegnata senza difese: «Caro Babbo Natale, so che è troppo quel che chiedo, ma se il mondo avesse cuore fermerei questo dolore. Ma è ancora Natale e ho unito le loro voci: porta un po’ di pace ed un mondo migliore.» È una richiesta che non pretende miracoli, ma pretende ascolto, e affida al Natale l’unica domanda che non dovrebbe mai restare senza risposta.
