Nelle Fonderie Righetti di San Giorgio a Cremano, il 29 novembre, la voce di Alberico Lombardi ha trasformato un concerto in un racconto condiviso, tra memoria, impegno civile e fragilità. Una serata in cui musica, parole e silenzi hanno intrecciato storie diverse, fino a creare un legame intenso tra palco e platea.
La serata alle Fonderie Righetti
Alle Fonderie Righetti di San Giorgio a Cremano, il 29 novembre, Alberico Lombardi ha proposto un concerto denso di significati, che ha confermato una cifra espressiva fondata su voce, sensibilità e attenzione ai temi sociali. Accanto a lui il trio formato da Sergio Mautone al pianoforte e agli arrangiamenti, Giorgio Scognamiglio al violino e Luca Gianì alla chitarra ha costruito un tessuto sonoro di grande eleganza, capace di dare profondità tanto ai momenti più raccolti quanto alle esplosioni emotive. Il pubblico ha seguito con partecipazione un percorso che ha intrecciato omaggi ai grandi della canzone italiana, brani dedicati all’inclusione e pagine che hanno affrontato con decisione il tema della violenza sulle donne.

Tra le persone in sala spiccava la presenza di molti ragazzi diversamente abili, accolti da Lombardi con una naturalezza che tradisce un legame quotidiano. Nella vita di tutti i giorni è un insegnante, e porta sul palco questa esperienza di relazione costante, fatta di ascolto e rispetto. Si dice orgoglioso di avere un pubblico nel quale tanti di loro trovano spazio, perché con la loro dolcezza lo circondano di affetto e lo sostengono da tempo, rendendo ogni esibizione un’occasione di autentico incontro, sul piano emotivo e umano.
L’identità artistica di Alberico tra dolcezza e impeto
Il profilo artistico di Alberico Lombardi si costruisce su una tensione sottile tra due estremi: un modo di cantare che sfiora e consola e un altro che scuote con decisione. Nei brani più raccolti, come “Ultimo bacio” e “Sant’Allegria”, sceglie deliberatamente la via della sottrazione: suoni soffusi, parole adagiate su un silenzio quasi sospeso, un’intimità condivisa che non cerca mai l’effetto. In quei momenti, racconta, si limita ad ascoltare: la canzone, la sala, la propria emozione, lasciando che il pezzo lo attraversi senza forzature né compiacimenti. Questo modo di modulare l’intensità nasce, dice, da un rispetto assoluto per ogni pezzo: alcuni chiedono di essere appena sussurrati, altri pretendono più spazio, e il suo compito è farli propri e consegnarli al pubblico nella forma che sente più congeniale, senza cercare di imitare le versioni originali.
Sull’altro versante del suo universo interpretativo stanno brani come “Due vite” e “Fai rumore”, in cui la voce si apre, si allarga nello spazio e rivela una potenza sempre tenuta a bada. Lombardi racconta che questa energia nasce dal contatto diretto con chi lo ascolta: quando percepisce un’onda emotiva forte, la voce risponde e il canto diventa dialogo continuo. In questo equilibrio tra controllo e abbandono si misura una maturità ormai compiuta, ribadita dal finale con una versione intensissima di “Felicità” di Dalla, emblema del suo registro espressivo.
Un repertorio che unisce impegno e leggerezza
Il repertorio scelto per questa serata conferma la capacità di Lombardi di muoversi tra mondi diversi senza perdere coerenza. I brani, spiega, nascono sempre dal contesto e dal tipo di pubblico: c’è chi lo incontra in rassegne intime, come “Il teatro Cerca Casa” ideato da Manlio Santanelli e Livia Coletta, dove è protagonista con lo spettacolo “Viaggio al centro della notte”, e chi lo segue in situazioni più popolari, nelle quali è possibile concedersi qualche leggerezza in più senza mai sacrificare la qualità. In questo quadro si inseriscono anche gli omaggi agli autori italiani, tra cui una delicata dedica a Ornella Vanoni, da lui riconosciuta come punto di riferimento musicale, capace di lasciare dischi preziosi e un esempio di forza e vitalità fino alla fine.
Lo sguardo impegnato di Lombardi emerge con forza in brani come “Sally” e “Donna”, in cui affronta senza giri di parole storie di fragilità e di coraggio femminile. Per lui la scelta è al tempo stesso artistica e personale: considera necessario dare spazio a queste narrazioni per non restare spettatori indifferenti. Sottolinea quanto sia fondamentale che siano soprattutto gli uomini a prendere posizione contro la violenza sulle donne, pur riconoscendo che non è semplice in una società ancora profondamente maschilista. Anche così, la musica diventa strumento per parlare di responsabilità e cambiamento.
Il dialogo con il pubblico come cuore del concerto
Al centro del lavoro di Lombardi c’è l’idea che la musica esista davvero solo quando diventa relazione con chi ascolta. Per questo considera ogni concerto un incontro e non una prova di virtuosismo fine a se stessa. Quando non è imbrigliato da ruoli o contesti teatrali, ama coltivare con ancora più attenzione il legame con la platea. Chi lo osserva ha l’impressione che non reciti una parte, ma abiti la scena con naturalezza: una presenza che nasce dall’esperienza, dal lavoro quotidiano con le persone e da una curiosità autentica verso l’altro, attraverso cui racconta la propria storia servendosi delle storie altrui.
Questa relazione ha trovato il suo apice nel bis, quando, sulle note di “Esseri umani”, l’invito a cantare è stato raccolto dall’intera sala, trasformata in un coro compatto. Lombardi descrive quella sensazione come un momento di unità rara, in cui percepisce chiaramente che la musica sta svolgendo il proprio compito. A fine serata, tra lui e il pubblico resta un sentimento di gratitudine reciproca e, quando le luci si spengono, rimane la gioia di uno scambio di energia talmente intenso da lasciarlo senza forze. Il messaggio che desidera arrivi forte è semplice e radicale: siamo tutti parte della stessa storia, nessuno è superiore agli altri, e la vita chiede rispetto per ogni persona.
La dimensione privata: la madre, i musicisti, la crescita
Tra i passaggi più commoventi del concerto c’è stato senza dubbio “Portami a ballare”, che Lombardi ha dedicato a sua madre Teresa. Da alcuni anni, per varie vicissitudini, lei non può più essere presente in sala ad applaudirlo, ma nella sua percezione continua a restare accanto a lui, prima e più tenace sostenitrice. Racconta che il timore di perderla e il dolore vissuto in quella fase hanno inciso profondamente sulla sua voce, arricchendola di sfumature nuove. Oggi sente di essere l’uomo, l’insegnante e l’artista che è proprio grazie a lei, in una gratitudine che rimane costante e non negoziabile.
Accanto a questa dimensione così personale, Lombardi insiste sul ruolo decisivo dei musicisti che lo affiancano. Sergio Mautone, responsabile del pianoforte e degli arrangiamenti, Giorgio Scognamiglio al violino e Luca Gianì alla chitarra, per lui non sono soltanto strumentisti di altissimo livello: li considera persone capaci di ascoltare la musica e, soprattutto, chi la fa e chi la riceve. Parla di loro come di anime grandi, e proprio questa qualità, più ancora della tecnica, segna la differenza nella costruzione del suono della serata, sorreggendo con cura i passaggi più intimi e quelli di maggiore slancio.
