Un atto di nascita registrato a Verduno dopo una sentenza della Consulta riaccende il conflitto sulla genitorialità omosessuale. La coordinatrice piemontese del Popolo della Famiglia, Cristina Zaccanti, attacca con durezza il sindaco Marta Giovannini, contestando il valore simbolico attribuito a quel documento e denunciando, sullo sfondo, una deriva culturale che a suo giudizio trasforma le rivendicazioni in miti seducenti ma ingannevoli.
La reazione del Popolo della Famiglia in Piemonte
Per Cristina Zaccanti, responsabile regionale del Popolo della Famiglia in Piemonte, le frasi pronunciate dal sindaco di Verduno non sarebbero tollerabili se il dibattito pubblico non fosse ormai assuefatto, da oltre dieci anni, alla celebrazione dei cosiddetti “diritti civili”, che nelle sue parole assomigliano più a miti ingannevoli di un presunto progresso. A suo giudizio, il clima mediatico e politico ha anestetizzato le coscienze, al punto che oggi appare quasi normale esultare per un provvedimento che, nella sua lettura, sancisce la rinuncia a uno dei legami originari più profondi: quello tra un figlio e il proprio genitore.
Nel mirino di Zaccanti c’è in particolare la sindaca Marta Giovannini, presentata come esperta di diritto di famiglia e pronta a sottolineare il valore simbolico del primo atto di nascita riconosciuto a una coppia omogenitoriale nel comune di Verduno dopo una decisione della Consulta. Proprio quell’enfasi sul “primato” irrita la coordinatrice del Popolo della Famiglia, che ricorda come un’analoga registrazione fosse già stata sottoscritta a Cuneo nel mese di agosto, mettendo in discussione la narrazione trionfante costruita attorno all’iniziativa dell’amministrazione verdunese.
La sentenza della Consulta e il nodo del riconoscimento
Al centro di questa vicenda c’è la pronuncia della Corte Costituzionale del 22 maggio 2025, che ha dichiarato illegittimo il divieto per la madre non biologica, o definita “intenzionale”, di riconoscere fin dalla nascita come proprio il figlio generato dalla madre biologica. È su questo nuovo quadro giuridico che si innestano gli atti di nascita ricordati da Zaccanti, che richiama la pronuncia per spiegare come sia stato reso possibile il riconoscimento immediato della madre non biologica nel relativo atto di nascita.
La coordinatrice piemontese del Popolo della Famiglia giudica severamente quella decisione, che considera l’ennesima prova di una Consulta “sottomessa alle prepotenze della cultura woke”. In questo quadro, Zaccanti si appella al Ministero degli Interni, auspicando un intervento che ristabilisca, a suo avviso, un equilibrio compromesso tra norme e tutela dei minori. La sua presa di posizione non si limita dunque al piano locale, ma chiama in causa l’intero assetto istituzionale che ha reso possibili queste registrazioni. Per lei, ogni scelta delle corti incide concretamente sulla vita di bambini che non possono esprimere la propria voce.
Il linguaggio, tra eufemismi e contorcimenti mentali
Al di là dei profili giuridici, Zaccanti insiste soprattutto sulla scelta delle parole. A suo dire, il linguaggio usato per raccontare questi atti di nascita sarebbe manipolatorio e strumentale, intriso di eufemismi che, con abili contorsioni, cercano di attenuare la portata della decisione. Nella sua interpretazione, dietro le formule rassicuranti si cela una vera e propria prevaricazione nei confronti del bambino, che verrebbe presentata come un progresso mentre, sul piano umano, comporta la rinuncia preventiva a uno dei due genitori.
Nelle sue considerazioni, la coordinatrice del Popolo della Famiglia contesta anche il modo in cui viene raccontata la maternità. Sostiene che non sia sufficiente l’intenzione per generare un figlio e, al tempo stesso, che ridurre la maternità a un semplice fatto biologico rappresenti una visione ipocrita e limitante. Per Zaccanti, il richiamo selettivo alla biologia o al desiderio adulto, a seconda della convenienza del momento, finisce per cancellare la complessità del legame originario che unisce il bambino ai propri genitori.
Coppia, famiglia e bambini privati di un genitore
Il punto più radicale della sua critica riguarda la condizione concreta del minore. Zaccanti sostiene che, in situazioni come quella di Verduno, il bambino venga di fatto privato del padre o della madre, e quindi di una figura genitoriale insostituibile, per soddisfare il desiderio di due adulti legati affettivamente. In questa prospettiva, quella che la legge e le amministrazioni definiscono “coppia omogenitoriale” non corrisponde, per lei, a una vera famiglia, perché nasce non dall’accoglienza di un figlio, ma dalla soddisfazione di un progetto adulto.
Nel suo affondo finale, la coordinatrice piemontese si rivolge a coloro che, nella sua visione, difendono un egualitarismo che giudica illusorio, invitandoli a rassegnarsi all’idea che, a suo parere, non esistano famiglie omogenitoriali, qualunque sia la formulazione delle leggi. Zaccanti contrappone infatti il diritto naturale al diritto positivo, convinta che il primo finirà sempre per prevalere. Di fronte a questo scenario, afferma di provare soprattutto pena per i bambini trasformati in oggetti di desiderio e in simboli di una battaglia culturale di cui, a suo giudizio, restano le vittime più esposte.
