Una sala romana si prepara a ospitare una serata di racconti potenti, in cui lo schermo diventa spazio di ascolto e confronto. Al Cinema delle Provincie, quattro opere diverse per stile e sguardo chiameranno il pubblico a misurarsi con domande urgenti sul dolore, sul coraggio e sul desiderio di cambiare il proprio destino.
Una rassegna unica al Cinema delle Provincie
Il 9 dicembre, alle 20:30, il Cinema delle Provincie in Viale delle Provincie 41, a Roma, aprirà le porte a un appuntamento pensato per chi chiede al grande schermo qualcosa in più del semplice intrattenimento. In programma il documentario “Lasciateci perdere” e i cortometraggi “Tutti giù per terra”, “La bambina di carta” e “In re minore”, accomunati dalla volontà di indagare con sguardo diretto e rigoroso alcune delle zone più delicate dell’esperienza umana, coinvolgendo lo spettatore in modo personale e concreto.
Le proiezioni si svolgeranno alla presenza dei registi, degli interpreti e del produttore Giampietro Preziosa, trasformando la sala in un luogo di incontro tra chi i film li realizza e chi li guarda. Al termine delle opere è previsto un confronto moderato da Nichi Vendola, pensato come momento di dialogo aperto, in cui riflettere su quanto visto, condividere domande, ascoltare testimonianze e riconoscere il valore sociale e artistico di un cinema che sceglie di misurarsi con storie difficili ma necessarie.
“Lasciateci perdere”, il sogno di una Nazionale che gioca al buio
“Lasciateci perdere” è il documentario firmato da Niccolò Ferrero, che ne cura regia e scrittura insieme a Leonardo Aresi, prodotto da Inthelfilm e Millennium Cinematografica in collaborazione con Rai Cinema. Al centro ci sono undici ragazzi non vedenti, convocati nella Nazionale di calcio dedicata agli atleti ciechi, alle prese con un obiettivo che sembra impossibile: partecipare per la prima volta ai Mondiali in Inghilterra e conquistare il pass per le Paralimpiadi. La domanda spontanea su come possa giocare a calcio chi non vede diventa il punto di partenza di un racconto che ribalta molti luoghi comuni.
Il film mostra come il pallone sia dotato di sonagli metallici che ne rendono percepibile il movimento, mentre la voce dell’assistente a bordo campo guida l’attaccante, orientandolo nello spazio di gioco. I ragazzi imparano a “leggere” il campo attraverso vibrazioni, orientamento, memoria e intuito, trasformando ciò che appare limite in una forma diversa di percezione. Ferrero segue i protagonisti dentro e fuori dal rettangolo di gioco, tra allenamenti, sogni, sconfitte e risate, dando vita a un racconto privo di pietismi, in cui sport, relazioni, ostacoli da superare e desiderio di una quotidianità simile a quella dei coetanei si intrecciano in un mosaico di umanità ironico e appassionato.
“La bambina di carta”, un’infanzia sospesa tra Italia e Yemen
Con “La bambina di carta”, il regista Fabio Vasco porta sullo schermo la storia di una dodicenne che vive in Italia e scopre di essere stata promessa in sposa nello Yemen. A far emergere la verità è il suo insegnante, che coglie segnali, parole e dettagli capaci di svelare ciò che accade lontano dalle aule scolastiche. Di fronte a quella realtà, l’uomo tenta con determinazione di convincere la madre della ragazzina a rivolgersi a un’associazione che difende i diritti delle donne, perché comprenda fino in fondo il destino che attende la figlia se nulla verrà fatto per fermare il matrimonio combinato.
La donna si ritrova così dentro una scelta lacerante, divisa tra la speranza che quell’accordo possa garantire alla famiglia una vita più dignitosa e la paura di esporsi, sfidando consuetudini, pressioni e possibili ritorsioni. Da quella decisione dipende la possibilità di sottrarre Aamaal a un futuro crudele, fatto di infanzia spezzata e libertà negate. “La bambina di carta” è un racconto duro, che non addolcisce la realtà, ma proprio per questo necessario: esplora le ferite di un’infanzia negata e mette in luce il coraggio femminile, capace di incrinare meccanismi antichi e di tentare, anche a costo di grandi rischi, una strada diversa per sé e per le proprie figlie.
“Tutti giù per terra”, quando la violenza segna per sempre
“Tutti giù per terra”, diretto da Marco Simon Puccioni, è un dramma psicologico interpretato da Tommaso Ragno, Giulia Scaglione (anche co-autrice del progetto) e Beatrice Stella. Al centro c’è Viola, una donna che porta nel corpo e nella mente le tracce di due ferite: un episodio di bullismo subito da bambina e una violenza sessuale vissuta in età adulta. Il film costruisce il suo racconto alternando passato e presente, facendo emergere come gli eventi di ieri continuino a esercitare la loro pressione sul tempo di oggi. Realismo, simboli e visioni oniriche si mescolano, dando forma a una dimensione interiore tormentata.
Accanto a Viola c’è Alberto, commissario di polizia che tenta di sostenerla e di aiutarla a trovare un percorso di tutela, pur scontrandosi con un sistema giudiziario spesso lento, distratto, incapace di garantire una risposta piena. Il film guarda da vicino la fatica di chi sopravvive alla violenza, interrogandosi su come il dolore si depositi nella memoria, su quanto le istituzioni riescano davvero a proteggere le vittime e su quale prezzo emotivo richieda il chiedere giustizia. In questo intreccio di relazioni e ferite, rimane uno spazio esile ma tenace per una possibile rinascita, che passa attraverso l’ascolto, il riconoscimento e la fiducia restituita a chi è stato messo a tacere.
“In re minore”, tra le macerie di un terremoto e di una coscienza
Con “In re minore”, il regista Antonio Maria Castaldo affida a Gianluca Grazini il ruolo di Alberto, vigile del fuoco segnato da un trauma che non ha mai davvero affrontato. La vicenda si apre il 9 aprile 2009, quando l’uomo entra in un bar deserto mentre sullo schermo scorrono le immagini del terremoto che ha colpito l’<strong’Abruzzo. In quell’atmosfera sospesa, uno sguardo a un vecchio trofeo esposto su uno scaffale basta a riportarlo a un passato che tenta da anni di seppellire, facendo riaffiorare ricordi che credeva di aver cancellato.
Il film riporta così Alberto tra le macerie, insieme alla squadra di colleghi impegnati nelle operazioni di soccorso, guidati dal cane molecolare addestrato da Enrico. In quel contesto estremo, una scoperta inattesa diventa la soglia di un viaggio interiore, in cui la discesa tra i resti delle case crollate si intreccia con un movimento altrettanto profondo dentro la propria coscienza. “In re minore” accompagna lo spettatore dentro un percorso in cui affrontare un dolore mai elaborato non è più rinviabile e in cui le rovine esteriori rispecchiano quelle intime, suggerendo che solo attraversando quell’oscurità sia possibile trovare un fragile tentativo di pacificazione con se stessi.
Un cinema che trasforma il dolore in consapevolezza
La serata al Cinema delle Provincie si configura come un omaggio a un modo di fare cinema che sceglie di raccontare la capacità di resistere agli urti della vita, confrontandosi con la disabilità, con le ferite psicologiche, con l’infanzia calpestata e con la devastazione dei disastri naturali. Ogni opera segue un sentiero diverso, ma tutte mettono in primo piano persone spesso invisibili, restituendo dignità a esistenze che troppo di frequente restano confinate ai margini del dibattito pubblico.
In questo quadro, l’incontro con gli autori, i cast e il produttore Giampietro Preziosa, insieme al talk conclusivo guidato da Nichi Vendola, diventa parte integrante dell’esperienza: non semplice appendice, ma spazio in cui le immagini trovano parole e le domande degli spettatori si trasformano in confronto collettivo. Il cinema indipendente dimostra così di saper ancora portare al centro dell’attenzione temi cruciali, offrendo voce a minoranze e storie scomode che raramente trovano spazio nei circuiti più commerciali, e ricordando a chi siederà in sala che la visione può essere l’inizio di una presa di coscienza condivisa.
