Nel cuore di Venezia, la mostra MENEGHELLO INCONTRA BORGES trasforma la pagina scritta in materia concreta e percorribile. L’indagine di Simone Meneghello sul linguaggio incontra l’universo visionario di Jorge Luis Borges, invitando il pubblico a entrare in uno spazio dove i libri non si leggono, ma si attraversano.
Una mostra nata da un incontro e da un ascolto paziente
La personale di Simone Meneghello, curata e accompagnata dal testo critico di Alberto Dambruoso, è ospitata alla Blue Gallery, spazio indipendente nel Sestiere Dorsoduro 3061 a Venezia, dal 9 dicembre 2025 all’11 gennaio 2026, con inaugurazione il 9 dicembre alle ore 18. Qui le esposizioni non seguono calendari rigidi, ma scaturiscono da una pratica di ascolto quotidiano, da dialoghi spontanei, da relazioni che maturano lentamente fino a prendere forma concreta nelle stanze della galleria.
In questo contesto, vivo e non costruito, è maturato il progetto MENEGHELLO INCONTRA BORGES. Non si tratta di una semplice citazione colta né di un omaggio illustrativo all’autore argentino, ma di un attraversamento reciproco: l’opera di Meneghello si lascia attraversare dall’immaginario di Borges e, al tempo stesso, lo restituisce in forma di materia, oggetto, corpo. La letteratura sembra sostare nello spazio della galleria, pronta a uscire dal libro per diventare esperienza fisica, oltre ogni dimensione meramente narrativa.
La ricerca di Simone Meneghello sul limite del linguaggio
Da anni Simone Meneghello concentra la propria ricerca su un confine sottile: quello tra parola e silenzio, tra senso e opacità. Le sue opere non intendono veicolare un messaggio, ma custodiscono una presenza. I libri vengono riscritti, sovrapposti, saturati fino a trasformarsi in superfici compatte, spesso nere, impenetrabili. Il testo, pur restando integralmente contenuto, non è più accessibile alla lettura, ma si addensa in una materia visiva che smette di essere linguaggio discorsivo per diventare corpo, peso, ostacolo incalzante alla nostra abitudine a “capire” tutto.
Accanto ai libri, emergono oggetti che spostano ulteriormente il baricentro della percezione. Ci sono scatole che sembrano custodire il nulla e, proprio per questo, evocano il tutto. Compaiono boccette che archiviano poesie spezzate, simili a messaggi gettati in mare in attesa di un destinatario sconosciuto. Le enciclopedie perdono la funzione originaria di repertorio consultabile, ma acquistano densità, peso, esistenza. Ciò che prima serviva a spiegare il mondo, qui lo rappresenta solo attraverso la propria materia compatta, spostando l’attenzione dalla comprensione al contatto diretto con la cosa.
Presenza dell’assenza: quando il linguaggio si arresta
Alberto Dambruoso sottolinea come, nelle opere di Meneghello, le parole frantumate o sovrascritte abbandonino la loro funzione comunicativa e restino visibili soltanto nella loro nuda presenza. È lo stesso artista a definire questa pratica Presenza dell’assenza. Quando il linguaggio si compatta nelle sue opere e le lettere si accavallano fino a perdersi in una densità tipografica estrema, accade qualcosa che non riguarda più la scrittura intesa come discorso: il linguaggio si mostra nel momento in cui non può più dire nulla, proprio lì dove si arresta ogni possibilità di enunciazione.
Le opere si configurano come varchi, come soglie in cui la parola abbandona il ruolo di strumento di comunicazione e diventa pura presenza. In questo orizzonte, l’artista ribadisce che per lui l’arte non è mai comunicazione. Attraversare quella soglia significa accettare che ogni senso sia già stato oltrepassato, che il linguaggio, fermandosi, riveli la propria appartenenza a un’unità inscindibile. Ciò che resta non è il messaggio, ma l’esistenza stessa dell’opera, che vive oltre il dover dire qualcosa, come se la verità del lavoro consistesse nel suo essere e non nel suo significato.
Il dialogo con Borges e la questione della simultaneità
Dopo avere intrecciato la propria ricerca con le opere di Pier Paolo Pasolini e Cesare Pavese, Simone Meneghello apre ora un nuovo confronto con la scrittura di Jorge Luis Borges. Il nucleo di questo dialogo è il concetto di simultaneità. L’artista sottolinea come, nei suoi lavori, il testo si sottragga alla sequenza lineare per essere restituito come densità simultanea. In alcune opere, l’intero libro è stratificato e sovrapposto fino a concentrarsi in un solo punto, come accade, ad esempio, nel lavoro intitolato L’Aleph, dove tutto è presente nello stesso luogo, senza successione.
Questa riflessione si traduce in una modalità strettamente visiva. I libri di Meneghello non sono più oggetti da leggere, ma contenitori di totalità. Attraversandoli non si entra in un significato da decifrare, ma in quello spazio in cui significato e materia coincidono. L’esperienza dello spettatore non è quella di chi cerca di ricostruire un testo, ma di chi si misura con una presenza che trattiene tutto ciò che non è più accessibile. In questo modo la simultaneità borgesiana diventa fisica, tangibile, inscritta nel peso e nella forma delle opere.
Le opere a parete: testi compattati in superfici indecifrabili
Il primo nucleo della mostra è costituito da una serie di lavori a parete che danno corpo a questa idea di densità e di trattenimento del senso. Tra questi compaiono titoli come Cosmogonia, Finzioni, L’Aleph, il Trittico L’altro, La biblioteca di Babele, Funes e Il giardino dai sentieri che si biforcano. Si tratta di oggetti che non trasmettono un significato in modo diretto, ma lo trattengono, custodendo al loro interno la totalità dei libri da cui provengono. Ogni opera si offre come superficie muta, carica di tutto ciò che non può più essere letto.
Queste opere possono essere considerate vere e proprie soglie. Sono blocchi compattati di testo che rifiutano la lettura, eppure contengono integralmente il materiale originario. Ogni lavoro appare come frammento di un tutto simultaneo, punto di massima densità che nega ogni sequenza. Non tutte le superfici sono sovrascritte nello stesso modo: alcune risultano compattate, altre destrutturate, altre ancora velate. In tutti i casi, però, il contenuto non è più decodificabile. Ciò che resta è un invito a sostare sul limite del linguaggio, là dove il libro smette di essere racconto e diventa oggetto impenetrabile.
Labirinto di Borges – Sentiero della conoscenza
Il secondo nucleo dell’esposizione è l’installazione Labirinto di Borges – Sentiero della conoscenza, composta da quindici volumi enciclopedici monocromi e privi di copertina. Questi libri tracciano un percorso che prende avvio dalla parete, prosegue sul pavimento e supera la soglia della galleria, continuando idealmente e materialmente sulla strada, oltre il vetro della vetrina. È un gesto che porta l’enciclopedia, simbolo di un sapere ordinato e totale, fuori dal proprio linguaggio, spingendola oltre il limite che l’ha definita come strumento di classificazione del mondo.
Dambruoso interpreta il vuoto tra un volume e l’altro come uno spazio che contiene tutto, luogo della simultaneità in cui presenza e assenza coincidono. Il sentiero assume così una forma paradossale. Sembra indicare una direzione, ma pur conducendo non porta da nessuna parte. Non esistono inizio e fine, sopra e sotto, dentro e fuori, pieno e vuoto come categorie distinte. Tutto appare contemporaneamente presente. Il percorso guida e, nello stesso tempo, non guida: la vera meta non è il punto d’arrivo, ma il cammino stesso, inteso come spazio di un tempo indiviso in cui ogni dualità si dissolve.
Un’opera che esiste oltre il significato
Nella ricerca di Simone Meneghello, Alberto Dambruoso riconosce una tappa ulteriore verso quella che definisce la dimostrazione della verità dell’opera, intesa come realtà che esiste al di là del significato. L’arte, in questa prospettiva, non nasce per dire qualcosa, ma per essere. Quando il linguaggio si arresta e il discorso si spegne, ciò che resta è la presenza muta dell’oggetto, che continua a esistere senza dover spiegare se stesso. La mostra invita il pubblico a confrontarsi con questa soglia radicale, accettando di sostare in un territorio in cui il senso non è più garantito.
MENEGHELLO INCONTRA BORGES non è quindi un’esposizione da contemplare a distanza, ma un’esperienza da attraversare. Le opere chiedono di essere percorse con il corpo e con lo sguardo, come se lo spettatore fosse chiamato a entrare in un labirinto fatto di libri illeggibili e sentieri senza approdo. In questo attraversamento prende forma un incontro concreto con il lavoro di Meneghello e con l’ombra di Borges: non un omaggio illustrativo, ma un luogo in cui letteratura, materia e tempo si condensano in una presenza che continua a interrogare, anche quando le parole tacciono.
