Il palcoscenico del TeatroBasilica accoglie Le cose che restano, un lavoro che attraversa la memoria, il lutto e l’amore con uno sguardo intimo e inquieto. Tra una torta, un tavolo e una pioggia incessante, la scena si trasforma in un luogo in cui il passato torna a chiedere ascolto.
Un appuntamento al TeatroBasilica
Il 6 dicembre alle ore 21:00 e il 7 dicembre alle ore 16:30 il palcoscenico del TeatroBasilica ospita Le cose che restano, un nuovo lavoro che invita il pubblico a entrare in una storia di amore, perdita e memoria. Due recite soltanto, collocate in giorni e orari diversi, aprono al confronto con un materiale emotivo segnato dall’esperienza del lutto, che coinvolge tanto la dimensione più intima quanto la collettività che si raccoglie in sala, in un clima di ascolto condiviso e di attenzione reciproca tra attori e spettatori.
L’ideazione e la regia portano la firma di Alessandro Businaro, la drammaturgia è di Stefano Fortin e in scena agiscono Grazia Capraro e Vassilij Gianmaria Mangheras. Questo gruppo di lavoro accompagna lo spettatore attraverso un’esperienza teatrale in cui la parola, il gesto e il gioco di sguardi tra Lui e Lei diventano strumenti per avvicinarsi a una ferita ancora aperta, mettendo al centro la relazione tra i due personaggi e il modo in cui cercano, ognuno a suo modo, di rimanere aggrappati a ciò che non vogliono perdere.
Una scena domestica per interrogare il tempo
Al centro della scena si incontrano Lui e Lei, seduti a un tavolo su cui troneggia una torta, dentro una cucina essenziale e bianca, quasi un mondo intatto prima di una ferita. È un giorno di festeggiamenti, ma il caffè sul fornello non sale mai e fuori una pioggia ostinata sembra pronta a travolgere tutto. I due si parlano, si osservano, giocano, litigano e tornano a cercarsi, mentre attorno a loro il tempo sembra sfaldarsi: il presente si mescola con i ricordi e con le pure ipotesi dell’immaginazione, fino a rendere incerto chi stia davvero rivolgendo la parola a chi e che cosa stia effettivamente accadendo davanti agli occhi del pubblico.
All’interno di questo spazio sospeso, lo spettacolo segue soprattutto il percorso di una donna che prova a rimettere in ordine ciò che è stato. Sul palco affiorano episodi realmente vissuti e scenari mai accaduti, ma forse desiderati, che si confondono in un montaggio emotivo instabile. Attraverso questo continuo alternarsi di immagini, Le cose che restano mette a nudo la delicatezza del nostro rapporto con il passato, mostrando quanto sia incerta la linea che separa il bisogno di ricordare dalla tentazione di cancellare.
Un lungo lavoro dietro lo spettacolo
Alessandro Businaro racconta di aver iniziato a lavorare su Le cose che restano circa otto anni fa, spinto dall’urgenza di dare forma scenica al percorso tormentato di chi deve affrontare una perdita improvvisa e devastante, come il suicidio della persona con cui si condivide la vita e si immagina un futuro comune. Non lo ha mosso il desiderio di studio astratto o di analisi sociologica, ma l’esperienza diretta di un evento osservato da vicino, che lo ha spinto a intraprendere una lunga ricerca sotterranea, sedimentata nel tempo attraverso tentativi, soste e riprese.
Una tappa decisiva è arrivata nel 2016, quando Businaro ha lavorato per quasi un anno con l’autrice Irene Gandolfi e con l’attrice Grazia Capraro a una prima stesura drammaturgica di quello che allora portava il titolo di Naufragio. In quella fase è emerso che il progetto non riguardava soltanto il superamento del lutto, ma custodiva una trama di temi stratificati e talvolta contraddittori. Negli anni successivi, e in modo ancora più deciso negli ultimi mesi, grazie al confronto costante con il drammaturgo e dramaturg Stefano Fortin e al lavoro in prova con le attrici e gli attori, Naufragio si è definito come uno spettacolo sui riti familiari, sui linguaggi in codice dell’amore, sulla paura di scomparire e sulle difficoltà legate all’oblio, elementi differenti che pure si alimentano a vicenda.
La memoria come costruzione di sé
Il punto di partenza concettuale del lavoro è la memoria, considerata come uno dei tratti più peculiari dell’essere umano. La nostra identità, sempre in divenire, si appoggia su un processo ininterrotto di richiamo, riscrittura e talvolta annullamento di ciò che è accaduto. È una costruzione fragile, che ci definisce qui e ora e che ci espone a un moto oscillante tra ricordo e oblio, nel quale persone, oggetti ed emozioni emergono e scompaiono come sommersi da una marea interiore inesorabile.
Su questa base, la vicenda della protagonista appare come un tentativo disperato di usare il palcoscenico per interrogare il proprio stesso ricordo. Ogni gesto, ogni parola rivolta a Lui diventa una prova di resistenza rispetto al rischio di perdere parti di sé, mentre ciò che è realmente accaduto, ciò che viene ricordato e ciò che viene solo fantasticato si inseguono senza mai coincidere. Lo spettatore è così chiamato a entrare in questo flusso mentale, a misurarsi con la stessa incertezza che abita la donna e a riconoscere, in quel labile confine, qualcosa della propria esperienza.
Dalla prima stesura al nuovo testo
Dal punto di vista della scrittura, Stefano Fortin ha raccolto l’eredità di un primo testo elaborato da Businaro insieme a Irene Gandolfi, scegliendo di far nascere la nuova versione proprio da ciò che di quel lavoro era sopravvissuto nel ricordo. Fortin non aveva visto lo spettacolo originario: ha ascoltato il racconto del regista, ne ha trattenuto solo ciò che il tempo e la memoria gli permettevano di conservare e, a partire da quei frammenti, ha costruito un testo diverso. Come in un naufragio, non tutto può essere salvato dalla nave che affonda e spesso ciò che resta non coincide con ciò che appariva, in apparenza, più importante.
In questo senso, il titolo Le cose che restano diventa quasi una dichiarazione di metodo. La nuova drammaturgia nasce da ciò che è riuscito a sopravvivere alle riscritture, alle dimenticanze volontarie e a quelle involontarie, a ciò che è stato scartato perché incompatibile con la forma attuale dello spettacolo. Il lavoro di Fortin si misura così con l’idea che la memoria non restituisce mai il tutto, ma solo ciò che riusciamo a trattenere e a nominare, lasciando sul fondo elementi che pure hanno fatto parte della storia.
Ricordare, dimenticare, perdonare
Nell’elaborare il testo, Fortin richiama il pensiero del filosofo francese Paul Ricoeur, che nel secondo Novecento ha indagato a lungo il rapporto tra linguaggio, memoria e tempo. Accanto alla grande opera Tempo e racconto, Ricoeur ha dedicato un volume compatto e incisivo proprio a questi temi, intitolato Ricordare, dimenticare, perdonare: l’enigma del passato. È attorno a questi tre verbi fondamentali che ruota la struttura drammaturgica di Le cose che restano, disseminandone la presenza, più o meno evidente, in tutte le sue parti.
Per Fortin, non esiste ricordo senza una quota di dimenticanza e l’azione stessa della memoria ha senso per l’individuo solo se, prima o poi, apre alla possibilità di ciò che chiamiamo, spesso in modo un po’ vago, perdono. Al di là dell’evento tragico a cui il testo fa riferimento in modo diretto, è proprio in questo movimento che il meccanismo mnemonico rivela il suo valore più intimo: su di esso si fonda la nostra identità, perché senza memoria e senza oblio non sapremmo con chiarezza chi siamo, da dove veniamo, né potremmo stare nel presente e immaginare il futuro senza dover riconciliare ciò che ci è già accaduto, per quanto traumatico.
Le strategie dell’oblio e il tempo fuori sesto
Accanto alla riflessione di Ricoeur, la drammaturgia dialoga anche con il lavoro di Aleida Assmann, che in un suo saggio ha individuato Sette modi per dimenticare, una sorta di mnemotecnica rovesciata, un’arte dell’oblio che, proprio come lo sforzo di ricordare, richiede energia e determinazione, spesso senza esiti apprezzabili. Tra queste possibilità, Le cose che restano ne assume quattro come cardini del percorso della protagonista: nascondere, sovrascrivere, neutralizzare, perdere. Sono azioni interiori che accompagnano la costruzione della sua memoria, definiscono la sua identità e sostengono il suo tentativo di trovare una forma di perdono.
Nella mente della donna in scena, questi quattro gesti dell’oblio non restano mai separati: si inseguono, si sovrappongono, si rovesciano l’uno nell’altro, proprio come accade ai ricordi quando il pensiero è costretto a guardarsi allo specchio. I diversi momenti della vita precipitano così gli uni dentro gli altri, accumulando più istanti in un solo istante. Da qui nasce quel tempo fuori sesto che caratterizza Naufragio, capace di comprimere in un’ora soltanto un’intera esistenza, con il suo passato e il suo futuro, restituendola al pubblico come un unico, vertiginoso presente.
Un tributo nascosto e una casa teatrale
Le cose che restano porta con sé anche una dedica personale: il testo è rivolto alla memoria di M.P., a cui gli autori hanno scelto di rendere omaggio in modo discreto. All’interno della drammaturgia è stato infatti nascosto un breve frammento di una sua canzone, un innesto quasi invisibile che lega lo spettacolo a una presenza assente, custodita nel tessuto stesso delle parole e dei silenzi, come un messaggio lasciato in bottiglia perché possa essere riconosciuto solo da chi lo sa cercare.
Ad accogliere questo lavoro è il TeatroBasilica, diretto dall’attrice Daniela Giovanetti e dal regista Alessandro Di Murro. L’organizzazione è curata dal collettivo Gruppo della Creta insieme a un team di artiste, artisti e tecnici, sotto la supervisione artistica di Antonio Calenda. Il teatro ha sede in Piazza di Porta San Giovanni 10, a Roma, e propone i propri spettacoli dal lunedì al sabato alle ore 21.00 e la domenica alle ore 16.30, offrendo alla città un calendario costante di appuntamenti teatrali.
