Alla decima edizione di Afrodite Shorts, il pubblico ha assistito a qualcosa che va oltre la semplice competizione: con La Casa di Papà, la regista Maria Rosaria Russo consegna un racconto intenso e necessario sulla paternità contemporanea, capace di commuovere, far sorridere e lasciare una traccia profonda dopo i titoli di coda.
Un festival affollato, uno sguardo che emerge
In un’edizione di Afrodite Shorts segnata da sale piene, grande curiosità del pubblico e una presenza significativa di professionisti, studenti e addetti ai lavori, il concorso dedicato al cinema breve al femminile ha mostrato un panorama ricco e sfaccettato. In questo contesto, tra opere diverse per temi e linguaggi, si è imposta con particolare forza La Casa di Papà, firmata da Maria Rosaria Russo, un titolo che ha saputo catalizzare attenzione e discussione, diventando uno dei punti più intensi dell’intera programmazione.
Il cortometraggio, prodotto da Inthelfilm, Tadàn Produzioni e La Casa dell’Attore in collaborazione con Rai Cinema, si affida alla presenza scenica di Francesco Montanari e Mattia Manfredonia, che danno corpo e voce a un rapporto padre-figlio costruito su piccoli gesti, complicità e ferite taciute. La regia della Russo si distingue per una maturità insolita nel formato breve, per la cura del dettaglio e per una sensibilità rara nel far emergere il non detto: uno sguardo capace di intrecciare emozione e riflessione in una dimensione che parla a chiunque, al di là del genere e dell’età.
La forza silenziosa di un padre che resiste
Al centro di La Casa di Papà c’è Francesco, un padre separato che, ogni volta che incontra il figlio Mattia, trasforma il tempo condiviso in un’avventura. La giornata si snoda tra fughe improvvisate, incontri quasi surreali, confidenze sulle prime cotte e sogni ad alta voce su una casa futura tutta per loro. Ogni gesto ordinario viene reinventato, reso speciale, come se quell’arco di ore dovesse contenere un mondo intero. Il racconto mescola con naturalezza ironia e fragilità, costruendo un’umanità che arriva diretta allo spettatore, senza filtri, e restituisce il ritratto di un uomo che cerca di essere presente nonostante tutto.
Quando la sera cala, però, le luci si spostano dietro le quinte di quella leggerezza. È allora che emerge la verità: Francesco vive in automobile, si mantiene con un lavoro di consegne e affronta una precarietà che non vuole far pesare su Mattia. In questa scelta di protezione ostinata sta il centro emotivo del film: un uomo che si inventa ogni giorno un modo per alleggerire il peso di una vita faticosa, nascondendo al figlio il dolore più duro della realtà. La Casa di Papà si definisce così come un dramedy civile, capace di raccontare con toni insieme lievi e profondi l’eroismo silenzioso di chi continua a lottare affinché i figli non debbano farsi carico delle ferite degli adulti.
Quando critica e pubblico scelgono la stessa storia
All’interno del festival, il lavoro di Maria Rosaria Russo non si è limitato a convincere, ma ha conquistato il palmarès in modo netto: La Casa di Papà ha ottenuto il Premio Miglior Tematica e il Premio del Pubblico. Un doppio riconoscimento che intreccia lo sguardo tecnico della giuria con la risposta emotiva della platea e che colloca la regista tra le voci più incisive del nuovo cinema breve al femminile, una cineasta da seguire con grande attenzione nel panorama contemporaneo.
La giuria, presieduta da Giulia Grandinetti, ha premiato il cortometraggio per diversi motivi. Ha riconosciuto innanzitutto l’originalità di proporre un punto di vista maschile su una storia che, di solito, arriva al cinema tramite uno sguardo femminile. Ha sottolineato la delicatezza con cui il film mostra come il ruolo del genitore imponga talvolta maschere pesanti, che non corrispondono alla propria natura ma che si indossano per proteggere i figli. Ha messo in luce la forza con cui il protagonista prova a immaginare soluzioni creative, anche quando faticose, sfiorando continuamente il sentimento del fallimento. E, soprattutto, ha valorizzato il modo in cui la storia ricorda che alcuni genitori sanno amare in maniera radicale, senza far percepire ai figli il prezzo pagato per garantirgli un frammento di serenità. Il Premio del Pubblico completa questo quadro: testimonia l’immediatezza del racconto, la sua verità e la sua capacità di rispecchiare le vicende di tante persone, oltre ogni discorso teorico.
La dichiarazione d’intenti di Maria Rosaria Russo
Dietro questo cortometraggio c’è una visione molto precisa. Maria Rosaria Russo racconta di aver voluto mettere al centro un padre privo di superpoteri, ma dotato di un amore che non arretra. Un uomo che protegge, che inventa mondi possibili, che rende sopportabile una vita pesante pur di non riversare la propria fatica sul figlio. La regista considera la fragilità del protagonista non come una resa, ma come la sua parte più autentica, quella che permette allo spettatore di riconoscersi e di empatizzare, al di là delle differenze di esperienza personale.
Nella prospettiva di Russo, il film trova davvero la propria “casa” quando il pubblico percepisce questo battito ostinato, quel modo imperfetto ma tenace di amare nonostante i limiti e le sconfitte. È qui che La Casa di Papà supera i confini del singolo festival e si fa racconto universale: un’opera che non solo funziona nell’istante della visione, ma continua a restare accanto a chi l’ha vista, riaffiorando nei pensieri a distanza di tempo. In questo equilibrio tra intimità familiare e respiro civile, il cortometraggio conferma Maria Rosaria Russo come un’autrice capace di lasciare un segno profondo nel cinema breve italiano.
