In Ciad, dove la sanità pubblica è stretta tra povertà e instabilità, la Fondazione Magis ha scelto di puntare sulla prevenzione: screening gratuiti, formazione capillare, sostegno quotidiano a chi cura e a chi è curato. Un mosaico di azioni concrete che, tassello dopo tassello, sta rendendo possibile una salute di qualità anche nei contesti più fragili.
Un sistema sanitario al limite e una risposta costruita dal basso
Il sistema sanitario del Ciad vive una condizione di estrema fragilità: secondo i dati citati nel progetto, nel Paese operano soltanto 0,43 medici ogni 10mila abitanti, a fronte di una soglia di 23 indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità. A questa carenza cronica di personale si sommano una instabilità politica ricorrente e gli effetti di un clima sempre più imprevedibile, che moltiplicano vulnerabilità e disuguaglianze. In questo scenario, l’obiettivo dichiarato è chiaro: ridurre la mortalità prematura legata alle malattie trasmissibili e non trasmissibili, garantendo cure accessibili e dignitose per tutte le fasce di età, a partire dalle aree più popolose e dimenticate.
Per rispondere a questa emergenza strutturale è nato il programma “Per un sistema sanitario resiliente e di qualità nella terra di Toumai, SiSaTou (AID 12590/09/8)”, finanziato da AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo) e da donatori privati. Il progetto si concentra nelle regioni di N’Djamena e Mandoul e agisce su più livelli: prevenzione, diagnosi precoce, formazione, rafforzamento delle strutture sanitarie. Come sottolinea Sabrina Atturo, responsabile progetti di Magis, l’ampiezza degli obiettivi poteva sembrare irrealistica, ma una analisi rigorosa dei bisogni e una profonda conoscenza delle dinamiche sociali e culturali hanno permesso di definire interventi radicati nella vita quotidiana delle persone, realmente sostenibili e condivisi dalle comunità coinvolte.
Fondazione Magis, l’ospedale Le Bon Samaritain e un’alleanza per lo sviluppo locale
Alla guida di questo percorso c’è la Fondazione Magis, organizzazione non governativa dei gesuiti con sede a Roma, che da anni promuove iniziative di cooperazione internazionale attraverso l’impegno congiunto di religiosi e laici. La visione è precisa: accompagnare le comunità locali affinché diventino protagoniste del proprio sviluppo sostenibile, in grado di prendere decisioni autonome sui percorsi di crescita sociale, economica e sanitaria. In Ciad, questa visione prende forma grazie alla stretta collaborazione con l’Ospedale universitario Le Bon Samaritain, unico ospedale in Africa gestito da gesuiti, che rappresenta il cuore clinico e formativo di molte attività del progetto.
Il programma SiSaTou non si limita a fornire servizi: costruisce relazioni, competenze e responsabilità condivise. I beneficiari non sono destinatari passivi, ma diventano a loro volta formatori, promotori di salute, punti di riferimento nei quartieri e nei villaggi. Allo stesso tempo, il personale sanitario locale viene affiancato e sostenuto con percorsi di aggiornamento, borse di studio e dotazioni mediche. L’idea di fondo è che solo un sistema capace di raccogliere dati, programmare e agire in maniera coordinata possa garantire nel tempo quella qualità delle cure che oggi manca a larga parte della popolazione ciadiana.
Contrastare la malnutrizione infantile a partire dalle comunità
Tra le urgenze più drammatiche individuate da Magis c’è la malnutrizione infantile, che colpisce in modo particolare i bambini nei primi anni di vita. Il programma di recupero nutrizionale coinvolge oltre 10mila bambini tra 0 e 5 anni, che fanno riferimento all’ospedale Notre Dame des Apotres, partner del progetto. Qui esiste un’unità specificamente dedicata ai disturbi nutrizionali, dove si effettuano valutazioni accurate e si impostano percorsi personalizzati di cura. Ogni mese vengono prodotti e distribuiti mille sacchetti di miscele di farine ad alto valore nutritivo: le madri imparano non solo a cucinarle in modo corretto, ma anche a osservare il comportamento dei figli, a riconoscere eventuali segnali d’allarme e a ritrovare le pratiche tradizionali più sane, abbandonando quelle dannose per la crescita dei piccoli.
A fianco delle strutture ospedaliere, il progetto si affida a un gruppo di donne diventate figure chiave nei villaggi intorno alla capitale: le mamans lumières. Sono un centinaio, formate da nutrizionisti in lingua locale per tre volte a settimana, e ora rappresentano un punto di riferimento stabile nelle comunità. Individuano i casi di malnutrizione, accompagnano le famiglie verso i servizi sanitari, spiegano l’importanza di un’alimentazione adeguata e sensibilizzano altre madri sulle conseguenze di abitudini scorrette. In questo lavoro quotidiano, apparentemente silenzioso, si gioca una parte decisiva del futuro di migliaia di bambini che, grazie a un pasto diverso e a uno sguardo più attento, possono cambiare il proprio destino.
Formazione, borse di studio e cultura dei dati per una sanità più solida
A sostegno di questi interventi c’è un investimento altrettanto importante sul capitale umano. Il progetto prevede 25 borse di studio rivolte a medici, infermieri e gestori di ospedali. La figura del gestore, in particolare, rappresenta un cambio di prospettiva nel modo di intendere la sanità pubblica: raccogliere, organizzare e analizzare i dati permette infatti di comprendere quali azioni funzionano, dove intervenire con priorità e come utilizzare al meglio le risorse disponibili. È un passaggio cruciale per costruire una gestione più trasparente, programmata e orientata ai risultati, capace di andare oltre l’emergenza continua.
In parallelo, la formazione del personale ospedaliero coinvolge diverse figure, dai medici ai coordinatori infermieristici, con percorsi mirati alle esigenze dei reparti. L’aggiornamento riguarda tanto le competenze cliniche quanto l’organizzazione dei servizi e la presa in carico globale dei pazienti. Questo lavoro è strettamente legato alla fornitura di medicinali e di apparecchiature mediche, che consente alle strutture partner di usare concretamente le competenze acquisite. La combinazione tra sapere, strumenti e responsabilità condivise rafforza giorno dopo giorno la capacità del sistema di cura di rispondere con maggiore efficacia alle necessità reali della popolazione.
Screening pre-cancerosi: uno spazio dedicato alla prevenzione
In apparenza, in Ciad i tumori al seno e al collo dell’utero sembrano poco diffusi. In realtà, ciò che manca sono gli screening, e questo rende invisibile una parte significativa della malattia. In particolare, il tumore del collo dell’utero è ancora poco conosciuto tra molte donne. Di fronte a questa situazione, la Fondazione Magis ha avviato un intenso lavoro di sensibilizzazione: migliaia di flyer sono stati distribuiti nel reparto di ginecologia, nei mercati, nei quartieri più popolari, nelle parrocchie e nelle moschee, affiancati da articoli sulla stampa e spot radiofonici. A questo si aggiungono video informativi online, che spiegano con linguaggio semplice l’importanza di conoscere i sintomi e di sottoporsi a controlli regolari.
Su queste basi è nato l’ottobre rosa, che si è esteso anche ai mesi di novembre e dicembre, con una campagna di screening gratuiti dedicata in particolare alle donne sieropositive all’HIV, più esposte al rischio di sviluppare il tumore. Gli esami vengono effettuati all’interno del servizio di ginecologia dell’Ospedale Le Bon Samaritain, potenziato attraverso la formazione dei ginecologi e l’acquisto di nuove attrezzature, tra cui un colposcopio e nuovi letti. La collaborazione con i soli due oncologi ciadiani ha permesso di preparare il personale che segue le pazienti lungo tutto il percorso di cura, dalle ostetriche alle caposala. Nei prossimi mesi, questa Unità di screening estenderà il proprio raggio d’azione anche al tumore alla prostata, aprendo una prospettiva di prevenzione dedicata anche agli uomini.
Un primo passo verso un centro oncologico e una nuova cultura della diagnosi precoce
L’avvio dell’Unità di screening pre-canceroso ha richiesto tempo, risorse economiche e un impegno formativo intenso, ma rappresenta un tassello fondamentale nella visione a lungo termine condivisa con il Ministero della Salute. Nelle intenzioni istituzionali, questo lavoro è la base per la futura creazione di un centro oncologico dove, un giorno, sarà possibile introdurre anche la chemioterapia, oggi del tutto assente nel Paese. Fino a quando cure così complesse non saranno disponibili, la possibilità di individuare precocemente i tumori resta l’unico modo reale per cambiare l’esito di molte diagnosi e dare alle persone una chance concreta di sopravvivenza.
È proprio da questa consapevolezza che nasce lo slogan che ha accompagnato l’intera campagna di informazione: “Prevenire è meglio che curare”. Come ricorda Sabrina Atturo, in un contesto dove mancano apparecchiature adeguate per trattare le malattie in fase avanzata, l’unica strada per evitare morti evitabili è intercettare i problemi quando sono ancora gestibili. Non si tratta solo di promuovere controlli, ma di far entrare nella vita quotidiana delle persone l’idea che la diagnosi precoce non è un lusso per pochi, bensì un diritto che può salvare intere famiglie dal dolore e dalla perdita.
Diabete ed epatite B: spezzare due catene silenziose
Accanto agli screening oncologici, il programma della Fondazione Magis dedica grande attenzione a due malattie spesso sottovalutate: il diabete e l’epatite B. Fino alla fine di dicembre è attiva una campagna che consente a 8mila persone, donne e uomini, di controllare gratuitamente la glicemia all’interno di 12 centri di salute, ambulatori di base che rappresentano il primo punto di accesso alle strutture sanitarie. Di fronte alla scarsa conoscenza del diabete emersa sul territorio, l’intuizione è stata quella di formare 30 relais communitaire, figure riconosciute e rispettate dalla popolazione. Grazie al dialogo aperto con i leader religiosi e gli amministratori locali, questi mediatori convincono le persone a sottoporsi a un semplice test rapido, una piccola puntura sul dito che può cambiare il corso della malattia. I casi sospetti vengono poi indirizzati al centro di diabetologia dell’Ospedale di Referenza Nazionale, unico servizio specializzato del Paese.
Non meno strategico è il lavoro sull’epatite B, una malattia definita “silenziosa” per la sua capacità di progredire senza sintomi per lungo tempo. Sono 4500 le donne incinte sottoposte a screening gratuito, un’indagine di portata inedita per il Ciad, che ha rilevato un’incidenza del 10%. A partire da questi risultati, 500 neonati figli di madri positive sono stati vaccinati nelle prime 24 ore di vita, bloccando così la trasmissione del virus da madre a figlio. In un contesto dove le opportunità di cura sono limitate, questo intervento rappresenta un gesto di straordinaria concretezza: significa offrire a centinaia di bambini l’opportunità di crescere liberi da una malattia che, altrimenti, avrebbe potuto accompagnarli per tutta la vita.
Accoglienza, informazione continua e un filo che unisce villaggi e ospedali
Il percorso di cura non si esaurisce con lo screening o con il gesto della vaccinazione. Per rafforzare il legame tra popolazione e strutture sanitarie, il progetto ha previsto la costruzione di una nuova sala di accoglienza dedicata al triage all’interno dell’Ospedale universitario Le Bon Samaritain. Qui i pazienti e i familiari possono attendere al riparo, in uno spazio pensato non solo come luogo di passaggio, ma come ambiente di ascolto e orientamento. Le pareti sono animate da volantini informativi e da schermi televisivi che trasmettono interviste e spot sulla prevenzione, sull’importanza dei controlli e sulla diagnosi precoce, trasformando l’attesa in un momento di conoscenza e consapevolezza.
Questa azione di comunicazione continua completa e tiene insieme tutto il lavoro svolto nei villaggi, nei mercati, nei centri di salute periferici. Le parole delle mamans lumières e dei relais communitaire, le miscele di farine distribuite alle famiglie, gli screening pre-cancerosi, i test per il diabete e l’epatite B, le borse di studio e la formazione del personale compongono un unico disegno: offrire alla popolazione delle regioni di N’Djamena e Mandoul la possibilità concreta di una salute di qualità. In un Paese dove la carenza di mezzi rende impossibile curare molte patologie in fase avanzata, questa strategia integrata nasce per prevenire, proteggere e accompagnare, riducendo la mortalità prematura e ridando dignità alla parola “cura”.
