Un esordio costruito a mani nude, dove una ferita personale diventa materia viva di canzone. “Grazie per il trauma (live session EP)” segna l’ingresso di Matilde Montanari nella discografia con un lavoro registrato in presa diretta, nato senza budget e guidato da una sola urgenza: raccontare la verità, senza filtri né scorciatoie tecnologiche.
Un trauma che diventa primo passo
All’origine di “Grazie per il trauma” c’è l’idea che ciò che ferisce possa anche trasformarsi in risorsa. L’EP di Matilde è un piccolo manifesto sul modo in cui il dolore, se attraversato fino in fondo, riesce a restituire senso. Non è un racconto compiaciuto della sofferenza, ma il tentativo di mostrarne la parte generativa: quella che, invece di negare le crepe, le espone alla luce e le trasforma in linguaggio musicale, come a dire che da una storia che ha lasciato lividi può nascere una nuova identità.
La giovane cantautrice si presenta in apertura con una frase che suona quasi come una dichiarazione di intenti: “Ciao, sono Matilde”. Subito dopo ammette che questo progetto è il suo modo “elegante” per dire a qualcuno “mi hai distrutta”, aggiungendo che almeno da quell’urto emotivo è nato un EP. In queste poche righe c’è già tutto: ironia, vulnerabilità, consapevolezza. È il biglietto da visita di una ventenne che, dopo la vittoria a I Visionatici 2025, sceglie di esordire con cinque brani inediti che non cercano riparo, ma mostrano la frattura da cui sono nati.
Cinque canzoni come pagine di un diario sentimentale
L’ossatura narrativa del lavoro ruota intorno al rapporto tra trauma, elaborazione e identità artistica. I cinque brani funzionano come capitoli di un diario lasciato aperto, dove ogni canzone è una tappa di un percorso emotivo che non procede in linea retta. In controluce si riconosce un clima molto vicino alla sensibilità contemporanea, quella che anima forum di psicologia pop e playlist confessionali, ma qui tutto assume una forma concreta: non slogan motivazionali, bensì scene precise, domande che ritornano quando si vorrebbe solo dimenticare, ricordi che non si lasciano archiviare.
In “Ogni goccia” prende corpo l’amore che consuma più di quanto nutra. La canzone racconta il tempo speso a cercare un significato dove forse non c’era, l’altalena continua fra desiderio e rinuncia, l’illusione di poter cambiare l’altro restando sempre sullo stesso punto. Emergono il pentimento, l’attesa che non si scioglie e quel freddo improvviso che rimane addosso, persino a distanza di tempo, quando ci si rende conto di aver consegnato tutto a qualcuno che non sapeva rimanere davvero vicino. È un brano che fotografa il momento esatto in cui ci si vede svuotati.
“Come fanno i gatti” mette a fuoco il tema della dipendenza affettiva. Qui l’attenzione si sposta sulle dinamiche dell’attaccamento: la dolcezza che resiste, la distanza che si allarga, la difficoltà a sciogliere nodi che ormai stringono più che unire. Promesse, rituali quotidiani, ricordi condivisi diventano una sorta di prigione morbida da cui non si esce a cuor leggero. Il testo arriva alla confessione più sincera: si resta agganciati anche quando l’amore comincia a tirare in direzioni opposte, perché la paura del vuoto può essere più forte del desiderio di libertà.
Con “Disordin3” al centro c’è la ricerca di una nuova forma, la necessità di capire quale sia il posto che ci si merita dopo che tutto è stato scomposto. È la tappa in cui si prova a rimettere insieme i pezzi, a ridisegnare i confini di sé. “Fiori (0)” e “Post-it” incorniciano questo itinerario interiore, aprendo e chiudendo un ciclo emotivo che Matilde interpreta con una lucidità rara per la sua età. In queste canzoni si intrecciano jazz, pop, inflessioni funk e soul, melodie italiane e scrittura diaristica, in un equilibrio che permette alle fratture di emergere senza mai perdere la forma canzone.
Una voce giovane, nessuna rete di sicurezza
La forza di “Grazie per il trauma” non sta solo nei testi, ma anche nel modo in cui la voce di Matilde attraversa il lavoro. Il timbro è pulito, centrato, con un controllo che sorprende se si pensa alla sua età. Ogni brano è inciso come se fosse la prima e unica possibilità, senza filtri che attenuino l’esposizione emotiva. È una voce che non cerca di sembrare più adulta, ma che si prende la responsabilità delle proprie fragilità, reggendo il peso della presa diretta senza cedimenti evidenti, affidandosi alla verità dell’interpretazione invece che all’aggiustamento successivo.
Gli arrangiamenti funzionano come un abito cucito su misura attorno a quel timbro. La band segue le sue linee vocali con discrezione, accentuando gli snodi emotivi e creando spazio nei punti in cui il testo ha bisogno di respirare. Il suono non la sovrasta mai, ma le si avvolge intorno, sostenendola nei passaggi più esposti e accompagnandola nelle inflessioni più intime. È evidente l’intenzione di mantenere la voce in primo piano, come elemento guida del racconto, lasciando che sia proprio la sua resa in presa diretta a definire il carattere dell’intero progetto.
Dentro lo Studio 52: una stanza di legno e una ripresa senza ritocchi
Il cuore operativo del progetto è lo Studio 52 di Forlì, trasformato in una sorta di piccolo teatro di legno e cavi. L’immagine è precisa: microfono a pochi centimetri dal respiro, musicisti disposti a semicerchio, luci basse concentrate soltanto sull’essenziale. Tutto viene registrato dal vivo, senza autotune e senza interventi di correzione, con sessioni consecutive che assomigliano più a performance che a tradizionali giornate di studio. Ogni take contiene rumori minimi, respiri, micro variazioni, accettati non come difetti ma come parte integrante della tessitura sonora.
Questa impostazione posiziona “Grazie per il trauma” dentro l’onda crescente delle produzioni live che stanno tornando al centro dell’attenzione nel 2025. L’EP si inserisce come risposta spontanea alla saturazione di suoni plastificati e di linguaggi levigati fino all’anonimato. Qui, al contrario, la resa vocale torna a essere materia creativa vera, non un prodotto di post-produzione. La scelta della presa diretta, radicale nella sua semplicità, rimette al centro l’errore possibile, il rischio, la specificità di quell’istante in cui la canzone viene fissata su nastro.
Autenticità come risposta alla perfezione artificiale
Alla base di questa decisione c’è una convinzione netta. Matilde racconta di aver voluto un EP “vivo” perché sente che oggi, in un contesto invaso da filtri e perfezioni artificiali, esiste un bisogno urgente di autenticità. Desiderava che si percepissero i respiri, le piccole imperfezioni, quella componente viscerale che di solito viene tenuta fuori dalle registrazioni più levigate. Per lei scrivere è stato un modo per ritrovare aria quando si sentiva soffocare, e ogni brano le è arrivato come un frammento di guarigione, un tassello di un processo interiore ancora in corso.
Questa urgenza si è tradotta anche nella volontà di restituire al suono la sua dimensione naturale, senza stratificazioni digitali. L’idea era che la voce non dovesse essere abbellita, ma ascoltata per quello che è, con i suoi tremori e le sue sicurezze. In questo senso, “Grazie per il trauma” non è solo un esordio discografico, ma un piccolo statement artistico: un rifiuto dei canoni di perfezione seriale a favore di una musica che accetta di mostrarsi vulnerabile, convinta che proprio lì, nelle imperfezioni, si nasconda la parte più credibile del racconto.
Un EP costruito giorno per giorno senza budget
Se la poetica punta all’essenziale, anche la produzione segue la stessa linea. Matilde definisce questo lavoro un progetto nato “senza portafoglio”, costruito dal basso con ostinazione e creatività quotidiana. Non c’erano risorse da investire, ma la decisione di farlo comunque ha acceso un percorso fatto di piccoli passi: cercare soluzioni alternative, pensare in modo pratico, trasformare ogni occasione in un pezzo del mosaico. La mancanza di fondi non diventa alibi, ma motore per inventarsi strade nuove pur di arrivare alla forma desiderata.
Per finanziare il progetto, la cantautrice ha barattato competenze e tempo: ha scattato foto in cambio di ospitate nei festival, ha suonato per le strade per raccogliere i soldi necessari all’organizzazione del release party, ha accettato ogni possibilità concreta che potesse avvicinarla al traguardo. Nel racconto che fa di questo percorso torna spesso la gratitudine verso le persone incontrate lungo la strada, considerate alleate fondamentali in un momento in cui lei stessa, a tratti, dubitava. Non è un’epopea solitaria, ma una storia di collaborazioni nate per fiducia reciproca.
La rete di persone che ha creduto in Matilde
Dentro questo viaggio collettivo, un ruolo centrale spetta ai musicisti che hanno dato corpo sonoro alle canzoni. Nel disco suonano Mattia Zoli alla batteria, Vito Bassi al basso, Andrea Bonetti alle tastiere e Mattia Mennella alla chitarra. Ognuno di loro contribuisce a definire un paesaggio sonoro che sostiene e amplifica la scrittura di Matilde, senza sovraccaricarla. È una squadra che sceglie la misura, che preferisce l’ascolto reciproco al virtuosismo fine a se stesso, e che condivide pienamente la scelta di esporsi nella nudità di una registrazione live.
La cantautrice sottolinea anche il debito nei confronti di chi l’ha seguita nei primi passi. Cita Luca Medri e la Cosascuola Music Academy come casa delle sue prime esperienze musicali, uno spazio dove ha potuto formarsi e mettere alla prova la propria voce. Ricorda poi Giordano Sangiorgi, direttore del MEI, per l’attenzione costante alle nuove voci, e ringrazia in modo particolare la sua vocal coach Paola Folli, che con cura e fiducia l’ha accompagnata verso quella che definisce la sua “voce vera”. È una costellazione di presenze che restituisce l’immagine di un esordio sostenuto da una comunità reale.
Grazie per il trauma: un eccomi in musica
Alla fine di questo percorso, “Grazie per il trauma” diventa per Matilde un grande “eccomi”. È il primo passo dichiarato verso la musica che desidera fare: viva, sincera, senza trucco. In queste tracce lei si riconosce tanto nelle crepe quanto nella luce, senza separare le due dimensioni. L’EP ricorda che ciò che ci ha fatto soffrire può anche diventare ciò che ci salva, che il dolore non va rimosso ma attraversato fino in fondo, e che da quel passaggio può nascere una forma nuova di presenza a se stessi.
Il viaggio del disco segue una sequenza precisa: si apre con “Fiori (0)”, prosegue con “Come fanno i gatti”, continua con “Ogni goccia” e “Disordin3”, per poi chiudersi in “Post-it”. Cinque tappe, un unico movimento interiore. In un’epoca in cui spesso si pensa che servano grandi mezzi per fare arte, questo lavoro dimostra che si può ancora creare qualcosa di autentico anche senza soldi, purché ci siano cuore, persone buone accanto e una necessità comunicativa che chiede spazio e lo trova nella forma canzone.
