Nel cuore della scena elettronica italiana sta prendendo forma un dialogo inatteso tra esperienza e urgenza creativa, tra chi ha scritto capitoli fondamentali della dance e chi oggi vive i circuiti più estremi dell’underground. Da questo confronto nasce una storia che parla di ritorni, metamorfosi e scelte artistiche radicali, profondamente legate al presente.
Un classico che rinasce nel catalogo UMM
Il punto di contatto più tangibile tra Gianfranco Bortolotti e Nesh Mayday è il nuovo remix di “Born Again” di Ricky L, brano storico del catalogo UMM e Media Records. Affidato a uno sguardo tekno contemporaneo, il pezzo viene completamente ripensato, trasformato in una versione potente e scura che dialoga con i dancefloor di oggi senza cancellare l’eco delle sue origini. È un lavoro che non cerca scorciatoie, né strizza l’occhio alle logiche più semplici del mercato, ma si misura con un’eredità importante per proiettarla in un orizzonte diverso.
Questa nuova veste di “Born Again” è molto più di un semplice aggiornamento sonoro. Diventa un simbolo concreto di un percorso che unisce generazioni diverse, un passaggio di testimone creativo in cui il passato non viene imbalsamato ma rimesso in gioco. Non c’è compiacimento nostalgico: il brano viene trattato come materia viva, da modellare e spingere oltre i confini originari, così che chi lo ascolta possa riconoscere una radice, ma sentire soprattutto l’urgenza del presente e un’idea precisa di futuro.
L’incontro tra generazioni raccontato da Parkett Channel
Questo dialogo prende forma pubblica grazie all’intervista realizzata da Parkett Channel, realtà considerata un punto di riferimento per la scena elettronica italiana. A firmarla è Flavia Nitto, che sceglie un titolo eloquente: “UMM: come si inventa un’era, Gianfranco Bortolotti e Nesh Mayday a confronto”. Già in quelle parole si intuisce la portata del confronto: da una parte un protagonista che ha contribuito a definire un’intera stagione della club culture, dall’altra un produttore che incarna oggi le tensioni più radicali dell’underground. Il rilancio di UMM emerge così come un processo reale e concreto, alimentato dall’ingresso di nuove energie creative, tra cui quella, fortemente identitaria, di Nesh Mayday.
Nell’intervista viene messo al centro anche il legame territoriale che unisce i due artisti. Gianfranco Bortolotti è descritto come bresciano autentico, e lo stesso vale per Nesh Mayday, giovane talento che arriva dalla medesima città. La conversazione mostra come questo incontro fra la lunga esperienza di Bortolotti e lo sguardo emergente di Nesh consenta di illuminare le radici e le trasformazioni di un marchio come UMM, capace in passato di segnare intere epoche della dance. Allo stesso tempo, si coglie come la scena elettronica italiana stia vivendo una nuova stagione proprio grazie a figure che, come Bortolotti, hanno continuato per decenni a lavorare su ricerca sonora, nuove etichette e strutture discografiche innovative come Media Records.
Il percorso visionario di Gianfranco Bortolotti
Nel suo intervento, Gianfranco Bortolotti ripercorre l’origine della propria visione, ricordando il periodo in cui, negli anni Novanta, è stato al centro della scena con progetti come Cappella, 49ers e Antico. La sua formazione da architetto e imprenditore lo porta a considerare la notte come uno spazio da progettare, fino a trasformarla in un fenomeno di massa. In questo quadro nasce uno stile che abbraccia Eurodance, house e progressive, capace di imporsi contemporaneamente nei club e nelle classifiche europee. Non si tratta solo di produrre brani di successo, ma di costruire un immaginario condiviso, un modo di vivere la dance che diventa parte della cultura popolare di quegli anni.
Bortolotti racconta anche il modello organizzativo che ha reso possibile quella stagione. Attraverso UMM (Underground Music Movement) e altre sigle come BXR, sceglie di puntare sui DJ come veri interpreti centrali della musica, anticipando un approccio che poi diventerà dominante. Il successo non è affidato al caso o al singolo exploit discografico, ma a una rete di studi, produttori, tecnici e collaboratori che lavorano insieme, in una dimensione collettiva dove contano rapidità, intuito e capacità di tradurre immediatamente le idee in suono. In questo racconto trovano spazio anche le difficoltà: il momento del ritiro, la decisione di vendere i cataloghi e, infine, la scelta di tornare oggi operativo, affidando però la direzione artistica a una nuova generazione senza rinnegare lo spirito originario che aveva reso tutto possibile.
La traiettoria sonora di Nesh Mayday
Dall’altra parte del tavolo c’è Nesh Mayday, che porta una storia e un’identità musicale profondamente diverse. La sua formazione nasce dentro la cultura dei free party e dell’underground, ambienti in cui la musica è esperienza collettiva, spesso lontana dalle logiche istituzionali del club. Nel 2016 inizia a produrre Tekno utilizzando strumenti analogici, scegliendo consapevolmente una relazione fisica con le macchine e con il suono. Nel tempo, il suo percorso si espande verso un ventaglio di sonorità che attraversano la tekno e la techno, mantenendo sempre una forte attenzione alla coerenza espressiva. Ogni passaggio della sua crescita artistica sembra guidato dal desiderio di restare fedele a una linea chiara, senza smussare gli angoli più ruvidi della propria ricerca.
La cifra stilistica di Nesh Mayday viene descritta come un intreccio di bassi profondi, kick taglienti e un gusto dark-melodico proiettato in avanti, che guarda al futuro senza rinunciare all’impatto fisico sul dancefloor. Nesh si fa portavoce di una parte di scena che rifiuta apertamente i compromessi commerciali, ma non per questo rinuncia alla forza liberatoria della pista. Il legame con UMM nasce in maniera naturale: prima un contatto attraverso amici comuni, poi la scoperta di radici condivise, lo stesso quartiere e la stessa passione. Il suo quartier generale a Roncadelle, la cittadina bresciana che in passato ospitava gli studi di Media Records, diventa il simbolo di una continuità inattesa, in cui passato e presente si incontrano per costruire qualcosa di nuovo insieme.
Club culture e intelligenza artificiale
Il confronto tra Gianfranco Bortolotti e Nesh Mayday non si esaurisce nel racconto del remix o delle rispettive carriere. L’intervista affronta temi che toccano il cuore della club culture: l’evoluzione dei contesti in cui si ascolta musica elettronica, il ruolo dei free party, la politicizzazione della techno. In questo scambio emergono domande cruciali su cosa significhi oggi costruire una scena, quali spazi restino davvero liberi e quanto le scelte estetiche siano anche scelte di campo. Il dialogo mette in relazione l’esperienza di chi ha contribuito a creare un’industria del clubbing e la prospettiva di chi proviene da circuiti meno istituzionalizzati, offrendo al lettore uno spaccato denso di tensioni e possibilità.
Uno dei passaggi più intensi riguarda l’impatto crescente dell’intelligenza artificiale sulla produzione musicale. Bortolotti esprime forti perplessità, temendo che si possa arrivare a una “musica senza anima”, in cui il calcolo sostituisca l’intuizione umana e l’imperfezione creativa. Nesh Mayday, dal canto suo, ribadisce che produrre significa entrare in contatto diretto con la materia sonora, lavorarla con le proprie mani, preservando la concretezza dell’esperienza. In queste posizioni si legge una difesa dell’atto creativo come gesto umano irriducibile, una presa di posizione che invita a riflettere su quali strade la musica elettronica voglia imboccare nei prossimi anni.
