In Italia ho difeso con tutte le forze un progetto in cui credo, convinto che la legge avrebbe fatto lo stesso. Mi sono scontrato invece con i limiti di un sistema che, pur proclamando amore per la creatività, spesso lascia soli proprio coloro che la alimentano ogni giorno con lavoro, studio e coraggio.
Un Paese che celebra la creatività ma espone le idee
Lavoro da anni con le idee, le forme, le proporzioni. La creatività non è solo il mio mestiere, è una parte essenziale di ciò che sono. Per questo mi ha colpito in profondità scoprire quanto sia vulnerabile la tutela del design nel Paese che ama definirsi culla della creatività. In un contesto che esalta il genio individuale e la qualità artigianale, mi aspettavo che l’ordinamento giuridico fosse un alleato naturale di chi progetta, sperimenta, rischia. Invece, nel momento in cui ho chiesto protezione, ho visto incrinarsi quella fiducia che consideravo scontata.
Da cittadino e da professionista, ho sempre creduto che registrare un modello significasse garantirgli un riconoscimento pieno, non solo ideale ma anche concreto. Pensavo che quel passaggio formale fosse il punto di arrivo di un percorso fatto di ricerca, bozze, prototipi, errori, ripensamenti. Mi sembrava un patto chiaro: io mi impegno a creare qualcosa di originale, lo Stato riconosce che quell’originalità merita una tutela specifica. La realtà che mi sono trovato davanti è stata diversa e molto più aspra di quanto immaginassi.
Quando scopri che il tuo progetto vive altrove
Qualche tempo fa ho visto materializzarsi una situazione che ogni autore teme. Una azienda, che preferisco non indicare, ma ben presente sul mercato, aveva immesso in commercio un prodotto che richiamava in modo sorprendente le mie creazioni. Si trattava di sedute ispirate alle teste di Moro, sgabelli del progetto I MORI, uno dei lavori a cui sono più legato. In quelle forme avevo riversato anni di ricerca estetica, attenzione ai dettagli, cura artigianale. Vederle riproposte da altri, con tratti di forte somiglianza, ha generato prima incredulità, poi un senso profondo di violazione.
Quelle teste di Moro trasformate in sgabelli non erano l’esito di un’intuizione improvvisata, ma il frutto di un percorso pensato e perfezionato nel tempo, tanto da spingermi a registrarne il modello come design regolarmente riconosciuto. Nella mia mente, quel certificato rappresentava una sorta di corazza: una prova tangibile della mia paternità creativa e una barriera contro usi indebiti. Per questo ho scelto di portare la vicenda in tribunale, deciso a difendere il mio lavoro di fronte a chi lo aveva avvicinato in modo così marcato.
In aula tra speranze e un verdetto inatteso
L’ingresso in aula è stato accompagnato da una certezza interiore: avevo rispettato le regole, avevo registrato il modello, avevo davanti agli occhi due prodotti che, a mio giudizio, parlavano la stessa lingua formale. Mi aspettavo che la distanza tra l’originale e la versione proposta dall’azienda fosse valutata con lo stesso sguardo con cui la percepisce il pubblico, fatto di impressioni immediate, di rimandi visivi, di riconoscibilità. Mi sembrava quasi impossibile che quella forte somiglianza potesse passare inosservata di fronte a un giudice.
Il verdetto ha seguito invece una traiettoria differente. Secondo la decisione del tribunale, il modello dell’azienda non risultava “uguale” al mio. Quella parola, “uguale”, usata come chiave per respingere la mia accusa, ha avuto l’effetto di una lama. In un istante ho compreso che la questione non riguardava solo la distanza tra due oggetti, ma il modo in cui l’ordinamento definisce l’identità di un’opera. La mia causa è stata respinta, lasciando una ferita che va oltre la dimensione personale.
Una tutela del design legata a una nozione rigida di unicità
Da questa esperienza è emersa con forza una verità difficile da accettare: in Italia la protezione del design è ancorata a una concezione estremamente rigorosa di “uguaglianza”. Basta modificare una curva, alleggerire un profilo, ritoccare una piega, per far sì che, agli occhi della legge, un oggetto non venga più considerato sovrapponibile al modello originario. L’attenzione si concentra su scarti minimi, quasi millimetrici, che diventano sufficienti a far sfumare il confine tra ispirazione discutibile e appropriazione del linguaggio formale altrui.
Questo approccio crea una distanza netta tra ciò che percepisce il pubblico e ciò che viene riconosciuto nelle aule giudiziarie. Chi osserva i prodotti sul mercato può continuare a vedere chiaramente un rimando al progetto originario, a collegare immediatamente la nuova proposta all’autore che l’ha resa possibile. Eppure, nel perimetro del diritto, quella stessa somiglianza può dissolversi non appena si individuano piccole differenze strutturali. È in questo scarto tra riconoscimento sociale e riconoscimento giuridico che molti creativi si scoprono improvvisamente esposti.
Dietro i discorsi sul Made in Italy, la solitudine dei creativi
Mentre tutto questo accade, il discorso pubblico continua a celebrare il Made in Italy, l’eccellenza, la qualità artigianale. Si esaltano gli oggetti che diventano simbolo di un certo stile, di un certo gusto, di una capacità unica di trasformare materiali e forme. Ma dietro queste parole si dimentica spesso chi lavora nell’ombra per dare vita a quei simboli. Designer, artigiani, progettisti si ritrovano a operare in un sistema che li invita a innovare senza offrire una protezione realmente solida a ciò che inventano.
Non desidero che questo racconto spaventi i giovani che si affacciano al mondo del progetto. Al contrario, scrivo perché sento il bisogno di accendere una luce su ciò che ho vissuto, affinché non resti confinato in un episodio isolato e silenzioso. Se questa vicenda resta privata, nulla cambierà; se invece diventa spunto per una riflessione collettiva, può contribuire a interrogare davvero il modo in cui vengono difese le idee in cui crediamo. Non è un invito alla rinuncia, ma alla consapevolezza.
Da una causa persa a una battaglia ancora possibile
Quello che è accaduto in tribunale è un dato definitivo: ho perso una causa in cui avevo riposto una grande fiducia. Eppure non considero conclusa la storia che questa sconfitta racconta. Rimane aperta una sfida più ampia, che riguarda il valore attribuito all’originalità e il modo in cui il sistema giuridico sceglie di proteggerla, o di non farlo. Se l’unicità non viene riconosciuta e difesa con chiarezza, l’intero tessuto creativo si impoverisce, perché chi innova sa di poter essere facilmente affiancato da prodotti che ne imitano il linguaggio senza incorrere in conseguenze reali.
Oggi porto il peso di una decisione che non mi ha dato ragione, ma non voglio rinunciare all’idea di un cambiamento possibile. Domani possiamo ancora provare a costruire un contesto in cui chi genera idee non sia il punto più debole della catena, ma una figura tutelata con coerenza. Continuo a credere che un sistema capace di riconoscere davvero la paternità di un progetto non sia un lusso, ma una necessità. È con questo spirito che firmo queste righe, come Michael Milesi, Founder MILLESIMI, determinato a trasformare una sconfitta legale in un’occasione per ripensare, tutti insieme, il rispetto dovuto al lavoro creativo.
