Con Instabile, nuovo singolo, Josten torna in primo piano trasformando stanze piene di bozze e notti insonni in un racconto musicale estremamente personale, che mette a nudo il suo percorso emotivo più delicato.
Il rientro dopo il silenzio
Con Instabile, pubblicato da Troppo Records e prodotto da Matteo Lacertosa, Josten inaugura un capitolo inedito del proprio cammino artistico. Il brano appare come una pagina tenuta chiusa per troppo tempo e finalmente esposta alla luce, una confessione rimasta impigliata tra tastiere e taccuini e ora consegnata a chi ascolta. La canzone nasce nel momento esatto in cui la musica smette di essere solo un piano di lavoro e diventa l’unico asse capace di restare saldo mentre il resto della vita cambia consistenza, si fa più tenue e incerto.
Prima che quel brano trovasse la sua forma definitiva, c’era una stanza affollata di bozze, file lasciati aperti a metà e appunti sparsi, scritti in notti in cui la voce era soltanto un filo interrotto da ansie e paure. In quello spazio ristretto Josten è rimasto per mesi, sospeso in un tempo senza direzione, mentre la quotidianità perdeva quota e ogni minuto sembrava scorrere senza uno scopo preciso. Tra notti irregolari, versioni accantonate e tracce conservate in silenzio, il brano ha finalmente preso corpo, permettendogli di rialzare lo sguardo dopo anni di ricostruzione silenziosa e di lavoro nascosto, trascorsi senza nuove uscite, tra sacrifici e notti passate a creare nell’ombra.
Un periodo sospeso tra crolli interiori e voglia di ripartire
Alla base di questa canzone c’è un periodo complesso, fatto di incertezze, delusioni e passi falsi che hanno fatto sentire Josten come se la sua esistenza fosse scivolata a un livello più basso. In quella fase si è percepito bloccato, quasi immobilizzato, costretto a voltarsi verso l’interno per capire cosa andasse cambiato e quali parti di sé meritassero di essere messe in discussione. Affrontare se stesso è diventato inevitabile, mentre la musica restava l’unico elemento costante, la presenza che non lo abbandonava e che gli permetteva di restare a galla proprio quando tutto attorno sembrava sul punto di affondare.
Quello che oggi si ascolta in questo singolo è il racconto diretto di quel tratto di vita, filtrato attraverso uno sguardo ormai più lucido. Il brano restituisce la testardaggine con cui, anche nei momenti in cui si percepiva più fragile e instabile, l’artista non ha mai smesso di credere nel proprio percorso. La canzone diventa così un promemoria personale e collettivo: quando dentro tutto trema, l’impulso di arrendersi è forte, ma trovare la forza di non mollare diventa già una forma di resistenza.
La distanza di Sydney e la disciplina quotidiana
Il percorso personale di Josten non si è formato a ridosso di casa, ma a migliaia di chilometri di distanza. Sydney, con i suoi spazi dilatati e l’allontanamento dalle origini, è diventata il luogo in cui ha imparato a conoscere e a frequentare la solitudine senza esserne schiacciato. In quella città la pausa discografica si è trasformata in un laboratorio invisibile, una sorta di palestra quotidiana fatta di disciplina, esercizi continui, prove e tentativi, con giornate in cui la musica taceva del tutto e altre in cui solo lei sembrava in grado di dare un senso al mondo.
È proprio in quella distanza che l’artista ha iniziato a fare ordine dentro di sé. Lontano dai punti di riferimento abituali, ha capito quali parti del proprio carattere e del proprio modo di creare meritassero di essere conservate, quali andassero lasciate indietro e quali, invece, sarebbero state indispensabili per darsi un nuovo inizio. Ogni brano rimasto nel cassetto è diventato una tappa di questo riassetto interiore, un esercizio necessario per recuperare un’identità creativa che per un attimo era sembrata dissolversi, ma che in realtà stava solo cercando una nuova forma.
Una generazione in bilico e una voce che cerca un equilibrio
Il percorso personale raccontato dall’artista si intreccia oggi con una sensazione che attraversa un’intera generazione: l’impressione di vivere su un terreno friabile, in cui lavoro, relazioni, futuro e identità cambiano ordine con una rapidità che non lascia il tempo di metabolizzare nulla. Instabile non si propone come manifesto né come messaggio sociale esplicito, ma come riflesso di quella fatica condivisa nel trovare una direzione quando tutto si muove veloce e di quella necessità di un punto saldo che impedisca di sprofondare. Non è un discorso sociologico, né un tentativo di generalizzazione; conserva la traccia di un momento preciso che chiede di essere compreso nel proprio contesto. Tra il decidere cosa meriti spazio, cosa richieda una svolta e cosa vada abbandonato, Josten offre a chi ascolta un luogo in cui riconoscersi, lontano dal giudizio e dalle letture che deformano il senso delle cose.
Nel brano la voce di Josten rimane sorprendentemente stabile anche nei passaggi più istintivi, attraversando continui cambi di intensità che danno corpo a una vera e propria caduta e risalita: i momenti di crollo vissuti, i ricordi che ancora bruciano, le attese e infine la ripartenza. Il ritornello, «Ma ti ho voluto tanto bene, insieme spezziamo le nostre tegole», disegna l’andamento irregolare della canzone e l’oscillazione costante tra ciò che si è stati e ciò che si prova a diventare. A rimettere in moto un tempo che sembrava quasi cristallizzato è il suono delle tastiere di Samuele Bernardi, un ingresso discreto che arriva prima delle parole, ne prepara il terreno emotivo e accompagna l’ascoltatore dentro questo equilibrio precario tra fragilità e resistenza.
