Con Il Sogno di Barnaby la compagnia guidata da Leonessafilm e Compagnia d’Oriente riporta in scena una storia che intreccia teatro musicale, danza e racconto in costume, sviluppata a partire dal precedente progetto intitolato Il Circo dei Miracoli – The Greatest Show, ora rielaborato in un allestimento che ne amplia prospettive e respiro drammaturgico.
Un ritorno sul palco che celebra le radici della compagnia
Il debutto di Il Sogno di Barnaby è programmato per il 4 dicembre alle ore 20:30 sul palcoscenico del Teatro Magic Vision di Casalnuovo di Napoli, luogo che rappresenta un vero punto di riferimento per il gruppo. È il teatro storico che ha visto nascere la compagnia e che continua a ospitarla con continuità, consolidando un legame artistico e umano profondo, costruito spettacolo dopo spettacolo e stagione dopo stagione. Per questo motivo la compagnia continua a scegliere di far partire da qui i propri debutti, in un clima che unisce consuetudine, rispetto per la propria storia e desiderio di rinnovarsi davanti al pubblico di casa.
La scelta di inaugurare il nuovo allestimento proprio al Magic Vision non risponde soltanto a un rito affettivo, ma ha il valore di una dichiarazione di identità. Tornare in questo spazio significa riaffermare le proprie radici artistiche, quasi in un gesto di scaramanzia condivisa con il pubblico, e al tempo stesso rivendicare la continuità di un percorso creativo che si sviluppa nel segno del teatro musicale contemporaneo. La sala diventa così il primo banco di prova, ma anche il luogo dove ogni sperimentazione viene accolta con fiducia da uno spettatore che conosce bene la compagnia e ne ha seguito l’evoluzione nel corso degli anni.
La figura di Barnaby e la nascita di un circo diverso
Al centro della drammaturgia di Il Sogno di Barnaby si colloca l’interpretazione di Alex Belli, chiamato a dare volto e voce a un uomo della seconda metà del Settecento deciso a sovvertire le convenzioni del proprio tempo. Il protagonista immagina un circo radicalmente nuovo, privo di animali, costruito attorno a una comunità di artisti emarginati, considerati “diversi” dalla società ma capaci di trasformare la propria fragilità in forza scenica. In questo quadro la pista diventa uno spazio di riscatto, dove ciascun interprete trova un linguaggio personale e riconoscibile attraverso il gesto, il canto e la presenza fisica sul palcoscenico.
Il percorso del personaggio accompagna l’osservatore dalla nascita della compagnia fino alla conquista del favore del popolo, seguendo passo dopo passo il consolidarsi di questo circo atipico. Parallelamente si intreccia una storia d’amore segnata dalla differenza sociale, in cui il sentimento è costretto a misurarsi con le gerarchie del tempo, mettendo in luce le tensioni tra aspirazione personale, appartenenza di classe e desiderio di riconoscimento pubblico. Questo intreccio drammaturgico conferisce alla vicenda una dimensione emotiva più ampia, in cui il destino degli artisti e quello dei protagonisti sentimentali procedono in parallelo, restituendo un quadro complesso delle possibilità e dei limiti concessi a chi tenta di oltrepassare i confini imposti dal contesto storico.
La ricerca del prestigio e le ombre del secondo atto
Nella seconda parte dello spettacolo la traiettoria narrativa di Barnaby si concentra sul desiderio di ottenere il riconoscimento della nobiltà, obiettivo che lo spinge a modificare in profondità la fisionomia del suo circo. Per conquistare una nuova legittimazione introduce nello show artisti già noti e affermati, scelta che finisce per allontanarlo dalla compagnia originaria, quella stessa comunità di interpreti con cui aveva costruito il primo successo tra il popolo. Il passaggio da un ensemble di outsider a un cast più convenzionale apre inevitabilmente una frattura, facendo emergere interrogativi su quanto il compromesso con il potere possa incidere sulla natura autentica del progetto artistico.
La nuova stagione di successo, costruita su questo diverso assetto, conduce il protagonista a una gloria rapida quanto fragile. L’intervento dello Stato e il peso dei nuovi alleati, interessati a orientare le scelte del circo secondo logiche esterne alla sua vocazione originaria, generano uno squilibrio crescente che culmina nella caduta di Barnaby, costretto a confrontarsi con le conseguenze delle proprie ambizioni e dei compromessi accettati lungo il cammino. Il secondo atto assume così una tonalità più cupa e riflessiva, in cui il percorso dell’artista che aveva dato voce agli esclusi si misura con il rischio di perdere se stesso proprio nel momento in cui sembra aver raggiunto l’apice del riconoscimento sociale.
Un viaggio scenico tra musica, coreografie e racconto
Il Sogno di Barnaby si configura come un viaggio teatrale che intreccia in modo serrato partitura musicale, costruzione coreografica e sviluppo della narrazione. L’impianto complessivo è affidato a un cast guidato da Alex Belli, chiamato a sostenere il baricentro emotivo dello spettacolo, mentre attorno a lui si muove un insieme di interpreti che contribuisce a dare concretezza visiva e sonora alla vicenda del circo senza animali e dei suoi protagonisti emarginati. La struttura dello spettacolo invita lo spettatore a seguire questo percorso come se fosse un’unica grande partitura, in cui ogni numero, ogni quadro e ogni transizione concorrono a costruire un racconto unitario, pur mantenendo una forte autonomia espressiva nelle singole scene.
La scrittura scenica e la regia portano la firma di Fabio Busiello, che costruisce la trama e ne guida la resa in palcoscenico, mentre le coreografie sono affidate a Ettore Squillace, chiamato a tradurre in movimento le dinamiche interne alla compagnia circense. La direzione musicale e i riarrangiamenti delle diverse partiture sono curati da Gennaro Vitale, all’interno di un quadro organizzativo coordinato dal direttore Michele Borrelli, con la distribuzione dello spettacolo seguita da Francesco Tramontin. Queste competenze convergono in un impianto che mira a coniugare rigore tecnico e capacità di coinvolgimento emotivo, offrendo allo spettatore un’esperienza che valorizza tanto la definizione dei personaggi quanto la qualità complessiva dell’allestimento.
