Un canto che affonda in un passato ancora vivo, una sedicenne promessa senza poter parlare, un rito antico che torna a reclamare ascolto: “Rituale”, nuovo singolo di IBLA, attraversa il presente mettendo a nudo le nozze imposte, l’identità negata e il sottile confine tra eredità ricevuta e libertà scelta.
Un canto che nasce da una ferita antica
Al centro del brano c’è l’immagine nitida di una ragazza di sedici anni, affidata a uno sposo deciso da altri, con il futuro già assegnato prima che possa dire una parola. Non è materiale d’archivio etnografico, ma una scena che ritorna, ruvida, nella nostra epoca. Da questa figura di sposa bambina nasce “Rituale”, singolo prodotto da James & Kleeve e Salvo Scibetta per The Orchard, che riapre le ferite di un sistema in cui, per secoli, in Sicilia e in molte zone del Mediterraneo, il matrimonio è stato soprattutto alleanza tra famiglie, patto economico e sociale siglato sul corpo delle figlie, più che incontro tra due persone che condividono un sentimento.
Oggi i confini geografici sono cambiati, ma la dinamica resta dolorosamente riconoscibile. Secondo UNICEF, nel mondo oltre 640 milioni di donne vivono ancora le conseguenze di un matrimonio contratto prima dei 18 anni. In molte aree dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia meridionale, queste unioni rispondono tuttora a decisioni familiari, pressioni collettive, accordi economici, codici d’onore e tradizioni che pesano come leggi. Non c’è una frattura netta tra passato e presente: esiste una consuetudine che cambia forma, si sposta, si maschera, ma raramente scompare davvero, continuando a insinuarsi nella vita delle più giovani.
IBLA tra palco, memoria e nuova voce
Nata ad Agrigento, IBLA porta anche il nome civile di Claudia Iacono. Negli ultimi dieci anni ha attraversato l’Italia e l’Europa dando nuova risonanza alla voce intensa di Rosa Balistreri, di cui ha custodito la dimensione più coraggiosa, politica e primordiale. Dai teatri siciliani alle tournée oltreconfine, passando per le collaborazioni con Treccani e la visibilità conquistata con Amici nel 2021, il suo percorso artistico è stato quello di un’interprete capace di rendere vitale un’eredità musicale spesso affidata solo alla memoria degli archivi.
Con “Rituale”, IBLA abbandona però il solo ruolo di tramite per diventare origine. Non è più soltanto la custode di canti altrui, ma costruisce un proprio lessico musicale, in cui il racconto popolare viene riscritto al presente. Il folklore del futuro diventa così una lingua in costruzione, una continuità che si stratifica per essere tramandata in un codice diverso, attraverso la trasformazione anziché la copia. Per lei il passato non è una teca immobile, ma linfa e radice, un intreccio di logiche ancestrali che leggono il mondo mantenendo porosa la soglia tra visibile e invisibile.
In questo orizzonte, il brano rende concreto un principio che potrebbe sembrare astratto. In “Rituale” riecheggia un antico rito di magia popolare siciliana: quello delle magare dell’entroterra, che un tempo intrecciavano due destini attraverso invocazioni sussurrate e formule d’amore tramandate a bassa voce. È il frammento di un pensiero che immaginava il mondo come un’unica trama, dove il sacro condivideva lo stesso spazio del pane quotidiano, e in cui canto, sortilegio e sopravvivenza convivevano nella medesima frase, senza gerarchie apparenti.
Identità imposte e scelta di sé
La storia della sposa bambina non resta confinata al quadro storico da cui prende spunto. Diventa il varco per una domanda radicale: quanto di ciò che chiamiamo scelta appartiene davvero a noi? Il brano si allontana dall’episodio puntuale e approda a un terreno più sottile, quello dell’eredità invisibile fatta di imposizioni, aspettative, ruoli assegnati. Retaggi culturali assorbiti come se fossero destino, interiorizzati come consuetudini inevitabili e quasi mai messi in discussione, finiscono per modellare le esistenze in silenzio, prima ancora che si formi un desiderio autonomo.
Su questo crinale, IBLA individua il passaggio in cui la tradizione smette di essere radice e si trasforma in recinto, l’appartenenza diventa obbligo, l’identità somiglia più a un perimetro assegnato che a un luogo scelto. “Rituale” illumina l’istante in cui una donna riconosce il copione scritto da altri, lo strappa dalle mani che lo reggono e si chiede se la propria vita stia seguendo la sua voce o la volontà altrui. È il momento in cui l’adesione automatica si incrina, i modelli assorbiti senza verifica cominciano a cedere e l’obbedienza culturale smette di essere un riflesso. I cambiamenti spesso nascono da una fenditura minuscola: un pensiero fuori quadro, una domanda che insiste finché persino il muro prende coscienza di esistere.
La lingua del rito che si ribella
Lo stesso movimento di ribellione attraversa il suono del brano. Tamburi arcaici, tonalità che richiamano il folklore e invocazioni dal sapore cerimoniale convivono con bassi elettronici, trame digitali e tagli ritmici di matrice urban. La voce tellurica di IBLA, costruita come una vera drammaturgia vocale, porta la lingua del rito lontano dal suo uso originario, la prende in prestito e la reinventa. Un idioma nato per legare, assegnare, vincolare viene sottratto alla sua funzione iniziale e rimodellato per nominare un’altra possibilità, spostandosi dal terreno della costrizione a quello dell’apertura.
Non è un esercizio teorico. «Ho iniziato a scrivere “Rituale” per capire dove finivo io e dove cominciavano le voci degli altri» racconta IBLA. Scelte ricevute in eredità, regole respirate come fossero aria, gabbie scambiate per destino: il brano coincide con il punto in cui decide di interrompere questo meccanismo. La libertà, sottolinea, non arriva da sola ma si afferra, e prende forma nel momento in cui smettiamo di confondere il nostro timbro con l’eco delle istruzioni altrui, finalmente, davvero.
Immagini, presente e futuro di un folk indisciplinato
Quando quella lingua antica smette di essere richiamata solo come marchio identitario e viene trattata da alfabeto, cambia completamente ruolo. Diventa un vocabolario di simboli, timbri e formule che IBLA sposta dal terreno del destino già scritto a quello della presa di parola. Un metodo di lettura del mondo nato secoli fa ritorna così, riposizionato, per dire altro. Il suo percorso non riguarda un’emancipazione privata che si auto-assolve, ma la riapertura di uno spazio emblematico in cui storie individuali e codici culturali si toccano e si modificano a vicenda. Il rito non appartiene più al passato che dirige, ma al presente che interroga: magia, ripetizione e formula diventano strumenti di riappropriazione di sé, reagenti di coscienza, sintassi di una nuova sintonia tra corpo, voce e decisione.
Questa visione prende corpo anche nelle immagini del videoclip ufficiale, diretto da Andrea Vanadia, con la fotografia di André Tedesco e il montaggio di Eleonora Cassaro. Il video evita qualsiasi cartolina folklorica addolcita e sovrappone corpi, terra, simboli ed elementi liturgici del Sud in un processo di svelamento in cui il rito filmato non rappresenta qualcosa, semplicemente accade. “Rituale” si inserisce così in un progetto più ampio in cui IBLA sta dando forma a un folk contemporaneo indisciplinato, che mette in relazione tradizione orale, linguaggi urban, elettronica, ritualità mediterranea e performance. Non si tratta di restauro ma di trasformazione: le rovine diventano orizzonti possibili e, mentre il tamburo continua a battere, la voce prende corpo. Il resto, ancora, deve compiersi.
