Un racconto nato tra le macerie dell’assedio di Sarajevo, il viaggio di un fratello che cerca l’altro e il riconoscimento di un grande festival italiano: il docufilm premiato a Varese arriva a Napoli per la sua Prima Nazionale, portando in sala una meditazione potente su guerra, memoria e responsabilità collettiva.
Un riconoscimento che parla di memoria e rinascita
Al Glocal DOC 2025 di Varese, il documentario “Sniper Alley – To My Brother” ha conquistato il riconoscimento principale come miglior documentario. La giuria ha evidenziato come l’opera sappia intrecciare con grande intensità ricordi individuali e vicende collettive, offrendo a chi guarda uno sguardo necessario sulle tracce che la guerra imprime nelle vite e su ciò che il ricordo riesce ancora a custodire. Attraverso il richiamo costante a un fratello scomparso, il film costruisce una narrazione che sa toccare il dolore del lutto, la misura dell’umanità e l’idea stessa di ripartenza.
Al centro del racconto c’è Džemil Hodžić, sopravvissuto all’assedio di Sarajevo e custode di una ferita che non si è mai rimarginata: l’uccisione del fratello Amel, colpito da un cecchino quando aveva appena 16 anni. Da quella perdita è nato il progetto “Sniper Alley Photo”, con cui Džemil lavora per ricomporre la memoria dell’assedio attraverso le immagini dei più importanti fotoreporter di guerra. Non si tratta solo di raccogliere fotografie, ma di ridare un volto a chi è scomparso, restituendo alle famiglie frammenti di vita e alla città una memoria visiva condivisa, capace di resistere al tempo e all’oblio.
La storia di Džemil e di suo fratello Amel
Il film ripercorre l’assedio di Sarajevo, durato dal 1992 al 1996 e segnato da oltre 11mila vittime, fino ad arrivare al giorno che ha cambiato per sempre la vita della famiglia Hodžić. Il 3 maggio 1995, quando l’esercito serbo che stringeva la città aveva annunciato una tregua, Džemil e Amel stavano giocando in strada. Un colpo di cecchino spezzò all’improvviso quell’apparente normalità: Amel fu raggiunto dai proiettili e, a 16 anni appena compiuti, si spense tra le braccia della madre. La crudezza di quell’istante, scolpita nel ricordo dei sopravvissuti, è uno dei nuclei emotivi attorno a cui ruota la narrazione.
Per raccontare questa vicenda il documentario intreccia molte voci autorevoli, tra cui quella del giornalista italiano Toni Capuozzo, e fa uso di preziose immagini di repertorio che restituiscono l’atmosfera dell’assedio. Su questo tessuto visivo e sonoro si innesta il percorso di Džemil, che dal dolore individuale approda a una riflessione più ampia sul valore della memoria. Il titolo, dedicato ad Amel Hodžić, diventa anche un appello ideale al proprio “fratello” in ogni parte del mondo, a chi continua a lottare per dignità, libertà e giustizia. L’opera invita a coltivare il dialogo, condividere le esperienze e riconoscere nella diversità una bellezza da proteggere, richiamando ognuno a una responsabilità comune.
Dal laboratorio creativo di Pescara ai palchi internazionali
Dietro il film c’è lo studio di produzione Creative Motion, con sede a Pescara, che da anni sviluppa progetti di impegno civile e culturale in ambito internazionale. Con questa nuova opera la casa di produzione prosegue un percorso fatto di sguardi critici e partecipati sulla contemporaneità. Il documentario continua a essere presentato in contesti di grande rilievo, a conferma dell’interesse che la sua storia suscita in pubblici diversi. Prima della Prima Nazionale italiana, il lavoro è stato proiettato nell’aula magna dell’Università di Anversa, in un confronto con il pubblico che ha ulteriormente evidenziato la portata universale della storia raccontata.
L’approdo a Napoli avviene all’interno del XVII Festival del Cinema dei Diritti Umani, che ha fortemente voluto inserire questo titolo nel proprio programma. La proiezione speciale arricchisce un palinsesto quest’anno dedicato ai popoli curdo, sahrawi e palestinese, ponendo accanto a quelle lotte la memoria dell’assedio di Sarajevo. L’evento coincide anche con un passaggio simbolico importante: il ventesimo anniversario della fondazione dell’associazione Cinema e Diritti, che da diciassette edizioni cura l’organizzazione del Festival. Una ricorrenza che fa da cornice a una serata pensata per riflettere sul rapporto tra cinema, diritti umani e responsabilità dell’informazione.
La prima nazionale a Napoli e gli ospiti in sala
La Prima Nazionale italiana è in programma il 29 novembre, a partire dalle ore 18, nello “Spazio Comunale Piazza Forcella” di via Vicaria Vecchia 23 a Napoli. In sala saranno presenti i registi Cristiana Lucia Grilli e Francesco Toscani, per presentare al pubblico il loro lavoro. Sarà Maurizio Del Bufalo, coordinatore del Festival, a introdurre i registi e la proiezione. La serata si propone come un momento di incontro ravvicinato tra chi ha vissuto in prima persona quelle vicende e chi le conosce solo attraverso il racconto cinematografico, invitando a un ascolto attento e partecipe.
Prima della proiezione è prevista una breve performance musicale dal vivo costruita sulla colonna sonora del documentario, con la partecipazione dell’oboista e compositore Max Fuschetto e del chitarrista Pasquale Capobianco, membro degli Osanna. Al termine del film seguirà un dibattito aperto, che vedrà intervenire, oltre ai registi, lo stesso Džemil Hodžić, sopravvissuto alla guerra di Sarajevo, affiancato dalla mediatrice linguistica Fiorenza Grilli per la traduzione. Con loro dialogheranno il fotoreporter Mario Boccia, autore delle immagini originali utilizzate nel documentario, e la giornalista Nicole Corritore di Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, per approfondire i diversi livelli di lettura del film.
Un racconto che incrocia passato e presente
La vicenda raccontata dal film risuona con forza anche alla luce delle indagini in corso in Italia. La Procura di Milano sta infatti investigando sui cosiddetti “cecchini del weekend”, persone che negli anni Novanta avrebbero pagato per recarsi a Sarajevo e uccidere uomini, donne e bambini, partecipando all’assedio al fianco dei serbo-bosniaci. L’ipotesi di reato è quella di omicidio volontario plurimo aggravato da motivi abietti e da particolare crudeltà, un segno di quanto quelle vicende restino ancora oggetto di indagine.
Nelle parole di Maurizio Del Bufalo questo intreccio tra passato e presente assume una valenza ancora più netta. Il massacro dei bambini di Gaza, osserva il coordinatore del Festival, richiama alla mente la ferocia di Sebrenica e il lavoro disumano dei cecchini di Sarajevo, tra i quali oggi si sa con certezza che agirono anche gruppi di assassini italiani. Sono storie di crimini che mostrano come i genocidi siano diventati una strategia centrale nelle guerre moderne e che occultarne l’esistenza, o rifiutarsi di chiamarli con il loro nome, significhi alimentare complicità intollerabili. Guardare in faccia questi orrori, anche attraverso il cinema, diventa così un atto necessario.
