Nel cuore di Venezia, tra le sale storiche di Palazzo Grimani, arriva una mostra che attraversa mezzo secolo di pittura cinese contemporanea. Il protagonista è Mao Xuhui, artista che ha saputo trasformare la propria biografia e la storia del suo Paese in immagini potenti, intime e politiche allo stesso tempo.
Un appuntamento inedito a Venezia
Dal 28 novembre 2025 al 1 febbraio 2026 il Museo di Palazzo Grimani, parte dei Musei archeologici nazionali di Venezia e della Laguna, ospita per la prima volta in Italia un progetto espositivo interamente dedicato a Mao Xuhui. La mostra, intitolata “Mao Xuhui: Emergence of the Patriarch”, è curata da Lü Peng, Li Guohua e Carlotta Scarpa e organizzata da L-ART GALLERY con Manuela Schiavano. L’inaugurazione, con anteprima stampa, è prevista il 27 novembre alle ore 17. Nelle sale del secondo piano vengono presentate 43 opere, selezionate per ripercorrere cinquant’anni di ricerca pittorica, in un percorso che offre una lettura stratificata e non lineare della sua produzione, capace di svelare snodi biografici, tensioni storiche e passaggi interiori.
L’esposizione si inserisce in un ciclo di approfondimenti dedicati agli artisti cinesi delle generazioni immediatamente precedenti e successive al 1985, costruendo un dialogo tra vicende personali e trasformazioni collettive. La figura di Mao Xuhui viene posta in ideale contrappunto con quella del giovane Zhang Zhaoying, protagonista della precedente mostra Lifelong Beauty, così che il visitatore possa percepire, passando da una stanza all’altra, come l’arte cinese contemporanea abbia attraversato momenti diversi di consapevolezza, libertà e sperimentazione. È un invito implicito a confrontare generazioni, sguardi e linguaggi, in una città che da secoli vive di scambi culturali.
Il profilo di un protagonista dell’avanguardia cinese
Nato nel 1956 nella provincia del Sichuan, Mao Xuhui è considerato una delle voci più significative della sua generazione e oggi le sue opere sono presenti nelle collezioni di importanti musei e gallerie internazionali. La sua formazione prende corpo all’Università delle Arti dello Yunnan, istituzione nella quale, dopo aver maturato un percorso autonomo, insegna presso il College di Scienze Umane. Il suo nome è strettamente legato alla nascita dell’arte contemporanea in Cina: è cofondatore del Southwestern Art Research Group di Kunming e partecipa al movimento ’85 New Wave, che segna una svolta decisiva nel panorama artistico nazionale. In quegli anni il suo lavoro comincia a farsi carico delle tensioni di una società in cambiamento, assumendo la responsabilità di tradurre in pittura conflitti interiori e trasformazioni collettive.
Il critico e storico dell’arte Lü Peng legge l’opera di Mao Xuhui come una chiave privilegiata per comprendere i profondi mutamenti che, dal 1978 ai primi decenni del XXI secolo, hanno attraversato la società cinese in ogni ambito della vita pubblica e privata. Nella sua interpretazione, il linguaggio del pittore costruisce un ponte fra realismo socialista, istanze espressioniste e tensione verso la modernità, raccontando la transizione culturale e spirituale di un Paese in rapida trasformazione. Attraverso la sua pittura, il passaggio da un sistema di valori a un altro non viene illustrato con distacco, ma vissuto dall’interno, come un conflitto che tocca il corpo, la memoria e l’immaginazione, permettendo al pubblico di percepire in modo tangibile il peso di questi cambiamenti.
Una pittura che nasce dall’esperienza vissuta
Negli anni delle grandi trasformazioni politiche e sociali, Mao Xuhui elabora una pratica che definisce “life painting”, una pittura che nasce direttamente dall’esperienza quotidiana e dalla realtà della Cina sudoccidentale. Questo approccio, radicato nel vissuto, si nutre di immagini apparentemente semplici, ma cariche di tensione emotiva. L’artista parte dalla tradizione della natura morta, che rielabora in modo radicale: gli oggetti non sono più meri elementi decorativi, ma diventano strumenti per interrogare il senso dell’esistenza, il rapporto con il potere, la fragilità individuale. La realtà domestica si trasforma così in un luogo simbolico dove emergono desideri, paure e contraddizioni, con una forza che si imprime nella memoria di chi osserva.
All’interno di questa ricerca, l’oggetto ricorrente delle forbici assume un ruolo centrale. Elemento umile e quotidiano, questo strumento viene caricato di significati simbolici e ambigui, legati a temi come il controllo, l’autorità, la vulnerabilità e la volontà. Per oltre un decennio, le forbici ritornano in numerose tele, fino a trovare compimento nel celebre ciclo Will / Scissors, momento tra i più alti della sua indagine. Le lame, isolate o moltiplicate, sembrano evocare al tempo stesso la possibilità di tagliare e di ferire, di liberare e di limitare. In questo motivo insistito, l’artista condensa la tensione tra desiderio di autonomia e strutture che condizionano l’individuo, traducendo in immagini una complessa esperienza psicologica e storica.
Il patriarcato come immagine del potere
Il percorso espositivo di “Emergence of the Patriarch”, concepito in chiave retrospettiva, mette in primo piano il tema del patriarcato, inteso come riflessione sull’autorità e sui meccanismi del potere, tanto nella dimensione familiare quanto in quella politica. Al centro di questa indagine si collocano le serie Patriarch, nelle quali la figura del padre viene trasformata in una presenza simbolica, emblema delle strutture di controllo e delle tradizioni che regolano la vita collettiva. Attraverso forme geometriche rigorose, toni cupi e composizioni severe, Mao Xuhui costruisce immagini che non descrivono ma evocano la pressione dell’autorità. Il padre non è più solo un personaggio biografico, ma diventa la personificazione di un ordine che pesa sulle generazioni, un’entità che abita la memoria e organizza lo spazio emotivo e sociale.
Queste opere restituiscono la complessità del rapporto con l’autorità, sospeso tra rispetto, timore e desiderio di emancipazione. La dimensione privata, con le sue dinamiche affettive, viene trasfigurata in una meditazione universale sulle gerarchie, sui ruoli e sul peso della memoria culturale cinese. Il tema del patriarcato si intreccia così con quello della volontà individuale, della famiglia e della trasformazione del soggetto nella società globalizzata. Ogni quadro diventa lo spazio in cui l’individuo misura la distanza tra ciò che eredita e ciò che sceglie di essere, portando il visitatore a interrogarsi sul proprio rapporto con le figure di riferimento, sulle strutture invisibili che continuano a influenzare scelte e identità, ben oltre i confini della Cina.
Palazzo Grimani, un dialogo tra tempi e culture
La scelta di Palazzo Grimani, con il suo indirizzo in Castello 4858, 30122 Venezia, come sede della mostra non è un semplice fatto logistico, ma un elemento essenziale del progetto. Le sale del secondo piano, con le decorazioni di Giovanni da Udine, Francesco Salviati e Federico Zuccari, insieme alla celebre collezione di statue classiche voluta da Giovanni Grimani, offrono un contesto che amplifica il confronto tra passato e presente. In questo ambiente rinascimentale, carico di storia, la pittura di Mao Xuhui, sospesa tra memoria, autorità e tradizione, entra in risonanza con un patrimonio culturale che affonda le radici nella classicità. Le sue immagini, nate in un’altra epoca e in un altro continente, sembrano dialogare con i marmi antichi e gli affreschi, mettendo in discussione ogni confine rigido tra culture.
All’interno di questo scenario, la mostra dedicata a Mao Xuhui prosegue idealmente il percorso avviato con l’esposizione su Zhang Zhaoying, offrendo al pubblico la possibilità di cogliere differenze e continuità nella storia dell’arte cinese contemporanea. Se il giovane artista di Lifelong Beauty rappresentava uno sguardo più recente, qui è una figura storica dell’avanguardia a confrontarsi con le sale del palazzo. L’allestimento sottolinea questo dialogo generazionale, permettendo di percepire come la riflessione su potere, famiglia e identità abbia assunto forme diverse nei vari momenti della storia recente cinese. La cornice veneziana diventa così un punto d’incontro tra biografie lontane e domande condivise, rivelando quanto le tensioni raccontate da Mao Xuhui parlino anche al presente europeo.
Una retrospettiva in 43 opere e un libro per entrare nella sua storia
Il percorso di “Emergence of the Patriarch” si sviluppa come una vera retrospettiva, costruita attraverso 43 opere scelte per restituire l’ampiezza e la complessità della ricerca di Mao Xuhui lungo cinquant’anni di attività. L’allestimento è pensato per evidenziare l’evoluzione del suo linguaggio visivo, mettendo in luce i passaggi tematici e formali che lo hanno portato dalla “life painting” alle serie più concettuali. Le sale accompagnano il visitatore dentro un racconto che non procede per cronologia rigida, ma per nuclei di senso, permettendo di cogliere connessioni, ritorni e rotture. Ogni opera diventa una tappa di un percorso interiore e storico insieme, in cui l’artista misura costantemente la distanza tra l’urgenza personale e le richieste del proprio tempo.
In occasione della mostra viene presentata per la prima volta in Italia anche la biografia illustrata dell’artista, edita da Skira e curata dallo stesso Prof. Lü Peng. Il volume ricostruisce l’evoluzione ideologica e creativa di Mao Xuhui attraverso documenti e materiali personali, tra cui diari, lettere, dipinti, appunti di lettura e trascrizioni. Da questo intreccio di fonti emergono un ritratto intenso e un racconto autentico degli anni illustri di una generazione straordinaria in Cina, di cui l’artista è testimone e protagonista. Il libro non si limita a illustrare le opere, ma dà voce a un’intera stagione culturale, confermando l’impegno di Lü Peng nel preservare e illuminare le molteplici narrazioni dell’arte cinese contemporanea, che spesso restano ai margini dello sguardo occidentale.
Un invito a interrogare il presente
Attraversando mezzo secolo di storia dell’arte cinese, la mostra dedicata a Mao Xuhui restituisce al pubblico il senso profondo del legame tra individuo, identità culturale e memoria collettiva. Le opere esposte invitano a riflettere su questioni cruciali come il potere, la famiglia, la volontà e la trasformazione del soggetto nella società globalizzata. Il visitatore è chiamato a confrontarsi non solo con la storia di un artista, ma con le proprie domande sul presente, riconoscendo nelle immagini di Mao tensioni che attraversano molti contesti diversi. Per il pubblico nazionale e internazionale si tratta di un’occasione rara per scoprire, o riscoprire, la ricerca di un autore fondamentale, la cui pittura continua ancora oggi a interrogare con lucidità il nostro tempo, aprendo spazi di pensiero e di emozione che vanno oltre i confini geografici.
