Abbiamo appena chiuso un anno elettorale lunghissimo: si è votato a tappe, dalla fine di settembre fino al weekend del 23 e 24 novembre, e molti di voi probabilmente hanno seguito solo l’ultima tornata in Campania, Puglia e Veneto. La domanda che torna, secca, è sempre quella: chi ha vinto le elezioni regionali 2025? Se guardiamo solo alla propria Regione la risposta sembra facile, ma appena allarghiamo lo sguardo a tutto il Paese, alle coalizioni, alle percentuali e alla partecipazione, il quadro diventa più sottile e va ricomposto pezzo per pezzo.
Proviamo allora a mettere ordine. Nel 2025 hanno rinnovato i propri vertici sette Regioni: Marche, Valle d’Aosta, Calabria, Toscana, Veneto, Campania e Puglia. In ognuna di queste il colore politico è rimasto lo stesso della precedente legislatura, ma con protagonisti nuovi o riconfermati e pesi diversi dentro gli schieramenti. Il centrodestra ha difeso i suoi bastioni, il centrosinistra ne ha tenuti altri, gli autonomisti valdostani hanno consolidato la loro posizione. Se volete capire davvero chi governerà i territori nei prossimi anni e quali equilibri politici escono da questo giro di urne, bisogna guardare all’insieme, non solo all’ultima notte di spoglio.
La mappa finale: 13 Regioni al centrodestra, 6 al centrosinistra, una agli autonomisti
Se proviamo a guardare l’Italia tutta insieme, non a spicchi, il quadro che ci troviamo davanti è questo: tredici Regioni sono oggi guidate da coalizioni di centrodestra, sei da coalizioni di centrosinistra e una, la Valle d’Aosta, da una maggioranza dichiaratamente autonomista. L’anno elettorale 2025 non ha ribaltato questa cartina politica, anzi l’ha congelata: chi governava prima continua a governare anche adesso, con il centrodestra che resta il blocco più forte per numero di amministrazioni e il fronte progressista che tiene alcune aree cruciali, soprattutto nel Centro e in parte del Sud, senza arretrare ma nemmeno avanzare di casella.
Se ci mettiamo lì a sfogliare le date, una per una, questo 2025 elettorale sembra quasi una linea retta tracciata con il righello. Si vota, si contano le schede e… alla fine tutto resta dove stava. Veneto, Marche e Calabria rimangono nelle stesse mani, quelle del centrodestra. Toscana, Campania e Puglia continuano a parlare con una voce chiaramente progressista. E in Valle d’Aosta sì, cambia il Consiglio, entrano ed escono nomi, però al centro della scena ci sono ancora l’Union Valdôtaine e il mondo autonomista che le gira intorno.
Il percorso è questo, molto semplice, quasi spiazzante per quanto è lineare: 28 settembre si parte con Marche e Valle d’Aosta, poi 5 ottobre tocca alla Calabria, 12 ottobre alla Toscana, e alla fine il weekend del 23 e 24 novembre chiude il giro con Veneto, Campania e Puglia. Quando tiriamo una riga sotto, la cartina politica è praticamente la fotocopia di quella di partenza: nessuna Regione cambia schieramento, in qualche caso cambia la persona seduta in cima alla Giunta, ma la direzione politica dei governi regionali resta esattamente quella di prima.
Campania, Puglia e Veneto: il finale d’anno tra campo largo e centrodestra
Il capitolo che molti di voi hanno seguito con più attenzione è l’ultimo, quello del voto del 23 e 24 novembre, che ha acceso contemporaneamente i riflettori su Campania, Puglia e Veneto. In Campania il nuovo presidente è Roberto Fico, che ha raccolto il consenso di una coalizione ampia di centrosinistra formata da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle 2050, Alleanza Verdi e Sinistra e da diverse liste civiche e riformiste. I dati ufficiali dello scrutinio fermano Fico al 60,63% dei voti, mentre il candidato di centrodestra Edmondo Cirielli si arresta al 35,72% e gli altri aspiranti governatori rimangono sotto la soglia del 3%, con uno scarto netto che racconta una scelta molto chiara del corpo elettorale.
In Puglia la scena è tutta per Antonio Decaro, volto noto del centrosinistra ed ex sindaco di Bari, sostenuto da un fronte che va dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle, passando per Azione, Italia Viva e una serie di liste progressiste e civiche. Decaro supera abbondantemente la soglia del 60 per cento e arriva al 63,97%, mentre il candidato del centrodestra Luigi Lobuono si attesta intorno al 35%. In Veneto, al contrario, la sfida viene vinta dal centrodestra: Alberto Stefani, deputato leghista, guida una coalizione che tiene insieme Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e liste alleate e chiude lo spoglio al 64,39%. Dall’altra parte il candidato del campo progressista, Giovanni Manildo, resta sotto il 30 per cento e si ferma attorno al 28,9%, fotografando un Veneto che continua a essere una delle roccaforti più solide dell’area conservatrice.
Quando si passa dalle percentuali dei candidati all’affluenza, però, il tono cambia e diventa più cupo. In Puglia ai seggi si presenta il 41,83% degli aventi diritto, in Campania il 44,06%, in Veneto il 44,64%. In tutte e tre le Regioni il confronto con il 2020 segna un calo superiore ai dieci punti e nelle grandi città, Napoli su tutte, la partecipazione scende ancora. Se mettiamo insieme i numeri, la media sui tre territori si aggira intorno al 43,6%: meno di un elettore su due. Un dato che rende ancora più evidente quanto oggi il successo dei singoli presidenti si regga su bastioni molto fedeli, reti locali di consenso e una partecipazione spesso selettiva, più che su una mobilitazione di massa.
Marche, Calabria e Toscana: tre riconferme senza scosse apparenti
Se ci fermassimo solo a novembre, ci perderemmo mezzo racconto. Il giro in realtà inizia prima, con le Marche, dove si vota il 28 e 29 settembre. Lì gli elettori si ritrovano davanti un volto che conoscono già, Francesco Acquaroli (Fratelli d’Italia), appoggiato da tutto il centrodestra unito e decidono di confermarlo: 52,4% per lui, mentre lo sfidante di centrosinistra Matteo Ricci si ferma al 44,4%. L’affluenza arriva attorno al 50,01%, molto più bassa rispetto alle regionali precedenti e questo vuol dire che a tenere il timone della Regione è soprattutto chi è già dentro certi circuiti politici e amministrativi. Le Marche restano così nel perimetro della maggioranza che governa il Paese, con un presidente che mette insieme visibilità personale e radicamento dei partiti di governo sul territorio.
Poi tocca alla Calabria, con i seggi aperti il 5 e 6 ottobre. Anche lì nessun ribaltone: Roberto Occhiuto (Forza Italia), sostenuto da una coalizione di centrodestra che tiene insieme Lega, Fratelli d’Italia e altre liste, si assesta intorno al 57,3%. Il candidato di area progressista Domenico “Mimmo” Tridico, sostenuto da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e altre sigle, si ferma attorno al 41,7%. La settimana dopo tocca alla Toscana, il 12 e 13 ottobre, e qui il copione è ribaltato negli schieramenti: il presidente uscente Eugenio Giani (PD), appoggiato da una coalizione che mette insieme dem, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e forze riformiste, chiude lo scrutinio al 53,9%. Il candidato di centrodestra Alessandro Tomasi resta al 40,9%. Il messaggio che arriva dalle urne è abbastanza chiaro: la Toscana continua a essere uno dei punti fermi più solidi per il fronte progressista.
Valle d’Aosta: l’eccezione che conferma la regola
Il caso della Valle d’Aosta merita un capitolo a parte. Qui, il 28 settembre, si sono tenute le elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale in un sistema spiccatamente autonomista, dove i tradizionali schemi destra/sinistra lasciano il posto a un confronto tra liste locali. L’Union Valdôtaine è rimasta primo partito con circa il 32% dei voti, dentro una coalizione di forze autonomiste e centriste che ha poi portato, il 6 novembre, alla conferma di Renzo Testolin come presidente della Regione da parte dell’aula consiliare.
La nuova Giunta guidata da Testolin tiene insieme l’asse autonomista tradizionale e alcune forze nazionali: oltre ai rappresentanti dell’Union Valdôtaine, siedono in governo esponenti di Azione e Forza Italia, che per questa legislatura sostituisce il Partito Democratico all’interno della maggioranza. In molte analisi nazionali la Valle d’Aosta viene quindi considerata come una casella “terza”, distinta sia dalle Regioni di centrodestra sia da quelle di centrosinistra, pur avendo oggi un collegamento più visibile con un partito della coalizione di governo.
Chi ha vinto, allora, queste elezioni regionali?
Se guardiamo solo ai numeri delle ultime tre Regioni andate al voto, Campania e Puglia segnano una netta affermazione del cosiddetto campo largo progressista, con Fico e Decaro sopra il 60%, mentre in Veneto il centrodestra consolida un dominio altrettanto ampio grazie alla vittoria di Stefani. Nei sette appuntamenti complessivi del 2025, però, il risultato è un pareggio: tre Regioni al centrodestra (Veneto, Marche, Calabria) e tre al centrosinistra (Toscana, Campania, Puglia), più la Valle d’Aosta agli autonomisti. Nessuna Regione è passata da uno schieramento all’altro, e questo, dal punto di vista dei rapporti di forza nazionali, significa stabilità.
Se invece osserviamo che cosa succede dentro gli schieramenti, il discorso cambia. Nel centrodestra, Fratelli d’Italia e Forza Italia crescono rispetto alle precedenti regionali in tutti e tre i territori del voto di novembre, mentre la Lega perde consensi pur mantenendo una posizione centrale in Veneto. Nel campo progressista, il Partito Democratico migliora i propri risultati in Puglia, Campania e Veneto, mentre il Movimento 5 Stelle arretra, pur potendo rivendicare la vittoria simbolica di un proprio leader storico come Roberto Fico alla guida della Campania. In mezzo a tutto questo, l’unico vero protagonista trasversale resta l’astensionismo, con meno di un elettore su due che sceglie di entrare in cabina.
Se chiedete una risposta secca alla domanda iniziale, la più onesta è questa: il centrodestra esce dalle regionali 2025 ancora maggioranza nel Paese per numero di Regioni governate, il centrosinistra conquista tre successi molto larghi che rafforzano il proprio radicamento in aree cruciali, gli autonomisti valdostani confermano il loro ruolo di ago locale della bilancia. Nessuno ha ribaltato gli equilibri nazionali, ma tutti hanno ottenuto segnali preziosi in vista delle prossime sfide politiche. Il resto, come sempre, dipenderà da come questi risultati verranno interpretati e trasformati in azione di governo, sia a Roma sia nei singoli territori.
