In seguito a un recente comunicato dell’Ente Monti Cimini relativo alla Riserva naturale Lago di Vico, si è aperta una discussione intensa sul modo in cui vengono raccontati i lupi in Italia. Alcune affermazioni diffuse alla stampa risultano in netto contrasto con dati ufficiali e ricostruzioni storiche oggi disponibili.
La genesi del comunicato e il coinvolgimento di Petretti
Il 18 settembre diverse testate hanno ricevuto e pubblicato, in piena buona fede, un testo firmato dall’Ente Monti Cimini per la Riserva naturale Lago di Vico. In quel documento erano riportate informazioni indicate come “assolutamente false” da chi conosce la materia. Per chiarire come fosse nato quel comunicato, è stato contattato appositamente Andrea Sasso, responsabile del settore comunicazione dell’ente, che ha ricostruito l’iter seguito prima dell’invio alla stampa, precisando che il testo non sarebbe stato diffuso senza una preventiva verifica da parte di una figura ritenuta autorevole.
Sasso ha spiegato che il comunicato era stato sottoposto in anticipo al professor Francesco Petretti per una revisione di merito. Secondo il racconto del funzionario, il biologo avrebbe eliminato solo un paio di passaggi, lasciando intatto il resto del testo. L’ente si è quindi affidato alla sua reputazione di noto divulgatore e studioso della fauna. Proprio questo coinvolgimento, però, rende ancora più problematica la vicenda: il contributo di Petretti finisce per alimentare una narrazione favorevole al lupo che, alla luce di documenti ufficiali e delle cronache, appare distante dalla realtà e dalla letteratura specialistica disponibile.
Un lupo descritto come inoffensivo e schivo verso l’uomo
Nel testo approvato dal biologo, il lupo viene dipinto come un animale estremamente timoroso dell’uomo. Si sostiene che questa specie eviterebbe accuratamente la nostra presenza, preferendo sfruttare l’abbondanza di prede selvatiche, e che quindi non avrebbe alcun motivo di mettersi a caccia di esseri umani, attività considerata troppo rischiosa e dispendiosa in termini di energie. Si arriva perfino a suggerire che eventuali attacchi a persone sarebbero, forse, un problema relegato a luoghi lontani come l’Alaska o la Siberia, non certo alla realtà italiana.
Questa rappresentazione stride con ciò che oggi emerge da numerose testimonianze visive. Vengono infatti diffusi con grande frequenza filmati e fotografie che mostrano lupi, anche in branco, muoversi in pieno giorno ai margini o all’interno dei centri abitati italiani, a distanza ridotta dalle persone. Non si tratta di apparizioni fugaci in zone sperdute, ma di presenze sempre più documentate in contesti umani, che mettono in discussione l’immagine di animale quasi invisibile e irraggiungibile veicolata dal comunicato.
I numeri ufficiali di ISPRA sulle situazioni di allarme
A smentire concretamente l’idea di un lupo estraneo alla nostra quotidianità interviene una nota formale dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, struttura scientifica del Ministero dell’Ambiente. In questo documento si ricorda che, negli ultimi dieci anni, l’istituto è stato chiamato sempre più spesso a supportare Comuni, Regioni, Province autonome, aree protette e Prefetture nella gestione di situazioni di allarme sociale legate alla specie. Nel periodo 2017-2024, i casi sottoposti all’attenzione di ISPRA sono stati ben cento, di cui sessantuno concentrati nel solo biennio 2022-2023.
Nello stesso intervallo temporale, ISPRA segnala sette individui di lupo che hanno mostrato un comportamento aggressivo nei confronti dell’uomo, con un totale di diciannove aggressioni registrate. Tra queste spiccano gli undici episodi attribuiti a un’unica lupa nella zona di Vasto nell’estate 2023. A essi si aggiunge il caso di Agnone, in provincia di Isernia, dove il 10 giugno una femmina ha morso una ragazza prima di essere catturata e trasferita in un recinto del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. La stessa comunicazione richiama inoltre numerose situazioni in cui lupi hanno iniziato a frequentare con assiduità aree abitate, arrivando talvolta a predare cani e gatti, anche se custoditi all’interno di recinti.
Gli episodi che hanno coinvolto bambini a Vasto e a Roma
Tra i fatti più inquietanti rientrano gli attacchi a bambini piccoli avvenuti in Italia negli ultimi anni. Nel 2023, proprio la nota lupa di Vasto afferrò due bambini di cinque anni, azzannandoli alla schiena in pieno giorno, sulla spiaggia, tra i bagnanti. I piccoli si salvarono solo grazie alla prontezza dei genitori, che riuscirono a trattenerli per le gambe mentre l’animale tentava di trascinarli via. Entrambi furono ricoverati in ospedale e, dopo la cattura dei lupi coinvolti, le analisi genetiche confermarono che si trattava di esemplari selvatici non socializzati.
Un episodio analogo si è verificato nel 2024 all’interno di un parco pubblico di Roma, dove un altro bambino di cinque anni venne afferrato e trascinato, finché un gruppo di ragazzi non riuscì a sottrarlo con grande fatica all’animale. Anche in questo caso il minore riportò ferite tali da richiedere il ricovero ospedaliero. I lupi responsabili furono successivamente catturati e sottoposti a esami sul DNA, che ne attestarono la natura di veri lupi non abituati alla convivenza domestica, smentendo ogni ipotesi di cani inselvatichiti o animali socializzati.
Protocolli per i lupi urbani e possibilità di deroga
Alla luce di questi sviluppi, ISPRA e il Ministero competente hanno elaborato nel dicembre 2024 un protocollo specifico per affrontare la presenza di lupi urbani o eccessivamente confidenti. In questo documento operativo, l’Allegato 5 assume un rilievo particolare, poiché illustra in dettaglio come presentare le richieste di autorizzazione o di parere per ottenere deroghe finalizzate alla rimozione degli animali problematici. Le misure previste spaziano dalla captivazione permanente all’abbattimento selettivo, fino alla soppressione di singoli lupi o interi branchi che frequentano stabilmente contesti urbani o periurbani.
Questo tipo di interventi trova il proprio fondamento giuridico nell’articolo 16 della Direttiva Habitat, recepita da tempo dall’Italia. La norma consente da decenni deroghe mirate alla rimozione e, se necessario, all’abbattimento di lupi anche appartenenti a specie protette, quando risultino manifestamente pericolosi. Si tratta di uno strumento previsto dall’ordinamento europeo proprio per gestire situazioni critiche, del tutto incompatibile con l’idea di un predatore che costituirebbe un rischio solo in remoti scenari nordici e non porrebbe mai problemi di sicurezza nel nostro Paese.
Lo studio internazionale e l’ultima vittima mortale in Italia
A ricordare quanto radicato sia storicamente il conflitto tra uomo e lupo contribuisce anche una ricerca internazionale di ampio respiro, intitolata The fear of wolves: A review of wolf attacks on humans, pubblicata nel 2002 dal Norsk institutt for natuforskning. Per il solo XIX secolo, lo studio documenta in Italia centododici attacchi, con settantasette vittime decedute. Solo cinque casi risultano legati a lupi idrofobi, mentre nei restanti settantadue episodi gli studiosi parlano esplicitamente di attacchi di natura predatoria, in alcuni dei quali le vittime furono persino consumate.
La cronaca storica riporta inoltre un’ultima vittima mortale di lupo nel nostro Paese nel 1923, nel territorio del Mugello. Un uomo fu allora aggredito e ferito gravemente alla gola, venendo trasportato all’ospedale di Marradi, dove però morì in seguito alle lesioni riportate. L’episodio è descritto nelle pagine del giornale locale Messaggero del Mugello dell’11 marzo 1923, di cui esiste ancora copia, e costituisce un ulteriore tassello che contraddice la rassicurante idea di un lupo pericoloso solo in scenari remoti, lontani dalla storia e dal territorio italiani.
Il cane lupo cecoslovacco e le responsabilità di chi informa
Nel comunicato contestato compare anche un’affermazione definita del tutto infondata riguardo al cane lupo cecoslovacco. Si sostiene che questo animale avrebbe una percentuale di DNA di lupo superiore a quella di cane. In realtà, persino gli esemplari più “lupini” tra i soggetti di razza pura non superano il 37 per cento di sangue di lupo, il che significa che la componente genetica prevalente resta quella canina. Già in queste condizioni la razza richiede una gestione complessa per chi è alle prime armi, circostanza che rende evidente quanto sarebbe ingestibile se fosse davvero, in gran parte, lupo.
Di fronte a tali imprecisioni, l’atteggiamento attribuito al professor Petretti appare difficilmente comprensibile. O il comunicato non è stato letto con l’attenzione dichiarata, oppure, se quei contenuti sono stati effettivamente esaminati e non hanno suscitato alcuna obiezione, la sua validazione risulta ancor più grave. Gli estensori del testo ritengono che, in una simile ipotesi, sarebbe opportuno valutare l’esclusione di Petretti dai ruoli di divulgatore pubblico, in particolare in ambito televisivo e sulle reti statali. Quando si parla a milioni di persone di temi tanto delicati, la responsabilità di ogni parola diventa enorme e non può essere delegata alla sola autorevolezza del nome che la pronuncia.
