Tartarughe che tornano a nidificare, foreste che rallentano il loro declino, oceani un po’ più protetti, leggi che obbligano a riparare i danni. In mezzo alle brutte notizie sul clima, ci sono anche segnali di vittoria che vale la pena tenere d’occhio. Se segui solo i titoli più rumorosi sembra che il copione sia sempre lo stesso: alluvioni, incendi, temperature record. Tutto vero, purtroppo. Ma in sottofondo, quasi mai in prima pagina, il pianeta e chi lo difende portano a casa risultati che fino a qualche anno fa sembravano fantascienza.
Non risolvono il problema, certo. Però cambiano la direzione: mostrano che, quando si mettono insieme scienza, politica e società, qualcosa si muove. Abbiamo raccolto dieci storie, tutte molto concrete, che raccontano un pezzo di questo movimento.
L’Europa fa sempre più luce con il sole

Nel 2024 l’Europa ha fatto un altro saltino in avanti: quasi metà della corrente che usiamo viene da rinnovabili, siamo intorno al 45 per cento, contro il 43 dell’anno prima.
Dentro questa percentuale c’è una cosa grossa: per la prima volta il sole ha battuto il carbone. Il solare, insieme all’eolico, ha prodotto più elettricità delle vecchie centrali a carbone, e ha iniziato a mangiarsi anche un pezzo di spazio al gas. Non vuol dire che i fossili siano storia archiviata, purtroppo. Però il sorpasso è partito sul serio, ed è già in corso. Ogni nuovo tetto pieno di pannelli, da questo punto di vista, non è più un gesto “green” isolato, ma un mattone in un cambiamento che sta già succedendo.
La legge che obbliga a riparare la natura
Sempre nel 2024, l’Europa ha messo nero su bianco una cosa che finora stava solo negli slogan: la Nature Restoration Law. In pratica non basta più dire “proteggiamo quel che è rimasto”, adesso c’è l’obbligo di rimettere mano a quello che abbiamo rovinato. Ogni Paese dovrà portare a Bruxelles un piano suo entro il 2026 e da lì in poi, lavorare sul serio: rimettere in condizioni decenti almeno il 30% degli habitat messi peggio entro il 2030, poi salire al 60% nel 2040 e arrivare al 90% nel 2050. Non esattamente un compitino, ma è la prima volta che questi numeri entrano in una legge vera.
Sono numeri impegnativi, che faranno litigare parecchio. Ma la novità è questa: non è più una raccomandazione generica, è un obbligo scritto in un regolamento europeo.
L’Amazzonia frena la corsa alla distruzione

La foresta amazzonica resta in pericolo, ma qualcosa di importante è successo. Tra agosto 2024 e luglio 2025, in Brasile la deforestazione nell’Amazzonia è calata di circa l’11 per cento, scendendo al livello più basso da quasi undici anni, intorno a 5.800 chilometri quadrati.
Non sono numeri da festeggiare a occhi chiusi, perché la foresta continua a perdere superficie e gli incendi restano un problema enorme. Ma dopo anni di curve verso l’alto, vedere la linea che scende, grazie a controlli più severi e a politiche diverse, è un segnale che la rotta non è per forza scritta una volta per tutte.
Il trattato per i mari “di nessuno” entra davvero in scena
Per anni se ne è parlato come di una cosa lontana. Ora il Trattato ONU per l’Alto Mare ha raggiunto le le 60 ratifiche necessarie e si avvia a entrare in vigore, dopo che oltre 140 paesi lo hanno firmato.
Questo accordo permetterà, per la prima volta, di creare aree protette anche in quelle parti di oceano che non appartengono a nessuno Stato e che finora erano praticamente terra di nessuno. Solo l’1 per cento di queste acque era protetto in modo reale. Non è una bacchetta magica, ma è il pezzo di regole che mancava per difendere balene, pesci, plancton e tutto quello che vive lontano dalle coste.
Un gigantesco parco marino in mezzo al Pacifico

Sempre sul fronte oceani, nel 2025 la Polinesia francese ha annunciato la creazione della più grande area marina protetta al mondo, estesa praticamente su tutta la sua zona economica esclusiva: quasi cinque milioni di chilometri quadrati.
All’interno ci saranno zone altamente protette dove saranno vietate attività come la pesca industriale e l’estrazione mineraria in profondità. In altre aree resteranno possibili solo pesca tradizionale, ecoturismo e ricerca scientifica. Per un piccolo territorio insulare è uno sforzo enorme, economico e politico. Ma manda un messaggio chiaro: chi vive in prima linea sul mare sa che non c’è più tempo da perdere.
Mediterraneo: boom di nidi di tartaruga
Ormai il Mediterraneo non è più solo il “mare delle vacanze”, ombrelloni e lettini. Sta diventando sempre di più un vero asilo nido per le tartarughe Caretta caretta. In Grecia, dal 2023, hanno contato oltre 10 mila nidi, quando per tutto il ventunesimo secolo la media stava intorno ai 6 mila. In Italia, nel 2024, abbiamo fatto il nostro record personale: 601 nidi lungo le coste, più o meno un 30 per cento in più rispetto all’anno prima.
Le associazioni che sorvegliano le spiagge, coprono le uova e spengono o deviano le luci artificiali raccontano che ormai è quasi normale trovare nidi in regioni dove, fino a qualche anno fa, nessuno avrebbe scommesso di vedere una tartaruga. È il risultato di anni e anni di lavoro silenzioso, ma anche della forza di questa specie che, se la smettiamo di darle fastidio, trova da sola la strada per tornare qui a deporre.
Il ritorno dei gatti selvatici nelle Highlands

Per anni si è temuto che il gatto selvatico scozzese, l’unico felino autoctono della Gran Bretagna, sparisse del tutto. Oggi la storia ha preso una piega diversa. Dal 2023 più di 35 esemplari sono stati rilasciati nel Cairngorms National Park, nel nord della Scozia e nel 2024 sono nate le prime cucciolate in natura. Nel 2025 gli esperti hanno contato almeno altre cinque nidiate, segno che la popolazione sta iniziando davvero a riprendersi.
Non parliamo di numeri enormi, ma di una specie che, invece di sparire in silenzio, sta ricominciando a occupare il suo spazio.
I rinoceronti dell’India non sono più un miraggio
C’era un periodo in cui il rinoceronte indiano a corno unico sembrava destinato a restare solo nei libri di storia. Oggi i dati raccontano altro: la popolazione ha superato le 2.900 unità, vicinissima all’obiettivo fissato dai piani di conservazione.
Un simbolo di questa rinascita è il Manas National Park, al confine con il Bhutan, dove i rinoceronti erano stati spazzati via dal bracconaggio e dai conflitti. Grazie a un lungo programma di traslocazione da altre aree protette, Manas ha riottenuto lo status di sito Patrimonio dell’Umanità e oggi ospita di nuovo questi animali.
Non è un lieto fine garantito per sempre, ma dimostra che protezione, lavoro con le comunità locali e controllo del bracconaggio possono riportare indietro una specie che credevamo persa.
Madagascar: energia pulita che cambia la vita quotidiana

In Madagascar meno del 15 per cento delle famiglie rurali ha accesso all’elettricità. Nelle capanne la luce arriva da lampade a petrolio, pericolose e inquinanti. Un progetto sostenuto dal WWF sta distribuendo soluzioni di energia sicura e rinnovabile: lampade solari, fornelli più efficienti, piccole reti elettriche che funzionano con fonti pulite.
Risultato: meno fumo nelle case, meno incidenti, più ore di studio per i ragazzi e allo stesso tempo, meno pressione sul taglio di legna. È una di quelle storie in cui ambiente e diritti sociali vanno a braccetto invece di farsi la guerra.
Un anno buono per i parchi del mare
Nel 2024, mentre parlavamo quasi solo di caldo record e disastri, sul mare sono arrivate anche un paio di notizie belle. Una viene dall’Uruguay: hanno deciso di mettere sotto tutela tutta la zona intorno all’Isla de Lobos. Non è enorme sulla carta, ma è il primo passo per arrivare a proteggere almeno un 10 per cento delle loro acque.
Se ti sposti di colpo dall’altra parte del mondo, sulla costa della California, trovi il Chumash Heritage National Marine Sanctuary: una fetta di oceano gigantesca, più di 4.500 miglia quadrate, che entra ufficialmente nel club dei grandi santuari marini americani. E poi c’è Mauritius. Nel 2025 il governo ha tirato fuori un’idea ancora più grossa: una delle aree marine protette più grandi del pianeta. Non solo per tenere al sicuro pesci e coralli, ma anche per garantire diritti e lavoro alle persone che dal mare dipendono tutti i giorni.
Messe così sembrano storie separate, ognuna nel suo angolo di mappa. In realtà puntano tutte alla stessa cosa: provare davvero, entro la fine del decennio, a raggiungere quel famoso 30 per cento di oceani protetti di cui si parla sempre ai summit internazionali.
Non è tutto a posto, ma qualcosa si muove
Queste dieci storie non cancellano il resto: le emissioni che scendono troppo lentamente, le ondate di calore, le alluvioni, le comunità colpite. Sarebbe ingenuo usarle come anestetico… Però possono essere usate come bussola. Dicono che le scelte politiche contano, che le specie se le lasciamo in pace tornano, che le comunità locali sono alleate preziose, che gli accordi internazionali, quando finalmente entrano in vigore, cambiano davvero le regole del gioco. Il pianeta non è salvo, ma non è nemmeno rassegnato. E neanche noi dovremmo esserlo.
