Arriva a Roma, sul palcoscenico del TeatroBasilica, dal 21 al 23 novembre, I cioccolatini di Olga, uno dei lavori più densi di Galleria Toledo, firmato alla drammaturgia e alla regia da Laura Angiulli e liberamente ispirato a L’orgia di Praga di Philip Roth, in un’intensa riflessione sull’appartenenza.
Un teatro che accoglie nuove visioni
Al centro della vita del TeatroBasilica c’è una direzione artistica che intreccia sguardi diversi: quello dell’attrice Daniela Giovanetti e quello del regista Alessandro Di Murro. Intorno a loro agisce l’organizzazione del collettivo Gruppo della Creta, insieme a un nucleo di artisti e tecnici che condividono responsabilità e prospettive, sotto la supervisione di Antonio Calenda, in un dialogo continuo tra scelte produttive, pratica di scena e cura quotidiana dello spazio. Questa struttura collettiva definisce l’identità del luogo e la qualità delle proposte che ospita.
Il teatro sorge in Piazza di Porta San Giovanni 10, nel cuore di Roma, e scandisce le proprie giornate in un ritmo preciso di appuntamenti: gli spettacoli feriali, dal lunedì al sabato, iniziano alle ore 21.00, mentre la domenica il sipario si alza alle 16.30. Questo calendario, regolare e riconoscibile, orienta il pubblico e inserisce ogni produzione in una cornice temporale ben definita. Per contatti è disponibile il numero +39 392 9768519, così che lo spettatore possa scegliere con calma il momento in cui dedicarsi alla visione e costruire, attorno alla serata teatrale, uno spazio di ascolto attento e partecipe.
Galleria Toledo e l’arrivo a Roma di I cioccolatini di Olga
La produzione firmata da Galleria Toledo che approda al TeatroBasilica porta in città un lavoro che la compagnia considera tra i più complessi e stratificati del proprio percorso. I cioccolatini di Olga nasce come creazione scenica capace di tenere insieme più piani di lettura, intrecciando la storia individuale e le ombre collettive, e offre al pubblico romano l’occasione di confrontarsi con un tessuto drammaturgico ricco di rimandi interni, di silenzi, di pause che aprono varchi di senso inattesi e personali.
Alla drammaturgia e alla regia c’è Laura Angiulli, che sceglie di lasciarsi attraversare liberamente da L’orgia di Praga di Philip Roth, senza adattarla letteralmente, ma cogliendone le vibrazioni profonde. Nella sua lettura, il testo diventa il punto da cui partire per esplorare l’idea di appartenenza a ciò che ci ha generati, ai ricordi, al proprio vissuto, trasformando questo nucleo in motore segreto di una narrazione inquieta, che non smette mai di interrogare se stessa e di mettersi in discussione continuamente.
Philip Roth, le origini e il richiamo della memoria
La formazione e i tratti culturali di Philip Roth rimandano al Nord Est di quell’America in cui lo scrittore cresce fin da bambino, assumendo su di sé abitudini, linguaggi e passioni giovanili di una parte della popolazione immigrata, giunta in ondate più o meno recenti e ormai stabilmente insediata in quel contesto. In questo paesaggio sociale prende forma la sua sensibilità, nutrita da usi condivisi e da una quotidianità segnata dalla convivenza tra mondi diversi, che si sfiorano e si osservano di continuo.
Eppure, nella sua vicenda biografica e letteraria, il richiamo delle origini resta tenace e inflessibile. Questo legame con la terra degli antenati incide sulle scelte di vita e sulla scrittura, che spesso intraprende lunghi percorsi per poi tornare indietro, in un movimento a ritroso tra le generazioni. Nel vagabondare delle storie riaffiora così un passato che preme, che chiede di essere riconosciuto e raccontato, come se le pagine fossero costrette a riaprire continuamente ciò che sembrava archiviato, nel silenzio di più generazioni.
L’orgia di Praga: un racconto minimo, un cuore incandescente
All’interno di questa costellazione si colloca L’orgia di Praga, testo che potrebbe apparire a prima vista come un’operina marginale, ma che in realtà vibra di un pressante desiderio di appartenenza e di condivisione. Il protagonista, voce scrivente che il caso conduce nella terra da cui provengono i suoi avi, percepisce in modo acuto la distanza che lo separa da quel luogo, una lontananza sofferta che si innesta sullo sfondo ancora cupo della dominazione sovietica, che grava sulla vita quotidiana e sui gesti più semplici.
Le figure che abitano questo racconto si muovono faticosamente, quasi inciampando nello spazio, come se procedessero avvolte da una nebbia che offusca il diritto alla sopravvivenza, tanto invocato quanto negato. Eppure, nonostante questa opacità, i personaggi emergono con grande nitidezza, diventando elementi di un quadro umano più vasto, che può essere letto come segno di una conduzione dell’esistenza umiliante, al limite della negazione stessa della vita, dove l’energia vitale sembra imbrigliata e privata di respiro, in ogni gesto, in ogni sguardo.
Dalla pagina alla scena: la scommessa di Laura Angiulli
La decisione di costruire una messinscena a partire dagli umori che attraversano L’orgia di Praga si inserisce nel percorso già tracciato da Laura Angiulli. L’autrice e regista aveva infatti affrontato, in precedenza, la traslazione teatrale del romanzo Le braci di Sandor Marai, esperienza approdata felicemente al palcoscenico. Quel lavoro ha aperto una via, mostrando come sia possibile far risuonare in scena materiali narrativi densi, senza sacrificarne le zone d’ombra e le tensioni più segrete, custodite nelle pagine e nelle pause del racconto.
Con questa nuova creazione, il desiderio è quello di tornare a posare lo sguardo su un ampio versante d’Europa segnato da espropriazioni di territori e identità, da culture e da logos feriti. La scena diventa così un’ulteriore occasione di riflessione che, pur dentro un contesto storico-politico mutato negli ultimi decenni, cerca di riconoscere nelle contraddizioni leggibili del presente le tracce di un passato la cui drammaticità non è stata ancora affidata alla polvere del tempo, che continua a vibrare sotto la superficie delle nostre vite.
