Un teatro che si fa domanda, canzone, intimità condivisa: Chiara Claudi porta in scena un percorso che attraversa emozioni profonde e pensieri nascosti, trasformandoli in musica e racconto, per interrogare con delicatezza e ironia il nostro bisogno più essenziale: sentirci davvero sereni, senza negare le ombre che abitano la mente.
Domande interiori e desiderio di consapevolezza
Alla base di questo lavoro teatrale c’è una serie di interrogativi semplici solo in apparenza: che cosa chiamiamo davvero felicità, come riconosciamo le nostre emozioni, in che modo plasmano scelte, relazioni, visioni del mondo. Da queste domande nasce il desiderio di imparare ad ascoltare il paesaggio interiore, genesi di uno spettacolo che si presenta come una vera e propria lezione di psicologia trasformata in canto, dove la riflessione si intreccia con il piacere dell’ascolto, e invita chi assiste a mettersi in gioco, senza difese, dentro un confronto sincero con se stesso.
La drammaturgia costruisce un percorso netto, che procede come un diario aperto: non c’è trama tradizionale, ma un susseguirsi di quadri emotivi che disegnano un cammino verso una dimensione più quieta e consapevole. La parola recitata si intreccia alla voce che canta, dando forma a una sorta di seminario emotivo su note, dove chi guarda non è spettatore passivo, ma parte di un esperimento condiviso di ascolto e autoosservazione che chiede coraggio, disponibilità a cambiare, capacità di restare presenti.
Le voci interiori che diventano presenza scenica
In questo universo teatrale le protagoniste non sono figure riconoscibili, ma Voci. Sono i pensieri che affollano la mente, i moti dell’animo, le antiche ferite infantili, le tracce lasciate da madri e padri che continuano a risuonare dentro di noi. Queste presenze invisibili prendono corpo in personaggi diversi, che abitano il palcoscenico e si alternano con ritmi e toni differenti, componendo un mosaico di stati d’animo in cui chiunque può riconoscere frammenti della propria storia personale, anche nei dettagli minimi.
Il contatto con il pubblico è diretto: i personaggi oltrepassano la quarta parete, interpellano la platea, cercano uno scambio senza barriere, così che la vicenda raccontata smetta di essere solo la storia di un’attrice e diventi materia condivisa. La vocalità, terreno privilegiato di ricerca di Chiara Claudi, guida questo processo: timbri, respiri, cambi di registro si intrecciano con la partitura musicale, trasformando ogni brano in una tappa di un’esplorazione intensa dentro paure, desideri, ricordi rimossi, che emergono lentamente in superficie.
Racconti, leggende e teoria nella trama drammaturgica
La struttura dello spettacolo alterna passaggi di taglio irriverente a momenti di sincera meditazione, costruendo un equilibrio sottile tra leggerezza e profondità. A nutrire questa tessitura arrivano narrazioni provenienti dalla tradizione indiana, episodi tratti da vite realmente vissute, suggestioni che attingono alle teorie di John Bowlby. Ogni elemento viene rielaborato in chiave scenica, così che il sapere psicologico, il mito e l’esperienza quotidiana si parlino e si illuminino a vicenda, senza mai assumere toni didascalici o compiacersi di se stessi.
Questo intreccio di fonti diverse permette di osservare le emozioni da angolazioni inaspettate: un racconto antico suggerisce immagini che aprono memorie dimenticate, una vicenda reale mostra quanto le fragilità di ognuno siano in fondo universali, un riferimento teorico offre parole per nominare ciò che spesso resta confuso. Lo spettatore viene accompagnato a riconoscere quanto reagire, amare, temere siano movimenti che hanno radici profonde, e come comprenderli possa diventare un atto di cura verso se stessi e gli altri, oggi ancora.
Il viaggio musicale tra ritmi argentini e poesia d’autore
La colonna sonora del progetto disegna un itinerario preciso. Si parte dal respiro argentino di Mercede Sosa, con il suo ritmo pulsante, per approdare alla dimensione più intimista e visionaria delle canzoni di Giorgio Gaber, Lucio Battisti e Lucio Dalla. Ogni scelta musicale dialoga con un frammento di testo, ne raccoglie le risonanze segrete e finisce per rivelare emozioni che le sole parole lascerebbero in ombra agli occhi di tutti, aprendo varchi imprevisti nella sensibilità di chi ascolta e osserva.
La musica diventa così il vero punto di svolta emotivo della messa in scena: un organismo vivo che sostiene, sospinge, consola. In alcuni passaggi i suoni si assottigliano fino quasi a scomparire, lasciando spazio a pause dense, perché la partitura possa letteralmente avvolgere il silenzio e dialogare con esso. In altri momenti esplode in energia, restituendo al corpo il desiderio di muoversi, di respirare più a fondo, di lasciar uscire ciò che finora era rimasto trattenuto nel cuore di chi ascolta.
Uno spazio nudo per un confronto con la propria solitudine
L’ambiente scenico è ridotto all’essenziale: pochi elementi, linee pulite, un vuoto che non spaventa ma chiama a raccolta. Questa scelta visiva racconta la solitudine di chi intraprende un percorso dentro di sé, popolato da ostacoli, cadute, ripartenze. I personaggi attraversano idealmente una corsa a ostacoli fatta di paure antiche, aspettative ereditate, condizionamenti interiorizzati, e nella fatica di questo tragitto imparano a riconoscere ciò che conta davvero, a distinguere il superfluo da ciò che è vitale per il proprio equilibrio interiore.
Al termine di questo cammino scenico, la meta non è una soluzione definitiva né una ricetta valida per tutti. I personaggi arrivano piuttosto alla consapevolezza che quella che chiamiamo gioia profonda assomiglia a una scelta quotidiana, a un’intenzione da rinnovare, più che a un traguardo esterno. Lo spettacolo si offre allora come uno specchio: invita ciascuno a scorgere il proprio personale manuale di sopravvivenza già scritto, magari in modo disordinato, nelle pieghe della propria esperienza, pronto a essere riletto insieme.
Date, luogo e anime creative del progetto teatrale
Questo lavoro approda al Teatro Elicantropo di Napoli per due serate consecutive: venerdì 21 e sabato 22 novembre 2025, sempre alle ore 20.30. Al centro della scena c’è il corpo e la voce di Chiara Claudi, interprete versatile che unisce recitazione, canto, scrittura e competenze di counselor in una forma che fonde concerto e monologo, pensata per cercare un contatto autentico con la sala e per condividere, senza schermi, il proprio percorso artistico ed umano con chi sceglierà di esserci.
Dietro questo progetto, intitolato Manuale di sopravvivenza sulla felicità e firmato di e con Chiara Claudi, lavora una squadra compatta. La consulenza artistica porta le firme di Laura Raimondi, Paula Carrara ed Elena De Carolis, mentre le musiche nascono dall’incontro tra Emiliano Begni, Antonio Torella, Laura Raimondi e Alex Filippi. All’interno di questo lavoro trovano spazio anche inediti firmati da Laura Raimondi, a conferma di una collaborazione creativa che intreccia competenze diverse e dà sostanza alla ricerca emotiva al centro dello spettacolo.
