Un unico personaggio femminile, sospeso tra sogno e confessione, guida il pubblico dentro un viaggio interiore fatto di memoria, colpa e desideri taciuti. È il nucleo di “Agosto”, testo di Simone Somma con Roberta Astuti protagonista, in scena al Teatro Serra di Napoli dal 28 al 30 novembre.
Un dramma che prende forma sul palco
La nuova produzione di Itaca Colonia Creativa porta in scena “Agosto”, testo scritto e diretto da Simone Somma e affidato all’interpretazione di Roberta Astuti, con gli oggetti di scena curati da Violetta Di Costanzo. Lo spettacolo approda al Teatro Serra di Napoli, nel quartiere di Fuorigrotta, in via Diocleziano 316, dove sarà programmato dal 28 al 30 novembre: venerdì alle ore 21:00, sabato alle 19:00 e domenica alle 18:00. Per informazioni e prenotazioni sono disponibili l’indirizzo email teatroserra@gmail.com e il numero 347.8051793.
Al centro del progetto teatrale c’è un testo che sceglie consapevolmente una forma onirica e spiazzante per raccontare la condizione femminile. “Agosto” si costruisce come un dramma tagliente, che scava nella percezione che una donna ha di sé, del proprio passato e del proprio presente, alternando visioni interiori e momenti di lucidità. La scrittura scenica mescola dimensione sognante e crudezza emotiva, lasciando emergere fragilità, rabbia taciuta e resa, senza offrire scorciatoie consolatorie a chi assiste, coinvolto nella sua lunga confessione.
La donna nel ripostiglio: un universo di scatole e ombre
La scena si apre in una penombra quasi sospesa, dove una sola figura femminile si affanna a spostare senza tregua scatole di cartone colme di oggetti. Sono frammenti di memoria fragili e, al tempo stesso, ingombranti, anch’essi di cartone, ma considerati così preziosi da essere destinati alla luce, mentre lei rimane costantemente ai margini. Chiusa in uno sgabuzzino, si rivolge a qualcuno che non vediamo, chiedendo scusa per una violenza improvvisa, per un gesto sconsiderato di cui attribuisce la responsabilità al caldo soffocante, negandola sia a se stessa sia al partner.
Dentro lo spazio angusto che abita, la protagonista sembra aver allestito da sola la propria scenografia, trasformando quell’insieme di contenitori in un paesaggio domestico mutevole. Ogni spostamento genera un nuovo perimetro, un ordine diverso che la circonda e la contiene. In quel microcosmo riorganizzato di continuo, la donna torna con la mente alla propria esistenza: l’infanzia, i legami intrecciati e interrotti, la sensazione di solitudine che l’ha accompagnata in ogni fase, persino nei momenti in cui avrebbe desiderato pensarsi forte, autonoma, riconosciuta.
Una coscienza che si interroga senza agire
Ripercorrendo mentalmente le tappe del proprio passato, la protagonista lascia affiorare soprattutto ciò che ha messo da parte: scatti d’orgoglio mai concessi, possibilità professionali soffocate prima ancora di provarci, desideri di affermazione che restano relegati nella zona del “forse”. Quel “probabilmente” che accompagna i suoi pensieri segnala una volontà indebolita, quasi cancellata, incapace di riconoscersi un diritto autentico al successo personale, alla realizzazione, a un’autostima che non sia subito rimessa in discussione. Ogni slancio viene rivisto e frenato, fino a trasformarsi in un rimpianto silenzioso che lei stessa fatica a nominare.
In questo modo la donna finisce per percepirsi soltanto come vittima: degli eventi che la travolgono, delle persone che la circondano e, soprattutto, di se stessa. Non si concede mai il ruolo di protagonista della propria storia e riduce ogni conflitto interiore a qualcosa di trascurabile. Problemi, traumi, tensioni, perfino le pulsioni più urgenti vengono liquidati con un’etichetta disarmante, “non importante”, che annulla il peso di ciò che prova e la inchioda a un’eterna minorità emotiva, imparata nel tempo e divenuta automatica.
Tra follia protettiva e dolore inefficace
Intrappolata in quello spazio chiuso e nei propri pensieri, la protagonista arriva a mettere in dubbio ogni aspetto della sua vita senza riuscire davvero a misurarsi con nulla. Ogni domanda resta sospesa, ogni possibilità di scelta viene diluita fino a scomparire. Così scivola deliberatamente in una forma di follia calcolata, una specie di rifugio mentale escogitato per non desiderare troppo, per evitare nuove ferite, per schivare in anticipo qualunque delusione che potrebbe incrinare l’equilibrio precario a cui si è abituata.
Il risultato è una condizione che sfiora il grottesco, tanto da poter apparire quasi comica a uno sguardo esterno. Eppure il dolore della protagonista è reale, profondo, autentico, anche se incapace di produrre cambiamento. La sua sofferenza resta inefficace perché lei continua ad aggrapparsi alle stesse illusioni e alle stesse menzogne che l’hanno sempre consolata: un abbraccio ingannevole che la culla e insieme la immobilizza, impedendole di oltrepassare il confine rassicurante dell’autoinganno. Nel suo percorso interiore resta così prigioniera della stessa immagine di sé come donna che il dramma mette in scena con crudele chiarezza.
