Nelle stesse giornate in cui i capi di Stato discutono del futuro del pianeta, arriva in libreria un romanzo che interroga in profondità il nostro rapporto con la Terra. Nicolò Frasson firma Quello che sabbia e neve non dicono, un’opera intensa che intreccia vicende umane e ferite ambientali lungo la Costa dei Trabocchi.
Il romanzo nel tempo della COP30
Mentre nella cornice della COP30 i governi, chiamati a fare i conti con le azioni passate e a fissare le linee per il futuro del pianeta, discutono di clima, politiche ambientali e innovazione ecosostenibile, Frasson porta al centro la dimensione più intima di quello stesso dibattito: le persone e i luoghi che ne sopportano le conseguenze. Il suo romanzo affronta, con una scrittura insieme raffinata e vigorosa, i nodi fra disuguaglianze sociali, sfruttamento del territorio e smarrimento collettivo, scegliendo come scenario la Costa dei Trabocchi in Abruzzo. Quello che sabbia e neve non dicono, pubblicato dalla casa editrice bookabook, restituisce alla narrativa italiana il senso di urgenza di fronte a questioni tutt’altro che risolte, senza rinunciare alla dimensione poetica dello sguardo.
Proprio in questi stessi giorni, a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, si svolge la trentesima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il più grande appuntamento internazionale dedicato al riscaldamento globale. Il libro di Frasson dialoga idealmente con quel consesso e trasforma in racconto ciò che altrove viene espresso in numeri, grafici, decisioni diplomatiche. È un atto d’amore verso la Terra e verso quei paesaggi che resistono, ma che restano esposti alle stesse tensioni che alimentano le ingiustizie sociali. L’autore rifiuta letture semplificate, non riduce il conflitto a una contrapposizione meccanica tra “ricchi cattivi” e “poveri buoni”, e mostra come progresso e tradizione debbano misurarsi l’uno con l’altra, senza che nessuna delle due dimensioni possa essere considerata un dogma intoccabile.
Due fili narrativi intrecciati tra presente e anni Sessanta
La struttura di Quello che sabbia e neve non dicono si fonda su una doppia linea narrativa che procede per incastri. Da un lato c’è un reportage in forma di romanzo, ambientato nel presente, che segue passo a passo un giornalista alle prese con le proprie paure ecologiche. Dall’altro si apre un racconto di formazione situato negli anni Sessanta, quando l’ingresso in età adulta coincide con la presa di coscienza delle conseguenze dello sviluppo incontrollato. Entrambe le storie si svolgono lungo la Costa dei Trabocchi, davanti all’Adriatico e ai piedi della Majella, e si tingono di realismo magico, tra leggende tramandate, memorie familiari e improvvise apparizioni che incrinano la superficie del reale.
In entrambe le epoche la Costa dei Trabocchi non è semplice sfondo, ma protagonista silenziosa. Frasson la ritrae come una sottile lingua di terra sospesa tra montagna e mare, incastonata tra la Majella e l’Adriatico, dove la natura sembra avere il sopravvento sulla presenza umana e il tempo pare rallentare fino quasi a fermarsi. I trabocchi, con le loro strutture di legno proteso sull’acqua e impregnato di sale, custodiscono una memoria fragile e tenace insieme. In questa cornice di bellezza vulnerabile, ciò che accade ai personaggi si fa metafora universale di resilienza: la costa abruzzese diventa simbolo di un pianeta che prova ancora a resistere e che chiede ascolto a chi lo abita.
Nicolò e la ricerca di cinque minuti senza rumori artificiali
Nel segmento ambientato nel 2023 incontriamo l’omonimo protagonista, Nicolò, giornalista schiacciato dal peso dell’ecoansia, incapace perfino di scrivere il romanzo che sogna di portare a compimento. Decide di lasciare la cosiddetta “Palude Padana” e di dirigersi verso la Costa dei Trabocchi per raccogliere materiali utili al libro che tiene nel cassetto. Crede di compiere soltanto un viaggio di documentazione, ma si ritrova immerso in un territorio che gli appare quasi mistico, una striscia di costa dove il dominio della natura e la sospensione del tempo mettono a nudo le sue fragilità. Il lavoro giornalistico si trasforma così in una ricerca più profonda, che riguarda tanto la pagina quanto la sua stessa capacità di immaginare un futuro.
Sulla costa abruzzese Nicolò incrocia la teoria del musicista californiano Gordon Hempton, autore di Vanishing Dawn Chorus, secondo cui nel mondo stanno scomparendo i luoghi in cui sia possibile non udire alcun rumore artificiale per più di cinque minuti. Quella intuizione diventa per lui una vera ossessione e lo spinge a muoversi tra litorale ed entroterra, da Rocca San Giovanni a San Vito Chietino, alla ricerca insieme del cuore del suo romanzo e di un frammento di silenzio autentico che gli faccia intravedere un barlume di speranza. I tentativi inizialmente falliscono su entrambi i fronti, finché un incontro fortuito con un anziano del posto, Franco Cicchetti, e l’intervista che ne scaturisce spostano l’asse del racconto e aprono l’accesso alla seconda vicenda.
Celeste, Ignazio e l’ombra del Miracolo Economico
Nell’altra linea narrativa torniamo indietro agli anni Sessanta, nel pieno del Miracolo Economico. A Vallevò, la famiglia La Rovere abbandona Chieti per trascorrere l’estate in una casa affacciata sulla costa. Tra i membri della famiglia spicca Celeste, adolescente dell’alta società insofferente alle convenzioni e ai rituali di un mondo ovattato e superficiale, ben rappresentato dal padre Attilio, imprenditore legato a un modello di sviluppo fondato su un vero e proprio “estrattivismo predatorio”. Accanto a loro compaiono la sorella Anna e la compagna del padre, Cecilia, figure immerse in quella stessa realtà dorata che Celeste avverte come una gabbia da cui sente il bisogno di liberarsi.
La svolta arriva quando Celeste intreccia un’amicizia segreta con Ignazio, un pescatore povero ma depositario di un sapere antico, fatto di attenzione al mare e al ritmo delle stagioni. In lui prende forma una sorta di sostenibilità ante litteram, opposta alla corsa allo sfruttamento incarnata dall’attività senza freni di Attilio, che finirà per colpire lo stesso Ignazio. Le giornate trascorse tra il mare, i trabocchi e una quotidianità essenziale ma autentica mettono Celeste di fronte a verità che nessun salotto borghese le aveva mostrato. Attraverso quello sguardo nuovo sul paesaggio e sulle persone che lo abitano, la ragazza ripensa radicalmente sé stessa e il mondo di cui fa parte.
Le voci che aprono e sostengono il racconto
Ad accompagnare il lettore dentro il romanzo c’è la prefazione di Letizia Palmisano, giornalista ambientale, saggista e divulgatrice tra le voci più autorevoli in Italia sui temi della sostenibilità. Il suo testo introduttivo ha il tono di un vero manifesto dell’ascolto. Palmisano descrive un silenzio che non coincide con l’assenza di suono, ma con una presenza densa, un linguaggio originario che l’umanità ha disimparato a comprendere, e lo identifica come il modo in cui la Terra dialoga con sé stessa. In queste immagini riconosce nel libro di Frasson un viaggio dentro l’ecoansia contemporanea e una meditazione sul rapporto spezzato tra esseri umani e natura, oltre che sull’urgenza di ritrovare un equilibrio perduto.
Nella sua lettura, il romanzo ci porta a misurarci con la necessità di tendere l’orecchio al pianeta e di comprendere che non può esistere giustizia ambientale senza giustizia sociale. Palmisano sottolinea come Frasson eviti facili moralismi e utilizzi una prosa densa, a tratti visionaria, per intrecciare la dimensione narrativa con quella dell’impegno civile. Tradizione e urgenza ecologica si fondono in pagine che restituiscono dignità a una terra spesso trattata come semplice risorsa, ma che in queste righe torna a parlare, a patto che chi legge accetti di fermarsi, di sospendere il rumore di fondo e di prestarle reale attenzione, ricordando che ogni autentica tutela dell’ambiente, e quindi di noi stessi, nasce dalla consapevolezza e dall’ascolto.
L’attenzione alla forma non è casuale: Nicolò Frasson arriva a questo romanzo forte di un percorso che unisce giornalismo e scrittura per immagini. Padovano, classe 1993, è cresciuto con il padre che lo introduceva al cinema e la madre che gli trasmetteva l’amore per la lettura. Laureato in Comunicazione e con un master in Sceneggiatura, ha firmato articoli di cronaca e approfondimenti dedicati al cinema. Le storie che costruisce seguono una struttura di impronta aristotelica, orchestrata con la precisione di uno spartito cinematografico, in cui ogni evento è posizionato con cura.
Un invito a rallentare e a scegliere l’impegno
A partire dal 20 novembre 2025 Quello che sabbia e neve non dicono sarà disponibile in formato cartaceo e digitale, offrendo al pubblico un romanzo che chiede esplicitamente di rallentare. Frasson invita a mettere in discussione il ritmo frenetico del mondo consumistico e a spostare l’accelerazione sull’impegno sociale, intrecciando nella storia la responsabilità individuale e collettiva. La lettura diventa così l’occasione per interrogarsi su quanto le nostre abitudini incidano sui luoghi che abitiamo e sulle persone che li popolano, aprendo lo spazio per scelte più consapevoli.
Opera necessaria, al tempo stesso delicata e incisiva, il libro tiene insieme la memoria dei paesaggi, la cura per il pianeta e i diritti delle comunità più esposte, unendo in un unico ordito esperienza personale e conflitti globali. Tra leggende, ricordi e un pizzico di realismo magico, Quello che sabbia e neve non dicono si fa grido poetico per la Terra, necessario quanto l’ambiente che ci circonda. È un invito a recuperare una presa di coscienza da troppo tempo smarrita, che parta dall’ascolto e si traduca, giorno dopo giorno, in gesti concreti.
