In un momento segnato da scelte estreme e dolorose, il movimento Popolo della Famiglia affida a Nicola Di Matteo una riflessione severa sul suicidio assistito, dalle vicende della giovane Siska a quelle di Alice e Helen Kessler, ribadendo il valore della vita e dei legami familiari.
Il caso delle gemelle Kessler e il dolore senza emulazione
Per Nicola Di Matteo, presidente pro tempore e segretario nazionale del Popolo della Famiglia, la decisione di Alice e Helen Kessler di ricorrere al suicidio assistito non può essere circondata da alcuna celebrazione. Il gesto delle due artiste, ormai anziane, suscita in lui e nel movimento un profondo senso di tristezza e di rammarico, ma nessuna forma di ammirazione. Nelle sue parole affiora il rispetto per queste protagoniste dello spettacolo, unite in vita e nella scelta finale, ma anche la preoccupazione per il messaggio che una simile conclusione può trasmettere a chi osserva da lontano.
Di Matteo ricorda come le gemelle Kessler abbiano incarnato per lunghissimo tempo un modello di raffinatezza e misura, in un’epoca in cui la televisione era vissuta come luogo di riconoscimento comune e di ritrovo domestico. Proprio per questo, il finale scelto in Germania, legalmente possibile in quel contesto, viene definito dal leader del movimento un esito amarissimo che non può trasformarsi in traccia da seguire. A suo giudizio, nessun anziano dovrebbe percepire questa strada come un esempio da copiare o una soluzione desiderabile.
Dalla solitudine di Siska al ruolo di uno Stato che rinuncia a curare
Nel suo intervento, Di Matteo richiama inoltre la vicenda di Siska, una ragazza definita giovanissima, che nel mese di novembre ha chiesto e ottenuto il suicidio assistito in Belgio. Secondo la lettura del Popolo della Famiglia, non si tratta di una libera scelta maturata in un contesto di autentico sostegno, ma dell’esito tragico di una depressione profonda. Dietro quella decisione, il dirigente vede l’incapacità dello Stato di accompagnare la sua solitudine con cure, relazioni e presenza, preferendo sancirne la fine.
Accostata alla scelta delle sorelle Kessler, la storia di Siska delinea, per Di Matteo, una linea continua di racconti pubblici che rischiano di trasformare il suicidio assistito in una sorta di risposta normale alla sofferenza. Invece di potenziare strumenti di sostegno psicologico e sociale, osserva, si finisce per mostrare come percorribile la via dell’interruzione volontaria della vita. Una narrazione che, a suo avviso, accarezza l’idea di una vera e propria apologia e impoverisce il senso collettivo della cura autentica tra le persone.
Il significato della vita tra successo, affetti familiari e impegno politico
Ripercorrendo la vicenda di Alice e Helen Kessler, Di Matteo sottolinea che si tratta di due donne che hanno conosciuto una carriera brillante e un legame reciproco intenso, tanto da decidere di morire volontariamente per restare insieme anche nell’ultima tappa dell’esistenza. Proprio questa storia lo porta a ribadire che il senso di una vita non nasce dall’applauso, dalla celebrità o dall’avvenenza, ma dalla trama concreta degli affetti familiari, che lo Stato è chiamato a sostenere, valorizzare e difendere con scelte responsabili.
Su questa base, il leader del Popolo della Famiglia annuncia che l’azione del movimento non arretrerà di fronte a un clima culturale che sembra arrendersi di fronte alle fragilità. L’obiettivo dichiarato è quello di presidiare, in ogni occasione possibile, il valore della vita umana dal primo all’ultimo istante e la centralità della comunità familiare. Di Matteo assicura che l’impegno politico e civile del suo partito resterà orientato a garantire strumenti concreti di protezione e riconoscimento per persone e nuclei familiari.
