La linea del fronte, a Pokrovsk, non è più una trincea che taglia la mappa in due. È una scacchiera di strade sventrate, condomini bucati e scale coperte di polvere, dove una tromba delle scale è ucraina e quella accanto è già russa. Il fuoco arriva dall’alto, con sciami di droni che setacciano strade, cortili, corridoi. In questa città mineraria del Donbass si concentra una parte enorme dei combattimenti in corso, mentre Kiev e Mosca si giocano un pezzo decisivo del futuro della regione.
Pokrovsk era un nodo logistico e ferroviario da circa 60 mila abitanti, oggi è una città quasi svuotata, ridotta a rovine, dove le autorità ucraine stimano che restino poco più di 1.200 persone, intrappolate da bombardamenti che rendono l’evacuazione “quasi impossibile”. Le squadre di polizia del reparto White Angel, che per mesi hanno bussato porta a porta per convincere gli anziani ad andarsene, riescono ormai a muoversi a fatica. Strade e convogli sono osservati di continuo da droni russi, e chi esce lo fa sapendo che ogni spostamento può trasformarsi in un bersaglio.
Perché Pokrovsk è diventata il fulcro del fronte orientale
Se guardiamo la mappa del Donbass, Pokrovsk è spostata sulla parte occidentale dell’oblast di Donetsk, proprio dove inizia quella fila di città fortificate che da anni tiene in piedi la difesa ucraina: Kramatorsk, Sloviansk, Druzhkivka, Kostiantynivka. Dal 2014 questo corridoio è la spina dorsale del fronte. Prima che arrivassero le bombe, Pokrovsk era soprattutto un grande incrocio di ferrovia e asfalto: treni carichi di carbone, camion diretti verso gli impianti metallurgici, collegamenti continui con il nodo di Dnipro. Mettere le mani su questo snodo significa mettere pressione su una delle arterie che alimentano tutto il fronte orientale.
Ed è qui che si capisce perché il Cremlino insiste così tanto. Una Pokrovsk completamente nelle mani russe, con le posizioni consolidate, diventerebbe un trampolino per spingersi verso Kramatorsk e Sloviansk, le ultime grandi città della zona ancora controllate da Kiev. La perdita totale della città verrebbe letta come il risultato più pesante per Mosca dopo Avdiivka e, per dimensioni, come il centro urbano più importante conquistato dopo Bakhmut. Nel frattempo il Ministero della Difesa britannico calcola che l’esercito russo abbia già superato 1,1 milioni di militari uccisi o feriti dall’inizio dell’invasione, con circa un terzo di queste perdite concentrate proprio nel 2025, l’anno in cui l’offensiva su Pokrovsk è diventata una delle priorità assolute.
Diciotto mesi di logoramento: dal dopo-Avdiivka al combattimento casa per casa
Dopo la conquista di Avdiivka, all’inizio del 2024, lo sforzo russo si sposta progressivamente verso ovest. Da febbraio parte un’operazione che gli analisti definiscono “offensiva di Pokrovsk”: all’inizio ci sono attacchi frontali, che si infrangono contro le difese ucraine e costano perdite pesanti, poi l’approccio cambia. Invece di sfondare in linea retta, il comando russo avvia una manovra di accerchiamento lenta, iniziando a colpire i centri minori attorno alla città e a tagliare una dopo l’altra le strade che la collegano al resto del Donbass. Per arrivare ai sobborghi occidentali servono ventuno mesi di combattimenti e circa 39 chilometri di avanzata a piccoli balzi.
Dall’autunno 2025 il fronte entra direttamente dentro Pokrovsk. Riprese geolocalizzate mostrano reparti russi che prendono posizione nei quartieri meridionali e poi si insinuano verso il centro, approfittando della nebbia e dei buchi nella linea ucraina. Secondo stime rese pubbliche dalla leadership militare di Kiev, nella città si muovono alcune centinaia di soldati russi, mentre sull’intero asse Pokrovsk-Myrnohrad sarebbero concentrati circa 150 mila uomini, quasi un quarto del dispositivo russo in Ucraina. Allo stesso tempo, il comandante in capo Oleksandr Syrskyi ripete che non esiste, al momento, un accerchiamento completo né una perdita formale del controllo della città, sebbene ammetta che la battaglia sia una delle più dure e delicate dell’intero fronte.
La svolta tattica: micro-gruppi d’assalto al posto degli assalti “tritacarne”
Nel 2023, a Bakhmut, il mondo aveva conosciuto la strategia dei cosiddetti assalti “tritacarne”: ondate di fanteria mandate allo scoperto per individuare e consumare le posizioni ucraine, pagate con perdite spaventose. A Pokrovsk il copione è diverso. Qui la Russia ha progressivamente ridotto le dimensioni dei gruppi d’attacco, fino a usare squadre di due o tre uomini che sfruttano ogni piega del terreno urbano per avvicinarsi alle linee ucraine. Un rapporto recente spiega che in certe giornate vengono inviati quasi cento “fire team” di questo tipo dentro e attorno alla città, con l’obiettivo di saturare la capacità di risposta degli operatori di droni di Kiev.
Un soldato della 129ª Brigata, dispiegato nell’area di Kostiantynivka, ha raccontato a una testata internazionale che il primo incontro con russi su buggy leggeri è stato “estremamente inaspettato, ma logico”: se il cielo è pieno di droni, meglio mezzi rapidi e difficili da inquadrare, invece dei classici blindati. Lo stesso militare descrive un’altra evoluzione: nelle città, dove prima i reparti russi si muovevano in squadre di cinque o sette uomini, oggi raramente superano le tre persone. Così riducono la propria impronta sullo schermo dei droni da ricognizione e provano a sfruttare la confusione del combattimento ravvicinato.
Moto, quad e vecchie auto: la logistica dei nuovi assalti
A occhi distratti, le immagini che arrivano da Pokrovsk ricordano un film post-apocalittico: colonne di motociclette, quad e automobili sfondate che avanzano nella nebbia lungo la statale E50 e la M30, con soldati assiepati perfino sui tetti dei furgoni. In realtà dietro a questa scelta c’è un calcolo preciso. I veicoli leggeri costano poco, consumano meno carburante, si muovono sulle strade secondarie e, soprattutto, espongono una sagoma più piccola ai droni FPV ucraini, che negli ultimi due anni hanno trasformato ogni pista di campagna in un corridoio letale.
Questo non significa che i convogli arrivino indenni. Ci sono video, confermati da analisi indipendenti, che mostrano intere colonne colpite lungo le strade d’accesso alla città, con decine di moto e buggy distrutti in pochi minuti da droni e artiglieria ucraini. Altre sequenze, però, riprendono gli stessi mezzi che, approfittando del maltempo e dei buchi nella copertura aerea, riescono a infilarsi nei quartieri meridionali, scaricare uomini e munizioni e rientrare tra le rovine. È una guerra di attrito fatta di tentativi ripetuti: molti falliscono, alcuni vanno a segno, e a ogni viaggio qualche altro gruppo armato compare su una nuova via della città.
La guerra dei droni sopra Pokrovsk
La trasformazione più profonda non riguarda solo i mezzi a terra, ma il modo in cui viene gestito il cielo. Negli ultimi mesi le forze russe hanno costruito attorno a Pokrovsk una vera cintura di interdizione aerea di campo di battaglia, combinando droni da ricognizione, FPV, munizioni circuitanti e artiglieria per colpire strade, ferrovie e depositi fino a decine di chilometri di distanza. Secondo analisi recenti, questa campagna di interdizione dura da almeno cinque mesi ed è servita a logorare non solo le linee di rifornimento, ma anche la rete di droni ucraini che copriva la città.
Un esperto militare ucraino ha descritto questa nuova dottrina in tre fasi: preparazione, infiltrazione, sfruttamento. Prima si individuano le strade di rifornimento, le piazzole dei droni, i punti dove il terreno forza i movimenti, e lì si concentrano attacchi aerei e artiglieria. Poi entrano in azione i reparti di forze speciali, incaricati di sorprendere gli avamposti ucraini nei momenti di rotazione. Solo alla fine arrivano i gruppi d’assalto “ordinari”, che penetrano nelle aree già indebolite e provano a trasformare ogni varco in una nuova testa di ponte urbana. Intorno a Pokrovsk e Myrnohrad la densità di droni è stimata circa cinque volte superiore rispetto ad altri settori del fronte, segno che entrambe le parti hanno puntato su questo spazio di cielo come sul vero campo di battaglia.
Difensori sotto pressione: i droni ucraini, le reti anti-drone e le squadre “Peaky Blinders”
Se la Russia ha imparato a spegnere i droni altrui, l’Ucraina non è rimasta ferma. Reparti specializzati come la celebre unità “Peaky Blinders”, le compagnie UAV delle brigate d’assalto e i nuovi reparti del 7º Corpo di Reazione Rapida continuano a colpire convogli, depositi e gruppi di fanteria lungo le vie di accesso a Pokrovsk. Per mesi questi team hanno avuto un vantaggio tecnologico e di esperienza, capace di bloccare intere colonne corazzate nel raggio di decine di chilometri. Ora, però, devono fare i conti con un nemico che concentra disturbi elettronici, fuoco d’artiglieria e infiltrazioni proprio contro i loro punti di lancio.
A terra, nelle cittadine alle spalle del fronte come Kostiantynivka, i residenti vedono crescere strutture nuove: strade intere coperte da reti anti-drone tese fra pali, ingressi protetti da tettoie improvvisate, alberi usati come schermi per gli spostamenti. È il tentativo di ridurre la visibilità dall’alto in città che, per anni, erano pensate solo per il traffico civile. Gli stessi soldati raccontano che, spesso, i gruppi russi puntano direttamente alle squadre di dronisti e ai mortaisti ucraini, cercandoli casa per casa. Chi lavora con i quadricotteri vive un paradosso: per tenere aperto quel sottile corridoio di cielo sicuro, deve esporsi sempre di più in un ambiente in cui ogni tetto e ogni finestra possono nascondere un osservatore o un cecchino.
Civili intrappolati in una città fantasma
Dietro i movimenti di truppe resta la popolazione civile, sempre più ridotta. Nel 2025, secondo i dati ufficiali della regione, si stimava che a Pokrovsk vivessero ancora circa 7 mila persone, già una frazione rispetto ai 60 mila pre-guerra. Oggi le autorità parlano di 1.256 residenti rimasti nel territorio della comunità, con l’evacuazione definita “praticamente impossibile” a causa dei bombardamenti continui e dei droni che colpiscono convogli e strade. Lungo i palazzi sventrati si vedono ancora biciclette appoggiate ai muretti, finestre tappate con assi di legno, cortili dove l’erba cresce fra i crateri delle esplosioni.
Le storie che arrivano dagli ultimi mesi parlano di anziani che rifiutano di lasciare gli appartamenti in cui hanno vissuto tutta la vita, di famiglie divise, di figli che salutano i genitori caricati sui mezzi blindati della polizia. Il reparto White Angel continua a entrare nelle case dove può, ma la finestra utile per portare via le persone si è quasi chiusa. I bombardamenti colpiscono scuole, condomini, strutture sanitarie; interi isolati sono stati ridotti a gusci vuoti. Alcuni palazzi, raccontano i reporter che sono riusciti a entrare, custodiscono ancora i corpi di chi non ha fatto in tempo a mettersi in salvo, perché recuperare i cadaveri richiede squadre, mezzi e corridoi di sicurezza che la città non riesce più a garantire.
Logistica al limite: feriti bloccati e rifornimenti a piedi
Il nodo logistico è diventato uno dei punti più drammatici di questa battaglia. Le autorità regionali spiegano che gran parte dei percorsi di accesso a Pokrovsk sono sotto controllo quasi costante di droni russi e artiglieria. In più occasioni ufficiali ucraini hanno raccontato che i mezzi possono percorrere solo una parte della strada in sicurezza; poi, per arrivare alle posizioni avanzate o agli ingressi della città, i soldati sono costretti a camminare dai 10 ai 15 chilometri, trasportando a spalla munizioni, droni e viveri lungo un tracciato osservato da FPV collegati con fibra ottica, dove ogni movimento rischia di essere individuato.
In queste condizioni anche l’evacuazione dei feriti diventa un incubo. Medici militari che operano nel settore raccontano che molte volte il problema non è la mancanza di ambulanze, ma il tempo necessario per portare il paziente dal punto in cui è stato colpito fino a un’area abbastanza distante da permettere l’arrivo dei mezzi. Nel frattempo, droni kamikaze sorvolano i percorsi abituali e colpiscono i veicoli che tentano di ripetere sempre la stessa traiettoria. Alcuni reparti hanno sperimentato mezzi senza equipaggio per l’evacuazione sanitaria, ma i test hanno mostrato che perfino i veicoli contrassegnati come medicali attirano il fuoco, segno che la distinzione fra obiettivi “protetti” e militari è stata di fatto cancellata su questo tratto di fronte.
Che cosa ci rivela Pokrovsk sulla guerra che verrà
Guardando da lontano le mappe interattive e le frecce che indicano avanzate e ritirate, si potrebbe pensare che Pokrovsk sia solo un tassello in più nella lunga lista di città contese dal 2022. In realtà qui si vede con chiarezza come il conflitto si stia trasformando. La combinazione fra droni, piccoli gruppi d’assalto, uso sistematico della nebbia e delle bombe plananti sta ridisegnando il modo in cui si combatte nelle aree urbane, riducendo lo spazio per i grandi assalti corazzati e spostando il peso su reparti agili, elettronica e logistica. Gli eserciti europei studiano con attenzione questi sviluppi, perché le lezioni apprese a Pokrovsk non resteranno circoscritte al Donbass.
Per l’Ucraina, la sfida è doppia: tenere quanto più possibile una città ormai devastata, per logorare la capacità offensiva russa, e allo stesso tempo preservare uomini e mezzi sufficienti a organizzare nuove linee difensive più a ovest, nel caso in cui la ritirata si renda inevitabile. Per Mosca, Pokrovsk è soprattutto un simbolo da esibire alla propria opinione pubblica e ai tavoli diplomatici, come prova che la conquista del Donbass procede comunque, anche a costo di sacrificare migliaia di soldati per pochi chilometri quadrati. Nel mezzo restano i civili, i medici, i dronisti, i fanti di entrambe le parti che attraversano quelle strade coperte di reti anti-drone, sapendo che ogni passo potrebbe essere l’ultimo.
