La giornata di oggi in Cile pesa moltissimo sul futuro del Paese. Per la prima volta dopo anni di astensione record, quasi tutti gli aventi diritto sono chiamati alle urne per scegliere il nuovo presidente, rinnovare l’intera Camera dei deputati e quasi metà del Senato. Il mandato di Gabriel Boric, il giovane ex leader studentesco che aveva acceso grandi aspettative nel 2021, si chiude con un consenso intorno al 30% e con una società stanca di promesse mancate, preoccupata soprattutto per criminalità, immigrazione e costo della vita.
Sul fronte presidenziale la sinistra arriva unita dietro Jeannette Jara, comunista, ex ministra del Lavoro, vincitrice a giugno delle primarie del blocco di governo con circa il 60% dei voti. Dall’altra parte la destra si presenta frammentata in tre candidati forti, José Antonio Kast, Johannes Kaiser ed Evelyn Matthei, più quattro contendenti minori. I sondaggi della vigilia collocano Jara in testa nella prima volta con percentuali nell’ordine del 25-30%, mentre l’insieme dei candidati di destra sfiora la metà dell’elettorato. Nessuno è accreditato oltre il 50%, quindi la prospettiva di un ballottaggio a dicembre è praticamente certa.
Urne aperte per presidente e Parlamento: cosa si decide
Il voto di oggi è una elezione generale completa. I cileni eleggono il nuovo presidente, tutti i 155 deputati della Camera bassa e 23 dei 50 senatori, appartenenti a circoscrizioni come Arica, Tarapacá, Atacama, Valparaíso, Maule, Araucanía e Aysén. Il presidente viene scelto con sistema a doppio turno: se nessuno supera la maggioranza assoluta oggi, i due più votati si sfideranno in un ballottaggio fissato per metà dicembre. Chi entrerà a La Moneda si insedierà l’11 marzo 2026, ereditando un paese che resta una potenza mineraria e un attore chiave nella transizione energetica globale, ma con istituzioni provate da anni di conflitti costituzionali e da un dibattito esasperato sulla sicurezza.
La composizione del Parlamento è quasi altrettanto decisiva della scelta del presidente. Con 78 deputati e 26 senatori un blocco politico può modificare le leggi organiche costituzionali; con 89 deputati e 29 senatori può approvare riforme profonde della Costituzione vigente grazie al quorum dei quattro settimi. Per la prima volta dopo il ritorno alla democrazia c’è una chance concreta che destra e ultradestra, se oggi otterranno una larga maggioranza parlamentare e se poi conquisteranno anche la presidenza a dicembre, concentrino nelle proprie mani il potere esecutivo e un Parlamento con numeri sufficienti a riscrivere in profondità l’assetto istituzionale senza passare da una nuova Convenzione costituente.
Voto obbligatorio e multe: perché questa volta partecipano tutti
Uno dei dettagli che oggi pesa più di tanti slogan è molto semplice: il voto non è più una scelta, è un obbligo. Dopo il referendum costituzionale del 2022 il Cile è tornato al suffragio obbligatorio con iscrizione automatica nel registro elettorale, e nel 2025 il Congresso ha aggiunto il tassello delle sanzioni. Chi decide di restare a casa senza una ragione riconosciuta rischia una multa che va da 0,5 a 1,5 Unità Tributarie Mensili, cioè all’incirca tra 35.000 e 105.000 pesos cileni. Non è solo una cifra su un foglio, è un motivo in più per mettersi in fila davanti al seggio.
Solo quattro anni fa la scena era diversa: voto volontario, seggi spesso mezzi vuoti, astensione intorno al 53 per cento, poco più di sette milioni di persone su quindici che si prendevano la briga di scegliere il presidente. Adesso Servel conta circa 15,7 milioni di elettori registrati e le proiezioni parlano di una partecipazione che potrebbe spingersi oltre l’80 per cento. Vuol dire che entrano in campo tanti cittadini che nel 2021 erano rimasti fuori, soprattutto fasce a reddito più basso, che oggi sanno di rischiare una sanzione se non votano. Sono loro, questo pezzo enorme di paese finora ai margini, a rendere la giornata meno leggibile: nessun sondaggio riesce davvero a dire come si muoveranno una volta con la scheda in mano.
L’eredità di Gabriel Boric e il terreno su cui corre Jeannette Jara
Quattro anni fa il Cile aveva scelto Gabriel Boric come simbolo di un cambio generazionale e di una stagione di riforme nate sull’onda delle proteste del 2019. In questi anni il suo governo ha portato a casa risultati rilevanti, come la riforma delle pensioni approvata nel 2025, l’ingresso nell’accordo di Escazú e l’aumento del salario minimo fino a 500.000 pesos grazie al lavoro del ministero guidato proprio da Jeannette Jara. Allo stesso tempo ha visto naufragare due processi costituzionali, ha dovuto fare i conti con la crescita della criminalità organizzata e con una percezione di insicurezza che ha eroso il legame con i ceti popolari. Il risultato è un presidente che chiude il mandato con un indice di approvazione collocato nella fascia bassa delle rilevazioni, tra poco più del 20 e attorno al 30% a seconda degli istituti.
Dentro questo scenario si inserisce la figura di Jeannette Jara, 51 anni, amministratrice pubblica e avvocata, iscritta al Partito Comunista dall’adolescenza e per anni dirigente sindacale e sottosegretaria alla Previdenza nel secondo governo Bachelet. È cresciuta nella popolazione El Cortijo, a Conchalí, quartiere popolare nel nord di Santiago, figlia di un meccanico e di una lavoratrice domestica; ha raccontato più volte di aver iniziato a lavorare da ragazzina, tagliando e raccogliendo frutta per contribuire alle spese di casa, e di essersi formata tra università e militanza sindacale. Nel giugno 2025 ha vinto le primarie del blocco governativo Unidad por Chile con circa il 60% dei voti, imponendosi su figure come Carolina Tohá e Gonzalo Winter e diventando la candidata unica dell’intera coalizione che sostiene Boric, dalla sinistra del Frente Amplio fino alla Democrazia Cristiana.
Il programma di Jara: salari, welfare e continuità critica
La proposta che Jara porta alle urne è costruita intorno a chi fa fatica ad arrivare a fine mese. La misura simbolo è l’“ingreso vital” da 750.000 pesos, un aumento graduale del salario minimo oltre l’attuale soglia dei 500.000 pesos, da accompagnare con sussidi mirati alle piccole e medie imprese per evitare chiusure e licenziamenti. L’idea è legare l’aumento dei salari a una spinta sulla domanda interna e su investimenti pubblici in infrastrutture, edilizia popolare e servizi sociali, senza introdurre nel breve periodo nuove imposte generali ma agendo su lotta all’evasione, revisione delle esenzioni e tassazione più mirata dei grandi patrimoni.
Accanto al tema del reddito, il programma insiste su sanità, istruzione e cura: rafforzamento della sanità pubblica, estensione della “sala cuna” universale per i figli dei lavoratori, piano di edilizia sociale e trasporto pubblico, riconoscimento economico del lavoro di cura, in particolare femminile. Su ambiente ed energia Jara propone di consolidare il ruolo dello Stato nella filiera del litio, con una forte azienda pubblica e regole più stringenti sull’uso dell’acqua nelle zone di estrazione, mantenendo però il Cile come attore centrale nei minerali per la transizione energetica.
Nella campagna degli ultimi mesi la candidata comunista ha messo sempre più al centro anche la sicurezza. Jara promette di proseguire e rafforzare la linea del governo uscente: Ministero della Sicurezza, leggi contro terrorismo e criminalità organizzata, reparti specializzati contro sequestri e narcotraffico, nuovi istituti penitenziari e modernizzazione delle forze dell’ordine, a partire da Carabineros, con più formazione e controlli interni. Nei comizi ha ripetuto un messaggio preciso, rivolto a chi fatica con il bilancio familiare: “faremo in modo che ogni famiglia cilena possa arrivare tranquilla alla fine del mese, con lavoro decente e buoni salari”, intrecciando sicurezza economica e sicurezza nelle strade come due facce della stessa promessa.
La destra si divide tra Kast, Kaiser e Matthei
Se la sinistra si presenta con una candidata unica, lo spazio conservatore vive una vera guerra interna per la leadership. In corsa ci sono José Antonio Kast, leader del Partito Repubblicano e volto più noto dell’ultradestra cilena; Johannes Kaiser, deputato libertario e fondatore del Partido Nacional Libertario; Evelyn Matthei, economista 72enne, già ministra, senatrice e sindaca di Providencia, oggi candidata del blocco di centrodestra tradizionale Chile Vamos. I sondaggi più recenti mostrano Jara in testa, seguita a pochi punti da Kast, con Kaiser e Matthei che si alternano tra terzo e quarto posto; se si sommano però le intenzioni di voto dei tre candidati di destra, il campo conservatore supera nettamente il blocco di governo.
José Antonio Kast, 59 anni, avvocato, è al suo terzo tentativo di arrivare alla presidenza dopo il ballottaggio perso nel 2021 contro Boric. È fondatore del Partito Repubblicano, forza di destra radicale che negli ultimi anni ha capitalizzato la frustrazione verso il processo costituzionale e la percezione di insicurezza diffusa. Kast propone un giro di vite drastico su criminalità e immigrazione: espulsione di centinaia di migliaia di migranti irregolari, costruzione di uno “scudo di frontiera” lungo il nord del paese, nuove carceri di massima sicurezza, più poteri alle forze armate nelle regioni di confine. È figlio di Michael Kast, ex militare tedesco della Wehrmacht e membro del partito nazista, emigrato in Cile nel dopoguerra, e fratello di Miguel Kast, economista legato al regime di Pinochet; lui stesso negli anni ha difeso più volte aspetti dell’eredità della dittatura, pur cercando in questa campagna di smussare il profilo più nostalgico. L’immagine che propone agli elettori è quella di un presidente disposto a “mettere ordine” con fermezza, anche a costo di ridurre margini per i diritti dei migranti e per alcune garanzie civili.
Johannes Kaiser, il “Milei cileno” che viene da YouTube
Accanto a Kast, e spesso in aperto conflitto con lui, è cresciuta negli ultimi due anni la figura di Johannes Kaiser, 49 anni, deputato di origine tedesca e fondatore del Partido Nacional Libertario. Nato politicamente come youtuber, ha costruito il suo pubblico con un canale dal nome “El Nacional-Libertario”, in cui attacca femminismo, globalismo, immigrazione e “politicamente corretto”; oggi conta centinaia di migliaia di iscritti e milioni di visualizzazioni. Il suo partito, registrato nel 2024 dopo una scissione dai Repubblicani, viene classificato da numerosi osservatori come formazione di estrema destra, apertamente pinochettista e ultraliberista in economia.
Kaiser propone un pacchetto radicale: chiusura quasi totale delle frontiere con la Bolivia e gran parte del Perù, espulsione rapida degli stranieri irregolari con precedenti penali, riduzione drastica della burocrazia, eliminazione o fusione di ministeri, uscita da trattati internazionali in materia di diritti umani e clima, reintroduzione della pena di morte e amnistia per agenti delle forze dell’ordine condannati per eccessi durante le proteste del 2019. Nei comizi si presenta come l’uomo che dice “quello che gli altri non osano dire”, utilizza un linguaggio volutamente provocatorio e si richiama spesso all’esperienza del presidente argentino Javier Milei, tanto che diverse testate lo hanno ribattezzato “il Milei cileno”.
Questa corsa parallela alla destra di Kast ha un effetto concreto sulla mappa elettorale: segmenta ulteriormente il voto conservatore, polarizza il discorso pubblico sul tema sicurezza-immigrazione e rende ancora più incerta la scelta di chi, nel campo della destra, approderà al ballottaggio. I sondaggi più vicini alla data del voto collocano Kaiser stabilmente sopra il 10% e lo indicano in crescita, con scenari di secondo turno in cui potrebbe battere Jara, mentre Kast è favorito in quasi tutte le simulazioni.
Evelyn Matthei e il centrodestra tradizionale sotto pressione
Evelyn Matthei è il volto di quella destra cilena che conoscete da anni, quella istituzionale, con radici profonde. Economista, arriva da una famiglia di militari: il padre è Fernando Matthei, generale dell’Aeronautica e membro della Giunta durante il regime di Pinochet. La sua carriera pubblica è lunga: è passata dalla Camera al Senato, ha guidato il ministero del Lavoro nel primo governo Piñera e poi, dal 2016 al 2024, ha amministrato Providencia, uno dei comuni più centrali e benestanti di Santiago. Non è nuova nemmeno alla corsa per La Moneda. Nel 2013 si era già giocata un ballottaggio contro Michelle Bachelet, uscendo sconfitta senza molta suspense. Adesso ci riprova, sostenuta dall’asse classico del centrodestra cileno, con UDI, Renovación Nacional ed Evópoli al suo fianco, affiancati da forze centriste come Demócratas e Amarillos.
Matthei ha impostato la campagna su un messaggio di “ordine con esperienza”. Sul piano economico propone di ridurre gradualmente l’imposta sulle società dal 27 al 18% in dieci anni, tagliare circa 600 milioni di dollari di spesa corrente con una “grande forbice da potatura” al posto della “motosierra” alla Milei, fondere ministeri, semplificare permessi per investimenti e rafforzare la formazione tecnica. Sulla sicurezza propone più risorse a polizia e giustizia, ma rifiuta le rotture istituzionali prospettate dai candidati più radicali. Nonostante un avvio di corsa da favorita, le ultime rilevazioni la collocano dietro Kast e spesso dietro lo stesso Kaiser, anche per effetto della mancata convergenza in un’unica primaria di tutto il campo conservatore.
Per il centrodestra il risultato di Matthei avrà un significato che va oltre il numero dei voti: se restasse fuori dal ballottaggio, l’intero blocco rischierebbe di uscire da questa tornata dominato dalla coppia Kast-Kaiser, con una destra tradizionale relegata a ruolo di alleato minore in Parlamento.
Gli altri quattro candidati e la frammentazione del quadro politico
Oltre ai quattro protagonisti principali, ci sono altri quattro candidati che rappresentano sensibilità importanti, anche se con minori probabilità di entrare al ballottaggio. L’economista Franco Parisi, leader del Partido de la Gente, è al suo terzo tentativo di arrivare a La Moneda, forte di un seguito costruito soprattutto online e di un discorso populista che mescola promesse di tagli alla spesa pubblica, ribassi fiscali per il ceto medio e idee eterodosse su polizia e litio. Il cineasta e politico Marco Enríquez-Ominami, indipendente di sinistra e fondatore del Gruppo di Puebla, corre per la quinta volta, con una piattaforma progressista incentrata su diritti sociali, riforma dei media e integrazione latinoamericana.
Completano il quadro Harold Mayne-Nicholls, giornalista ed ex presidente della federazione calcistica ANFP, che si presenta come indipendente centrista con forte enfasi su istruzione, sport e governance, ed Eduardo Artés, storico dirigente del Partito Comunista Acción Proletaria, esponente di un marxismo-leninismo dichiarato che propone una rifondazione radicale dello Stato e una nazionalizzazione estesa dei settori strategici. Nessuno dei quattro ha superato finora il 10% nei sondaggi, ma tutti possono giocare un ruolo rilevante nella distribuzione dei seggi parlamentari e, soprattutto, come serbatoio di voti e di temi per il secondo turno.
Criminalità, immigrazione e costo della vita: le priorità degli elettori
Se proviamo a metterci per un attimo nei panni di chi oggi sta in coda davanti al seggio, in testa girano più o meno sempre le stesse tre cose: sicurezza, immigrazione, reddito. Per anni il Cile è stato considerato uno dei paesi più tranquilli della regione, quasi un’eccezione. Poi il quadro è cambiato: gli omicidi sono raddoppiati, sono aumentati sequestri, estorsioni, traffico di droga, anche per l’arrivo di gruppi criminali transnazionali come il Tren de Aragua di origine venezuelana. I sondaggi degli ultimi mesi dicono che oltre l’80% dei cileni è convinto che la criminalità sia salita ancora nell’ultimo anno e molti hanno modificato la propria routine per sentirsi un minimo più al sicuro: uscire meno la sera, cambiare scuola ai figli, evitare certi autobus o certi quartieri.
Dentro questa paura c’è anche la questione migratoria. Nel 2024 gli stranieri sono quasi il 9% della popolazione e più del 40% di loro arriva dal Venezuela. Su questo terreno Kast e Kaiser spingono forte, collegando in modo diretto immigrazione irregolare e reati, promettendo espulsioni di massa e barriere alla frontiera. Jara e Matthei, pur riconoscendo che i buchi nei controlli ci sono e che la gestione dei flussi è stata fragile, provano a tenere insieme due piani diversi: da una parte la lotta ai gruppi criminali, dall’altra il riconoscimento dei migranti che lavorano, pagano le tasse e vogliono restare dentro le regole, chiedendo più cooperazione con i paesi vicini e numeri solidi prima di prendere decisioni drastiche.
Sul piano economico, l’inflazione è scesa rispetto ai picchi del 2022, ma la crescita resta modesta, la disoccupazione è sopra l’8% e molte famiglie non arrivano con facilità a fine mese. Jara punta ad alzare salari e rafforzare il welfare, affidandosi a una maggiore presenza pubblica in settori come sanità, educazione, energia e litio; Kast e Kaiser promettono tagli fiscali e deregulation per rilanciare investimenti privati, anche nel rame e nel litio, con meno vincoli ambientali; Matthei cerca una via intermedia, con un fisco più leggero per le imprese ma anche con un’attenzione maggiore ai ceti medi urbani, che hanno subito gli aumenti dei prezzi dell’energia e degli alimenti.
Che cosa può succedere dopo il primo turno
La fotografia di questa domenica è quella di un paese polarizzato ma anche frammentato, in cui il primo turno somiglia più a una grande selezione che a una scelta definitiva. Tutti i sondaggi convergono su un punto: oggi nessuno otterrà la maggioranza assoluta richiesta per evitare il ballottaggio, e il nome del secondo classificato a fianco di Jara dipenderà da pochi punti percentuali nel campo della destra. Il 14 dicembre, quando torneranno le urne, la corsa si giocherà allora tra due blocchi: da una parte la candidata del governo uscente, che parla di salari, welfare e sicurezza con continuità critica rispetto a Boric; dall’altra un candidato di destra, quasi certamente Kast o Kaiser, che promette mano dura su criminalità e frontiere e un arretramento dello Stato in economia.
Qualunque sarà l’esito, il nuovo presidente dovrà governare con un Parlamento che, secondo le proiezioni, tenderà a spostarsi verso la destra, ma dove nessuno avrà numeri illimitati. Il futuro del Cile dipenderà quindi non solo da chi vincerà il ballottaggio, ma dalla capacità di costruire maggioranze stabili su pensioni, sicurezza, politica migratoria, ambiente e risorse minerarie. Per milioni di cileni che oggi fanno la fila davanti ai seggi, il voto è anche un modo per verificare se la politica, dopo anni di promesse e fratture, può ancora rispondere in modo credibile alla domanda più semplice: vivere con dignità, senza paura e con la possibilità concreta di migliorare il proprio presente.
