La fotografia che emerge dall’ultima indagine nazionale è netta: la crisi climatica è la preoccupazione principale per il futuro. Oggi la teme quasi 6 italiani su 10. Cresce rispetto a tre anni fa e si accompagna a un’idea di domani più cupa, con metà del Paese che si aspetta un peggioramento e poca fiducia in un miglioramento a breve. Allo stesso tempo però, quando si guarda a chi sta provando a cambiare le cose, gli occhi vanno al Terzo Settore. Non è un paradosso. È il segno di un Paese in ansia e insieme operoso, che continua a donare e a sostenere chi lavora sul campo.
Dentro questa trama di paure e impegno c’è una tendenza che ci riguarda tutti: quasi 7 italiani su 10 dicono di aver fatto almeno una donazione nel corso della vita e più di un terzo ha donato nell’anno in corso. Tra le cause, la ricerca medico scientifica resta in testa, ma cresce il sostegno alle povertà in Italia e all’estero e l’attenzione verso disabilità, ambiente e animali. Non si tratta solo di soldi: è un modo di stare nella comunità, di rispondere insieme alle fragilità del presente.
Le priorità che agitano il Paese
Quando pensiamo al futuro, lo facciamo spesso e con un filo allo stomaco. Nove italiani su dieci dichiarano di interrogarsi con frequenza su ciò che li aspetta. La paura più diffusa, sul piano personale, riguarda gravi malattie. Allargando lo sguardo, l’ambiente torna al centro: cambiamenti climatici e inquinamento sono indicati tra le prime preoccupazioni, seguiti da nuove guerre, povertà in crescita, nuove pandemie ed eventi naturali catastrofici. Non cifre astratte, ma un’agenda mentale che tocca la vita quotidiana.
Se allarghiamo l’orizzonte a dieci anni, si teme un arretramento su pilastri delicati: eguaglianza economica, partecipazione democratica e benessere mentale. C’è però anche un seme di speranza concreta: più attenzione all’ambiente. La consapevolezza del rischio climatico non si traduce solo in ansia, ma nel desiderio di azioni correttive che tengano insieme tutela del territorio e qualità della vita.
Chi viene percepito come motore del miglioramento
Alla domanda su chi si stia impegnando oggi per migliorare le cose, la risposta più citata è il Non Profit. Lo indica quasi la metà degli italiani. Otto su dieci giudicano le organizzazioni socialmente importanti per i servizi che garantiscono, per i valori che incarnano e per il contributo economico che producono. Si tratta indubbiamente di un riconoscimento di affidabilità maturato sul campo, non un atto di fede.
Questo capitale di fiducia si vede anche nei piccoli gesti ripetuti. Alla base ci sono relazioni, progetti di prossimità, trasparenza nella gestione. Il Terzo Settore non viene invocato come panacea, bensì come attore concreto capace di risposte puntuali dove la domanda sociale è più scoperta, dalla salute alla disabilità, fino alla cura dell’ambiente. Un presidio che, nell’immaginario collettivo, resta vicino alle persone e alle loro urgenze.
Donazioni: chi dona e cosa sostiene
Guardiamo ai comportamenti. Il 67% ha donato almeno una volta nella vita; il 35% lo ha fatto nell’ultimo anno. In cima alle scelte rimane la ricerca medico scientifica (45%), ma il 2025 segna un cambio di passo anche altrove: sale il sostegno alla povertà in Italia (dal 18% al 23%), cresce l’aiuto alla povertà all’estero (dal 16% al 22%) e alle persone con disabilità (dal 13% al 18%). Ambiente e tutela degli animali raccolgono insieme il 26%, mentre le emergenze umanitarie pesano per il 24%. Sono indicazioni chiare su dove voi lettori vedete bisogni e soluzioni possibili.
Il profilo del donatore non è monolitico. C’è chi sceglie un’organizzazione e la accompagna per anni, chi alterna interventi puntuali nelle crisi e chi preferisce strumenti di lungo periodo. In comune c’è un orientamento pratico: sostenere ciò che si vede e che restituisce impatto verificabile, dalla ricerca di nuove terapie all’assistenza domiciliare, dalla mensa sociale alla riforestazione urbana. Un mosaico di scelte che compone una trama nazionale.
Lasciti solidali: il lungo periodo che tiene
Accanto alla donazione ordinaria, lo strumento del lascito racconta la parte più paziente della generosità italiana. Il quadro degli ultimi cinque anni mostra un rafforzamento nelle organizzazioni che ricevono almeno un lascito e un peso crescente dei lasciti nei bilanci. Le realtà del Terzo Settore che registrano almeno un lascito sono passate dal 61% al 77%, mentre il peso sul totale della raccolta è salito dall’8% al 14%. Si tratta di risorse che consentono programmazione, investimenti, stabilità.
Non è solo storia recente. Le aspettative delle organizzazioni puntano a un’ulteriore crescita dei lasciti nei prossimi anni, con una netta maggioranza che immagina un aumento e una minoranza molto ridotta che prevede cali. Questo sguardo lungo convive con un presente complicato, in cui inflazione, timori per l’economia familiare e stanchezza informativa possono frenare. Eppure la traiettoria resta positiva.
Una responsabilità condivisa
Le parole contano, soprattutto quando fanno i conti con l’ansia. “Gli italiani continuano a dimostrare un profondo senso di responsabilità collettiva”, ha osservato Rossano Bartoli, portavoce del Comitato Testamento Solidale. Poche parole che dicono molto: paura e responsabilità non si escludono, anzi. La fiducia nel Non Profit nasce anche da qui, dal vedere che il gesto individuale si somma a quello degli altri e produce cambiamento.
Noi ci riconosciamo in questa tensione. Voi lettori lo sapete: non basta indignarsi per il caldo estremo o per un’alluvione sempre meno rara. Serve orientare la generosità verso progetti solidi, misurabili, capaci di durare. Le cifre sulla ricerca, sulle povertà e sull’ambiente raccontano già la direzione. E il lascito solidale, per chi può, è uno strumento semplice e alla portata di tutti per lasciare qualcosa di concreto a chi verrà dopo.
Come è stata condotta l’indagine
I numeri riportati arrivano da una rilevazione nazionale curata dall’Istituto Walden Lab per il Comitato Testamento Solidale su un campione di 1.000 italiani di 25 anni e più, nel luglio 2025. La metodologia campionaria e la tempistica permettono di leggere gli umori del Paese in un momento preciso, segnato da crisi sovrapposte e da una rinnovata attenzione a come destinare risorse comuni.
In parallelo, nel 2025 è stato esplorato anche il punto di vista di 197 organizzazioni Non Profit sulla dinamica dei lasciti, con presentazione pubblica a settembre. Questa seconda fotografia, utile per comprendere la capacità di assorbimento del sistema, conferma il rafforzamento strutturale dello strumento nelle entrate del Terzo Settore e la necessità di continuare a lavorare su cultura del lascito e corretta informazione.
