Ci sono momenti in cui il tennis si legge negli sguardi. Quello di Simone Tartarini, storico allenatore di Lorenzo Musetti, parla di un viaggio cominciato a otto anni su campi di provincia e approdato sotto le luci dell’Inalpi Arena, con il rumore pieno di una casa che aspetta il suo talento. Tartarini lo dice senza giri: felicità grande, strada ancora lunga. In mezzo, tappe che hanno cambiato la traiettoria di un ragazzo e di un team: bronzo olimpico a Parigi e la gioia della Coppa Davis con l’Italia. Non un traguardo, semmai un passaggio di crescita che rimette il lavoro al centro.
La cornice è quella della rassegna di fine stagione a Torino: palco Inalpi Arena, fase a gironi, pressione buona. L’esordio non ha sorriso: Taylor Fritz ha imposto ritmo e servizio, chiudendo 6-3 6-4. Un passo falso che non cancella la qualità degli ultimi mesi e che prepara a una sfida dal peso specifico alto con Alex de Minaur nella seconda uscita del girone. I numeri aiutano a leggere il quadro: Fritz è il finalista dell’edizione scorsa e ha confermato la confidenza con il tappeto torinese, mentre il testa a testa tra Musetti e de Minaur pende 3-1 verso l’azzurro. Chiavi tecniche? Serenità, aggressività, pazienza: parole che il coach ripete guardando al campo, più che al tabellone.
Il viaggio: maestro, non solo coach
Tartarini è il filo continuo di questa storia. Coach di una vita, da quando Lorenzo era bambino, lo ha accompagnato tra rovesci cesellati, passi avanti e ripartenze. È un rapporto che nel circuito è riconosciuto come speciale: il maestro che diventa riferimento tecnico ed emotivo. Anche nel 2025, tra salti di qualità e una classifica salita fino alla sesta posizione mondiale, quel legame resta il cardine. Si lavora sui dettagli, ma soprattutto sulla tenuta emotiva, ripete spesso chi lo conosce da vicino.
Per misurare quanta strada ha fatto, per noi bastano due istanti nitidi. Il primo è Parigi 2024: spareggio per il bronzo, Musetti che supera Félix Auger‑Aliassime e rimette un italiano sul podio olimpico del tennis cent’anni dopo Uberto De Morpurgo. Il secondo è l’abbraccio della maglia azzurra, con la Coppa Davis alzata nel 2023 e poi ancora nel 2024. Non sono cartoline da archiviare, sono fondamenta. Ed è anche per questo che, davanti a un palazzetto pieno, Lorenzo può guardare i migliori dritto negli occhi, senza sentirsi ospite.
Il presente: una prima volta che profuma di casa
La porta di Torino si è aperta d’un tratto: Novak Djokovic ha dato forfait per un problema alla spalla e, subito dopo, è scattata la chiamata. Musetti, primo degli alternates, ha preso il posto del sette volte campione. L’ufficialità è scesa a evento in vista, e in poche ore il quadro è cambiato: da Atene alla stagione che si chiude in Italia, per una debuttante che porta con sé il calore di un pubblico pronto a spingere. È anche la prima edizione con due singolaristi italiani in tabellone: un fatto che dice qualcosa dello stato di forma del movimento.
L’avvio con Fritz ha raccontato una partita decisa nei turni iniziali. L’americano ha salvato quattro palle break nel terzo game e ha tolto l’inerzia a Lorenzo con una spallata di servizio e risposta. Poi gestione pulita fino al traguardo, nove ace nel set di chiusura e poche finestre per rientrare davvero. Che cosa resta? L’idea che, ripulendo i primi colpi e togliendo fretta, ci sia margine per alzare il volume quando conta. Lì si innesta la preparazione allo scontro con de Minaur.
La sfida con de Minaur: dove si decide davvero
Il calendario offre subito un incrocio che misura ambizione e nervi. Musetti e de Minaur, secondo atto del girone, arrivano entrambi da uno stop. L’australiano ha ceduto a Carlos Alcaraz in due set, mentre l’azzurro ha pagato l’impatto con Fritz. La storia tra i due dice 3-1 Musetti, con successi costruiti spesso sulla capacità di variare ritmo e altezza della palla. Sulla carta, il terreno indoor di Torino porta velocità: per Lorenzo significherà alzare l’intensità con primo colpo dopo il servizio e cercare campo con coraggio. Sereno e aggressivo, insiste Tartarini.
Non è solo un fatto di testa. Il contesto tecnico conta: Inalpi Arena è un impianto rapido, di grande respiro e de Minaur arriva con un bottino pesante sul cemento in stagione. Musetti, reduce da settimane piene tra finale di Atene e arrivo last minute in gruppo, deve trasformare l’adrenalina in ordine tattico. Il resto lo farà la fiducia che il palazzetto sa trasmettere. La partita è lì: percentuali alla battuta, gestione dei game lunghi, scelta dei tempi per accorciare i punti senza perdere mano.
I legami: Sinner, Alcaraz e l’infanzia che torna
C’è anche il lato umano. Tra un autografo e una foto, Tartarini si concede un ricordo: Musetti e Sinner ragazzini, prima volta alla Coppa Lambertenghi Under 12, e quella sensazione di ritrovarsi oggi, più grandi, nello stesso posto della storia. Con Carlos Alcaraz l’incrocio è addirittura da quando lo spagnolo aveva 14 anni: staff che si salutano, sorrisi che tengono insieme presente e passato. Sono fili che dicono identità prima ancora che rivalità.
Il valore di certe radici si vede nei dettagli. L’azzurro ha appreso a modulare le emozioni anche grazie a quel rapporto. I risultati lo testimoniano, dal bronzo di Parigi alle corse profonde nei Masters di primavera fino alla crescita complessiva del 2025. Non è un punto d’arrivo, ripete il coach. Lo si capisce guardando come la squadra ragiona un match alla volta, senza lasciarsi scappare il gusto di ciò che sta accadendo qui, adesso, nel palazzetto di casa.
Il quadro torinese
Torino intanto fa la sua parte. Inalpi Arena è il cuore dell’evento, teatro della manifestazione dal 2021 al 2025, centro di un’onda che attraversa i giorni della competizione. L’organizzazione conferma il programma della settimana e un cartellone che tiene insieme il meglio del circuito. È il luogo perfetto per capire a che punto è arrivata la carriera di un ragazzo cresciuto in fretta e di un maestro che non ha mai mollato il timone.
E allora, più che fare calcoli, serve restare dentro la partita. Lo sguardo di Tartarini ce lo ricorda. A noi il compito di ascoltare il rumore buono dell’Arena; a voi quello di cogliere i particolari: quando Lorenzo si prende un metro in più in risposta, quando sceglie la smorzata giusta, quando frena l’istinto e costruisce. È lì che passa il confine tra un torneo vissuto e uno giocato per davvero. E Torino, certe volte, sa essere un alleato.
