Un mosaico di ricette antiche, racconti di tavole sontuose e voci di cuochi d’altri secoli riemerge in Mangiare a Corte, il ricettario medioevale e rinascimentale curato da Nicola Fano per Succedeoggi Libri, che inaugura una collana dedicata alla cultura del cibo e alla sua memoria più profonda.
Una collana per la cultura del cibo
Con Succedeoggi Libri si apre una collana editoriale che riporta alla luce manuali, ricettari e saggi del passato, per offrire una lettura critica e appassionata dell’immaginario gastronomico italiano. Mangiare a Corte, curato da Nicola Fano, conduce tra mense principesche e cucine popolari, restituendo ai lettori il sapore di un’epoca in cui la cucina era già linguaggio della società. È un invito a rientrare nelle stanze dove il cibo raccontava reputazioni, gerarchie, desideri, e dove i piatti, più che nutrimento, diventavano racconto, rito, spettacolo condiviso.
Il volume riunisce testi composti tra Trecento e Cinquecento, selezionati e commentati per restituire gusto, lessico e immaginari delle corti italiane. L’antologia abbraccia opere capitali: dal Liber de coquina della corte angioina al Libro de arte coquinaria del Maestro Martino da Como, capocuoco presso il Camerlengo e Patriarca di Aquileia. Dati editoriali e concreti accompagnano il progetto: 96 pagine, prezzo di €10,00, ISBN 9788899467357, in libreria dal 10 novembre 2025. Una proposta agile e rigorosa, pensata per il pubblico di oggi, che vuole tornare alle origini senza perdere la fruibilità del presente.
Dalle pagine dei maestri di cucina alla scena dei banchetti: sapori, colori, meraviglia
Le ricette raccolte dischiudono una dimensione scenografica sorprendente, dove l’arte del cuoco accendeva lo stupore. Basti pensare al “pasticcio di uccelli vivi”, che al taglio liberava piccoli volatili, o al “pavone vestito”, arrostito e poi rivestito del proprio piumaggio, con l’illusione di tornare vivo e sprigionare fiamme dal becco; accanto, trionfi di frittelle degne di un imperatore. In quelle tavole la cucina dialogava con il teatro: la sorpresa era parte del patto con gli invitati, un gioco di meraviglia e potere che definiva il ritmo della festa.
Accanto allo spettacolo c’era il gusto, netto e complesso. Zucchero e spezie – cannella, zenzero, zafferano – si intrecciavano senza timori con carni e pesci, in un sistema di contrasti dolci e salati calibrati con cura. Il Medioevo amava l’agrodolce, cercava amalgami inattesi, esigeva equilibrio là dove oggi separiamo. Quella cucina, spesso teatrale, scolpiva identità e consuetudini: la tavola diventava il luogo in cui bellezza, conoscenza e autorità prendevano forma, e ogni portata era un gesto che parlava al palato e allo sguardo con la stessa intensità.
Una lingua che sa di spezie
Mangiare a Corte è anche un viaggio nella lingua. Dai testi latini del Liber de coquina della corte angioina alle prime forme di volgare toscano e veneziano dei maestri di cucina, l’antologia mostra come il lessico del cibo abbia accompagnato l’evoluzione dell’italiano. I cuochi, artigiani di mestiere, scrivevano per farsi comprendere: misure, gesti, cotture dovevano essere chiari. La concretezza della scrittura culinaria restituisce il lavoro delle mani e fa emergere un patrimonio di parole che definisce non solo piatti, ma un modo di stare insieme.
Queste ricette diventano documenti preziosi per capire come la cucina abbia contribuito a formare l’identità culturale italiana, insieme alla lingua, al teatro e alle arti. Tra imperativi pratici e immagini vive, si riconosce una tradizione che non separa sapere e piacere, ma li intreccia. Nelle istruzioni per l’impasto o nel tempo di una salsa si avverte una memoria condivisa, il riflesso di comunità che si riconoscono nel cibo e nella sua narrazione, passando dalle corti ai mercati, dai forni ai refettori.
Tre motivi per riaprire quei ricettari oggi
Nel saggio introduttivo, Nicola Fano indica tre ragioni decisive per tornare a leggere quei testi. La prima è la loro concreta realizzabilità: molte preparazioni sono attuali e praticabili, e alcune vivono ancora sulle nostre tavole. Esempi come la salsa genovese o i passatelli in brodo dimostrano la continuità di gusti e tecniche, il dialogo tra passato e presente. Rifare oggi una ricetta antica significa ritrovare gesti e tempi che ci appartengono, senza musealizzare ma rimettendo in circolo saperi vivi.
La seconda ragione è la potenza evocativa della lingua: parole e cadenze riportano in vita gesti, attese, rituali. La terza riguarda la dimensione performativa della cucina, specchio della società di corte e anticipazione della cultura dello spettacolo che ancora segna il nostro rapporto con il cibo. Cosa mangiamo e come lo cuciniamo dice chi siamo: in quelle pagine il cibo non è ornamento, ma sostanza di una narrazione collettiva che continua a interrogarci, tra estetica, convivialità e memoria.
Un’arte che nasce tra Trecento e Cinquecento
Questa antologia racconta la nascita dell’arte culinaria italiana attraverso piatti scenografici, lessici in trasformazione e incroci con la teatralità del tempo. Dalle cucine di corte alle botteghe, i testi riuniti tracciano una geografia del gusto che include confluenze, prestiti, variazioni. La cucina emerge come disciplina completa: tecnica e immaginazione, regola e invenzione. L’itinerario proposto riunisce ricettari e manuali per mostrare il cantiere vivo in cui sapori, linguaggi e gesti hanno costruito un modo italiano di intendere la tavola.
Già Emilio Faccioli, grande storico della letteratura, riconobbe la cucina come “arte” e, sessant’anni fa, raccolse per primo molti di questi testi. Mangiare a Corte riprende quel percorso e lo rilancia, confermando che la tradizione non è un archivio polveroso ma un corpo vivo di pratiche e visioni. L’Italia ha imparato a raccontarsi anche attraverso ciò che cucinava, e questa raccolta lo dimostra con rigore e passione, offrendo ai lettori uno strumento per riconoscere, nel presente, l’eco di un passato che continua a nutrirci.
